MITTITE RETE ET INVENIETIS

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: " Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)

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lunedì 20 agosto 2012

San Bernardo, abate


Nasce a Digione (Francia)nel 1090. A 22 anni entra nel Monastero di Citeaux, fondato da Roberto di Molesmes, padre dell'Ordine Cistercense. A 25 anni viene inviato a Clairveuax, per fondare un nuovo Monastero. In esso vi entra con 30 compagni, suoi parenti e ne diventa il primo abate. Ai suoi monaci chiede lavoro e preghiera. Egli stesso si sottopone alle dure regole della vita ascetica  con digiuni, sacrifici, preghiere. Studia e scrive lettere, sermoni e trattati. Muore nel suo Monastero il 20 agosto 1153 per un tumore allo stomaco. San Bernardo è Dottore della Chiesa. In vita  operò numerose guarigioni ed esorcismi. Il Papa Pio XII gli dedicò una Enciclica dal titolo Doctor Mellifluus, in cui ne illustra il suo pensiero mariano.  e con la vita, la dottrina e l’esempio i monaci sulla via dei precetti di Dio; percorse l’Europa per ristabilirvi la pace e l’unità e illuminò tutta la Chiesa con i suoi scritti e le sue ardenti esortazioni,iresse sapientemente con la vita, la dottrina e l’esempio i monaci sulla via dei precetti di Dio; percorse l’Europa per ristabilirvi la pace e l’unità e illuminò tutta la Chiesa con i suoi scritti e le sue ardenti esortazioni, diresse sapientemente con la vita, la dottrina e l’esempio i monaci sulla via dei precetti di Dio; percorse l’Europa per ristabilirvi la pace e l’unità e illuminò tutta la Chiesa con i suoi scritti e le sue ardenti esortazioni, 

mercoledì 8 febbraio 2012

Santa Giuseppina Bakhita

'LA MADRE MORETA'
Concluse la sua vita terrena a Schio, l'8 febbraio del 1947, nella casa della sua Comunità, all'età di 78 anni, cinquanta dei quali trascorsi come umile Figlia della Carità, vera testimone dell'amore di Dio,  prestandosi alle varie occupazioni cui era chiamata di volta in volta: ora cuciniera, ora sagrestana, ora aiuto infermiera (durante la prima guerra mondiale), ora guardarobiera, ora ricamatrice, ora (dal 1922) portinaia. Quando si dedicò a quest'ultimo servizio, le sue mani dolci e carezzevoli si posavano sulle teste dei bambini che frequentavano le scuole dell'Istituto, ed a loro, la sua voce amabile, che aveva l'inflessione delle nenie della sua terra, giungeva gradita, come pure confortevole ai poveri e ai sofferenti, incoraggiante a quanti bussavano alla porta dell'Istituto. Veniva infatti dalle lontane terre di Oglassa, piccolo villaggio del Darfur nel Sudan Occidentale, ove era nata nel 1869. Nipote del capotribù, aveva tre fratelli, una sorella gemella ed una già sposata. Un giorno la sorella maggiore fu rapita da razziatori arabi, venditori di schiavi, a anche lei, intorno ai sei anni, subì la stessa sorte. Fu rinchiusa in un porcile, ove rimase per giorni e giorni, dimenticando alla fine le sue origini, assumendo il nome impostole dai suoi aguzzini, di Bakhita che significa 'felice' fortunata.
Fu venduta più volte al mercato degli schiavi di El Obeid e di Khartoum. Venne ceduta ad un generale turco, nella cui famiglia subì umiliazioni, sofferenze fisiche e morali; venne financo tatuata, in modo cruento, sul ventre, sul braccio destro e sul petto, disegnandole oltre cento segni, incisi poi con un rasoio e ricoperti di sale, al fine di ottenere cicatrici permanenti: si riprese dopo due mesi.
Dopo un anno dal generale turco, deciso a tornare in Turchia, venne venduta al Console italiano di Khartoum, Callisto Legnani. Nella sua casa fu accolta, per la prima volta, umanamente e potè indossare una tunica (il console già in precedenza aveva comprato bambini schiavi per restituirli alle loro famiglie; per Bakhita ciò non fu possibile per il vuoto di memoria della bimba sulla sua provenienza).
I modi affettuosi e paterni del console suscitarono in lei domande che non si era mai posta, come: " Chi è che accende in cielo tutti quei puntini luminosi?"
Presso di loro trascorse serenamente due anni,lavorando con gli altri domestici senza essere più considerata una schiava. Quando nel 1884, per la rivolta mahadista, il console dovette fuggire da Kahrtoum, Bakhita lo supplicò di non abbandonarla. Assieme al console ed un suo amico, Augusto Michieli, raggiunse il porto di Suakin sul Mar Rosso, da dove, dopo un mese, partirono per Genova.
All'arrivo in italia, per le insistenze della moglie del Michieli, il console acconsente a che Bakhita vada nella casa dei suoi amici a Zianigo (Fraz. di Mirano Veneto). Qui, la nostra futura santa, rimane tre anni, divenendo la bambinaia di Mimmina, la figlia dei Michieli che nel frattempo era nata. La piccola le si affeziona e la chiama la sua 'mammina negra. Viene poi data in affidamento temporaneo, per dieci mesi, assieme a Mimmina, all'Istituto dei Catecumeni in Venezia, gestito dalle Figlie della Carità (Canossiane), perchè i coniugi Michieli rientravano in Africa, per gestire un loro albergo a Suakin. Ospitata gratuitamente come catecumena, Bakhita comincia così a ricevere un'istruzione religiosa cattolica, ed è qui che matura il convincimento di donarsi completamente a Dio, che lei chiamava, con un'espressione dolce, 'el me Paron' (il mio Padrone).
Quando la signora Michieli ritorna dall'Africa per riprendersi sia la figlia che Bakhita, la nostra piccola santa oppone un netto rifiuto, manifestando la ferma decisione di rimanere presso le suore Canossiane. Pur contrastando tenacemente tale proposito, alla fine la signora Michieli deve arrendersi ai disegni della Divina Provvidenza che aveva deciso altrimenti.
Il 29 novembre 1889 Bakhita viene dichiarata legalmente libera e rimane nel convento delle Canossiane. Da questa data è un continuo susseguirsi di tappe di avvicinamento a Nostro Signore. Il 9 gennaio 1890 riceve i sacramenti dell'iniziazione cristiana con i nomi di Giuseppina Margherita Fortunata. Quel giorno non sapeva come esprimere la sua gioia ed in seguito la si vide spesso baciare il fonte battesimale e dire: "Qui sono diventata figlia di Dio".
Il 7 dicembre 1893 entra nel noviziato.
L'8 dicembre 1896 pronuncia i suoi primi voti religiosi. Nel 1902 viene traferita in un convento dell'Ordine, a Schio (Venezia) ove trascorrerà il resto della sua vita.
La sua umiltà. la sua semplicità ed il suo costante sorriso conquistarono il cuore di tutti i cittadini di Schio che la ribattezzarono "Madre Moreta".
Le consorelle la stimavano per la sua dolcezza inalterabile, la sua squisita bontà ed il suo profondo desiderio di far conoscere il Signore. Diceva: "Siate buoni, amate il Signore, pregate per quelli che non lo conoscono. Sapeste che grande grazia è conoscere Dio!"
Il suo carisma e la sua fama di santità vennero notati dai suoi superiori, che più volte le chiesero di dettare le sue memorie. Un primo racconto venne dettato a Suor Teresa Fabris nel 1910, che produsse un manoscritto di 31 pagine. Un secondo racconto fu dettato a Suor Mariannina Turco, ma è andato perduto. Su richiesta della Superiora generale dell'Ordine, venne intervistata a Venezia, nel novembre del 1930, da Ida Zanolini, laica canossiana, la quale, nel 1931 pubblicò il libro "Storia Meravigliosa" che venne ristampato 4 volte nel giro di sei anni. Bakhita divenne così famosa in tutta Italia e iniziò a girare tutta la Penisola per tenere conferenze di propaganda missionaria. Era molto timida e si esprimeva solo in lingua veneta. Nel dicembre 1936, con un gruppo di Missionarie, venne ricevuta da Mussolini, a Roma. Dal 1939 cominciò ad avere problemi di salute e non si allontanò più da Schio.
Venne la vecchiaia, venne la malattia lunga e dolorosa, ma Madre Bakhita continuò ad offrire testimonianza di fede, di bontà e di speranza cristiana. A chi le chiedeva come stesse, rispondeva sorridendo: "Come vol el Paron". Per i suoi carnefici diceva: "Poveretti, non sapevano di farmi tanto male". Per i suoi rapitori ebbe a dire: "Mi inginocchierei davanti a loro perchè senza di essi non sarei cristiana, nè suora". Nell'agonia rivisse i giorni della sua schiavitù e più volte supplicò l'infermiera che l'assisteva: "Mi allarghi le catene.....pesano!". Fu Maria Santissima a liberarla da ogni pena. Le sue ultime parole furono: "La Madonna! La Madonna!".
Negli ultimi momenti le fu accanto don Giovanni Munari (sacerdote, a lei legato da profonda riconoscenza, perchè da seminarista, ammalato e ricoverato in sanatorio, a Bassano, per le preghiere ed offerte della santa, ottenne la guarigione), pronunciando su di lei le preghiere dell'ultima ora: "Proficiscere, anima christiana.....parti anima cristiana e và incontro al tuo Dio..."
"Sì, sì - rispose Madre Moreta - è ora che vada al mè Paron". E si spense.
La salma della santa riposa nel Tempio della Sacra Famiglia del Convento delle Canossiane di Schio dal 1969.
Il processo per la causa di canonizzazione iniziò dodici anni dopo la sua morte, ed il 1 dicembre 1978 la Chiesa emanò il decreto sull'eroicità delle sue virtù. Viene beatificata da Giovanni Paolo II il 17 maggio 1992 e canonizzata dallo stesso Papa il 1 ottobre 2000. Papa Benedetto XVI l'ha definita nell'enciclica Spe Salvi, testimone di speranza, luminoso esempio di generosità nel perdono e di grande fiducia in Dio. Di fronte al mondo di oggi, mai soddisfatto, sempre alla ricerca del potere, del possesso, dei piaceri, l'esempio di Bakhita mette in guardia da ciò che ci allontana da Dio e ci rende schiavi del nostro io e delle nostre passioni. Santa Guseppina Bakhita è la santa protettrice degli schiavi.
Questo profilo l'ho trascritto per gentile concessione di Giovanni Mangano (MIO GRANDE E PATERNO AMICO)

Dal libro BAKHITA - IL CUORE CI MARTELLAVA NEL PETTO - SAN PAOLO ED.

Quando ero schiava

"Alla mattina guardavo il sole che nasceva e alla sera quando tramontava. Allora pensavo che se era bello, ancor più bello doveva essere colui che l'aveva fatto.
Chi sarà mai il padrone di queste belle cose? e provavo una grande voglia di vederlo, di conoscerlo, di prestargli omaggio. Io non conoscevo Dio, facevo così, perchè sentivo dentro di me che dovevo comportarmi in quel modo. Da schiava non mi sono mai disperata perchè sentivo dentro di me una forza misteriosa che mi sosteneva. io sono stata in mezzo al fango, ma non mi sono imbrattata. Per grazia di Dio sono sempre stata preservata. La Madonna mi ha protetta nonostante io non la conoscessi".  (pag 70)

mercoledì 25 gennaio 2012

Conversione di San Paolo, Apostolo



Saulo, spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al Sommo Sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco, al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme tutti quelli che avesse trovato, uomini e donne, appartenenti a questa Via. E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: "Saulo, Saulo, perchè mi perseguiti?". Rispose: "Chi sei, o Signore?". Ed egli: "Io sono Gesù, che tu perseguiti". (At 1,5). 
Saulo da persecutore diventa fervente apostolo di Cristo. Comincia così il suo personale viaggio sulla 'Barca di Pietro' per annunziare al mondo intero la Verità. 

Oggi termina la settimana di preghiera per l'unità dei Cristiani. 

QUESTE LE PAROLE DEL SANTO PADRE ALL'INIZIO DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA
TESTO TRATTO DAL SITO UFFICIALE DELLA SANTA SEDE


Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani
Cari fratelli e sorelle!
Inizia oggi la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani che, da oltre un secolo, viene celebrata ogni anno da cristiani di tutte le Chiese e Comunità ecclesiali, per invocare quel dono straordinario per cui lo stesso Signore Gesù ha pregato durante l’Ultima Cena, prima della sua passione: “Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21). La pratica della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani fu introdotta nel 1908 da Padre Paul Wattson, fondatore di una comunità religiosa anglicana che entrò in seguito nella Chiesa cattolica. L’iniziativa ricevette la benedizione del Papa san Pio X e fu poi promossa dal Papa Benedetto XV, che ne incoraggiò la celebrazione in tutta la Chiesa cattolica con il Breve Romanorum Pontificum, del 25 febbraio 1916.
L’ottavario di preghiera fu sviluppato e perfezionato negli anni trenta del secolo scorso dall’Abbé Paul Couturier di Lione, che sostenne la preghiera “per l’unità della Chiesa così come vuole Cristo e conformemente agli strumenti che Lui vuole”. Nei suoi ultimi scritti, l’Abbé Couturier vede tale Settimana come un mezzo che permette alla preghiera universale di Cristo di “entrare e penetrare nell’intero Corpo cristiano”; essa deve crescere fino a diventare “un immenso, unanime grido di tutto il Popolo di Dio”, che chiede a Dio questo grande dono. Ed è precisamente nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani che l’impulso impresso dal Concilio Vaticano II alla ricerca della piena comunione tra tutti i discepoli di Cristo trova ogni anno una delle sue più efficaci espressioni. Questo appuntamento spirituale, che unisce cristiani di tutte le tradizioni, accresce la nostra consapevolezza del fatto che l’unità verso cui tendiamo non potrà essere solo il risultato dei nostri sforzi, ma sarà piuttosto un dono ricevuto dall’alto, da invocare sempre.
Ogni anno i sussidi per la Settimana di Preghiera vengono preparati da un gruppo ecumenico di una diversa regione del mondo. Vorrei soffermarmi su questo punto. Quest’anno, i testi sono stati proposti da un gruppo misto composto da rappresentanti della Chiesa cattolica e del Consiglio Ecumenico Polacco, che comprende varie Chiese e Comunità ecclesiali del Paese. La documentazione è stata poi rivista da un comitato composto da membri del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e della Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Anche questo lavoro fatto insieme in due tappe è un segno del desiderio di unità che anima i cristiani e della consapevolezza che la preghiera è la via primaria per raggiungere la piena comunione, perché uniti verso il Signore andiamo verso l'unità. Il tema della Settimana di quest’anno - come abbiamo sentito - è preso dalla Prima Lettera ai Corinzi: - “Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore” (cfr 1 Cor 15,51-58), la sua vittoria ci trasformerà. E questo tema è stato suggerito dall’ampio gruppo ecumenico polacco che ho citato, il quale, riflettendo sulla propria esperienza come nazione, ha voluto sottolineare quanto forte sia il sostegno della fede cristiana in mezzo a prove e sconvolgimenti, come quelli che hanno caratterizzato la storia della Polonia. Dopo ampie discussioni è stato scelto un tema incentrato sul potere trasformante della fede in Cristo, in particolare alla luce dell’importanza che essa riveste per la nostra preghiera in favore dell’unità visibile della Chiesa, Corpo di Cristo. Ad ispirare questa riflessione sono state le parole di san Paolo che, rivolgendosi alla Chiesa in Corinto, parla della natura temporanea di ciò che appartiene alla nostra vita presente, segnata anche dall’esperienza di “sconfitta” del peccato e della morte, in confronto a ciò che porta a noi la “vittoria” di Cristo sul peccato e sulla morte nel suo Mistero pasquale.
La storia particolare della nazione polacca, che ha conosciuto periodi di convivenza democratica e di libertà religiosa, come nel XVI secolo, è stata segnata, negli ultimi secoli, da invasioni e disfatte, ma anche dalla costante lotta contro l’oppressione e dalla sete di libertà. Tutto questo ha indotto il gruppo ecumenico a riflettere in maniera più approfondita sul vero significato di “vittoria” - che cosa è la vittoria - e di “sconfitta”. Rispetto alla “vittoria” intesa in termini trionfalistici, Cristo ci suggerisce una strada ben diversa, che non passa attraverso il potere e la potenza. Egli infatti afferma: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (Mc 9,35). Cristo parla di una vittoria attraverso l’amore sofferente, attraverso il servizio reciproco, l’aiuto, la nuova speranza e il concreto conforto donati agli ultimi, ai dimenticati, ai rifiutati. Per tutti i cristiani, la più alta espressione di tale umile servizio è Gesù Cristo stesso, il dono totale che fa di Se stesso, la vittoria del suo amore sulla morte, nella croce, che splende nella luce del mattino di Pasqua. Noi possiamo prendere parte a questa “vittoria” trasformante se ci lasciamo noi trasformare da Dio, solo se operiamo una conversione della nostra vita e la trasformazione si realizza in forma di conversione. Ecco il motivo per cui il gruppo ecumenico polacco ha ritenuto particolarmente adeguate per il tema della propria meditazione le parole di San Paolo: “Tutti saremo trasformati” dalla vittoria di Cristo, nostro Signore” (cfr 1 Cor 15,51-58).
La piena e visibile unità dei cristiani, a cui aneliamo, esige che ci lasciamo trasformare e conformare, in maniera sempre più perfetta, all’immagine di Cristo. L’unità per la quale preghiamo richiede una conversione interiore, sia comune che personale. Non si tratta semplicemente di cordialità o di cooperazione, occorre soprattutto rafforzare la nostra fede in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, che ci ha parlato e si è fatto uno di noi; occorre entrare nella nuova vita in Cristo, che è la nostra vera e definitiva vittoria; occorre aprirsi gli uni agli altri, cogliendo tutti gli elementi di unità che Dio ha conservato per noi e sempre nuovamente ci dona; occorre sentire l’urgenza di testimoniare all’uomo del nostro tempo il Dio vivente, che si è fatto conoscere in Cristo.
Il Concilio Vaticano II ha posto la ricerca ecumenica al centro della vita e dell’operato della Chiesa: “Questo santo Concilio esorta tutti i fedeli cattolici perché, riconoscendo i segni dei tempi, partecipino con slancio all’opera ecumenica” (Unitatis redintegratio, 4). Il beato Giovanni Paolo II ha sottolineato la natura essenziale di tale impegno, dicendo: “Questa unità, che il Signore ha donato alla sua Chiesa e nella quale egli vuole abbracciare tutti, non è un accessorio, ma sta al centro stesso della sua opera. Né essa equivale ad un attributo secondario della comunità dei suoi discepoli. Appartiene invece all’essere stesso di questa comunità” (Enc. Ut unum sint, 9). Il compito ecumenico è dunque una responsabilità dell’intera Chiesa e di tutti i battezzati, che devono far crescere la comunione parziale già esistente tra i cristiani fino alla piena comunione nella verità e nella carità. Pertanto, la preghiera per l’unità non è circoscritta a questa Settimana di Preghiera, ma deve diventare parte integrante della nostra orazione, della vita orante di tutti i cristiani, in ogni luogo e in ogni tempo, soprattutto quando persone di tradizioni diverse s’incontrano e lavorano insieme per la vittoria, in Cristo, su tutto ciò che è peccato, male, ingiustizia, violazione della dignità dell’uomo.
Da quando il movimento ecumenico moderno è nato, oltre un secolo fa, vi è sempre stata una chiara consapevolezza del fatto che la mancanza di unità tra i cristiani impedisce un annuncio più efficace del Vangelo, perché mette in pericolo la nostra credibilità. Come possiamo dare una testimonianza convincente se siamo divisi? Certamente, per quanto riguarda le verità fondamentali della fede, ci unisce molto più di quanto ci divide. Ma le divisioni restano, e riguardano anche varie questioni pratiche ed etiche, suscitando confusione e diffidenza, indebolendo la nostra capacità di trasmettere la Parola salvifica di Cristo. In questo senso, dobbiamo ricordare le parole del beato Giovanni Paolo II, che nella sua Enciclica Ut unum sint parla del danno causato alla testimonianza cristiana e all’annuncio del Vangelo dalla mancanza di unità (cfr nn. 98, 99). E’ una grande sfida questa per la nuova evangelizzazione, che può essere più fruttuosa se tutti i cristiani annunciano insieme la verità del Vangelo di Gesù Cristo e danno una risposta comune alla sete spirituale dei nostri tempi.
Il cammino della Chiesa, come quello dei popoli, è nelle mani del Cristo risorto, vittorioso sulla morte e sull’ingiustizia che Egli ha portato e ha sofferto a nome di tutti. Egli ci fa partecipi della sua vittoria. Solo Lui è capace di trasformarci e renderci, da deboli e titubanti, forti e coraggiosi nell’operare il bene. Solo Lui può salvarci dalle conseguenze negative delle nostre divisioni. Cari fratelli e sorelle, invito tutti ad unirsi in preghiera in modo più intenso durante questa Settimana per l’Unità, perché cresca la testimonianza comune, la solidarietà e la collaborazione tra i cristiani, aspettando il giorno glorioso in cui potremo professare insieme la fede trasmessa dagli Apostoli e celebrare insieme i Sacramenti della nostra trasformazione in Cristo. Grazie.