...perchè per trovare bisogna avere il coraggio di gettare le reti....
MITTITE RETE ET INVENIETIS
Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: " Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)
Ivan Kuncewicz nasce nel 1580 in Volinia (Ucraina) da genitori appartenenti alla nobiltà ucraina nonché ferventi ortodossi. Studiò a Vilnius (nell'odierna Lituania) in un periodo caratterizzato dall'intenso scontro tra ortodossi e uniati di rito greco, i quali, sulla scia del Concilio di Firenze (1451 - 1452), si erano ricongiunti alla Chiesa cattolica riconoscendo al Papa un ruolo di preminenza sugli altri vescovi.
Decidendo di aderire ai greco-cattolici, nel 1604 divenne monaco con il nome di Giosafat ed entrò nel monastero, retto dall'ordine di San Basilio, della Santa Trinità, sito in Vilnius, dove nel 1617 iniziò la riforma che portò alla nascita dell'Ordine Basiliano di San Giosafat.
Divenuto presbitero nel 1609, nonostante a detta dei suoi contemporanei avesse fino ad allora dimostrato un carattere riservato, si diede alla predicazione riscuotendo un così grande successo che nel 1617 divenne dapprima Archimandrita del suo monastero e, poco tempo dopo, fu nominato vescovo di Polatsk, sito nell'odierna Bielorussia.
Iniziò nella diocesi da lui retta una serie di riforme volte ad affermare il credo uniate, spinse con costante zelo il suo gregge all’unità cattolica, coltivò con amorevole devozione il rito bizantino-slavo,restaurò completamente la cattedrale, compose un catechismo per il popolo e compì innumerevoli visite pastorali. In una di queste, mentre si trovava a Vitebsk, fu circondato da un gruppo di ortodossi i quali lo percossero ripetutamente gettandolo infine, privo di sensi, in un corso d'acqua nel quale affogò.
Fu canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1867 ed è da questa ricordato il 12 novembre, giorno del suo martirio.
Il nobile Bruno, o Brunone, nasce a Colonia in Germania intorno al 1030 ed ha vissuto tra il suo Paese, la Francia e l’Italia. Studente e poi insegnante a Reims, si trova presto faccia a faccia con la simonia, cioè col mercato delle cariche ecclesiastiche.
Professore di teologia e filosofia, esperto di cose curiali, potrebbe diventare vescovo per la via onesta dei meriti, ora che papa Gregorio VII lotta per ripulire gli episcopi. Ma lo disgusta l’ambiente. La fede che pratica e che insegna è tutt’altra cosa, come nel 1083 gli conferma Roberto di Molesme, il severo monaco che darà vita ai Cistercensi. Bruno trova sei compagni che la pensano come lui ed il vescovo Ugo di Grenoble li aiuta a stabilirsi in una località selvaggia detta “chartusia” (chartreuse in francese). Lì si costruiscono un ambiente per la preghiera comune, e sette baracche dove ciascuno vive pregando e lavorando: una vita da eremiti, con momenti comunitari. Ma non pensano minimamente a fondare qualcosa: vogliono soltanto vivere radicalmente il Vangelo e stare lontani dai mercanti del sacro. Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon. Nel 1090 se lo ritrova papa col nome di Urbano II e deve raggiungerlo a Roma come suo consigliere. Ottiene da lui riconoscimento e autonomia per il monastero fondato presso Grenoble, poi noto come Grande Chartreuse. Però a Roma non resiste: pochi mesi, ed eccolo in Calabria nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia); e riecco l’oratorio, le celle come alla Chartreuse, una nuova comunità guidata col solito rigore. Più tardi, a poca distanza, costruirà un altro monastero per chi, inadatto alle asprezze eremitiche, preferisce vivere in comunità. E’ il luogo accanto al quale sorgeranno poi le prime case dell’attuale Serra San Bruno. I suoi pochi confratelli (non ama avere intorno gente numerosa e qualunque) devono essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna col consiglio e con istruzioni scritte, che dopo la sua morte, avvenuta a Serra san Bruno (Vibo Valentia - Calabria- Italia) il 6 ottobre 1101, troveranno codificazione nella Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede. E’ una guida all’autenticità, col modello della Chiesa primitiva nella povertà e nella gioia, quando si cantano le lodi a Dio e quando lo si serve col lavoro, cercando anche qui la perfezione, e facendo da maestri ai fratelli, alle famiglie, anche con i mestieri splendidamente insegnati. Sempre pochi e sempre vivi i certosini: a Serra, vicino a Bruno, e altrove, passando attraverso guerre, terremoti, rivoluzioni. Sempre fedeli allo spirito primitivo. Una comunità "mai riformata, perché mai deformata". Come la voleva Bruno, il cui culto è stato approvato da Leone X (1513-1521) e confermato da Gregorio XV (1621-1623).
Pietro Damiani nacque a Ravenna nel 1007. La famiglia numerosa, che viveva nel disagio, aveva origini nobiliari. Il suo primo biografo, suo segretario e poi suo successore nel Priorato, san Giovanni di Lodi, narra che la madre, dandolo alla luce, non voleva neppure allattarlo. Rimasto, di lì a poco, orfano dei genitori, venne allevato da una sua sorella Rodelinda, e successivamente, adottato dal fratello maggiore Damiano, arciprete, del quale assunse il nome, che, col tempo, divenne Pier Damiani. Studiò a Faenza e a Parma, con profitto e dedizione, tanto che a venticinque anni era già apprezzato e bravo insegnante. Era pure conosciuto come 'uno dei migliori latinisti del suo tempo'. Ebbe successo, ma forse, ricordandosi delle peripezie della sua infanzia, a 27 anni sente forte il desiderio di dedicarsi alla vita contemplativa. Entra, deciso, nell'Eremo di Fonte Avellana, nelle marche, dove ancora aleggiava lo spirito di san Romualdo, la cui santità di vita fu, per lui, perenne fonte di emulazione. Vi soggiornavano, in quel monastero, una ventina di eremiti, dediti alla preghiera ed alla meditazione. Il suo ascetismo , la sua mortificazione ed il suo austero comportamento, indussero i suoi confratelli a volerlo come guida spirituale e poi come Priore nel 1043. Sotto la sua direzione l'eremo si espande, creando nuove case nelle Marche, in Umbria ed in altre regioni limitrofe. Il secolo in cui visse san Pier Damiani era tempo di lotte per le investiture e di conflitto tra Papato ed Impero. Nel 1057aveva appena finito di scrivere la 'Regula vitae eremiticae', il Papa Stefano IX (Federico di Lorena) chiese e volle che Pier Damiani gli fosse vicino per aiutarlo a riformare la Chiesa, estirpando il male dei vescovi simoniaci e la piaga dei preti concubini (nicolaiti). Lo nominò, pertanto, vescovo di Ostia e cardinale, arrivando perfino a minacciarlo di scomunica se non avesse accettato il porporato. Costretto così a lasciare la vita di solitudine d i Fonte Avellana, si trasferì Roma, ove conobbe il monaco Ildebrando di Soana, divenuto poi Papa con il nome di Gregorio VII. Gli incarichi lo assillavano: intraprende nel 1059 un viaggio a Milano per pacificare il clero in preda agli scontri tra il movimento dei Patarini contro quello dei Nicolaiti. Portò la pace, anche se durò pochi anni, mentre persisteva tra i Papi e l'impero una non facile convivenza. Stanco, san Pier Damiani, dal Papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nel 1062 il permesso di rientrare a Fonte Avellana, ansioso com'era di riprendere la vita di preghiera e di austerità. Rinuncia al vescovato di Ostia. Nella quiete del suo eremo scrive la 'De Sancta Semplicitate', la 'Vita beati Romualdi', il 'Liber Gratissimus' contro la simonia, il 'Liber Gommorrhianus' per i peccati contro natura. In difesa della legittimità dell'elezione di Papa Alessandro II scrive la 'Disceptatio Synodalis'.
Spesso, purtroppo, deve lasciare il monastero per risolvere questioni anche delicate , come quella nel 1069, di far recedere Enrico IV dal proposito di divorziare da Bertha di Savoia. Nel 1072 si reca a Ravenna per portare la pace: il vescovo della sua città natale, aveva provocato l'interdetto del Papa sulla sessa per aver riconosciuto l'antipapa Onorio II. Durante il rientro, però, mal ridotto in salute, si ferma a Faenza nel monastero dei benedettini di Santa Maria foris portam (oggi Santa Maria vecchia).
Muore nella notte tra il 22 e il 23 febbraio1072: aveva 67 anni.
Le sue spoglie riposano nella Cattedrale di Faenza. Venerato subito come santo, ebbe riconosciuto il suo culto ufficialmente e venne proclamato anche Dottore della Chiesa, per i suoi numerosi scritti di contenuto teologico, da Papa Leone XII nel 1828.
Per gentile concessione dell'amico Giovanni Mangano
Nasce verso il sec. VI. E'figlio di un nobile romano, che lo affida, ancora bambino, a S. Benedetto che vive a Subiaco, perché lo educhi secondo la regola monastica. Mauro diventa il discepolo prediletto dell'abate Benedetto e quindi suo fidato collaboratore. Mandato in Francia fonda a Granfeul un monastero. Nell’ultimo periodo della sua vita si dedicò alla preghiera e alle letture. La sua vita, oltre che di amore verso Dio, è ancora oggi esempio di obbedienza all’Ordine Benedettino. Quando Benedetto lascia Subiaco per Montecassino (verso il 529), Mauro quasi certamente rimane lì, come abate di Subiaco. Purtroppo di lui non si conosce né il giorno della nascita né quello della morte.Nell'anno 863 compare in Francia una sedicente “biografia” di lui, l'autore è l’abate Odone di Glanfeuil, che dice di aver praticamente riscritto il racconto di un certo Fausto, amico di Mauro e arrivato con lui in Francia, portandovi la Regola benedettina. Non c’è alcun documento che confermi il racconto di Odone o che certifichi la presenza di Mauro in terra francese. Però il paese dell’abate Odone, Glanfeuil, si è poi chiamato Saint Maur sur Loire. Nel 1618, mille anni dopo Mauro, nasce in Francia una congregazione benedettina, che nel 1766 avrà 191 case e 1.917 monaci. E con loro, ecco tornare il nome del discepolo di san Benedetto: questi religiosi si chiamano infatti monaci maurini. La fine della loro congregazione, poi, è una grande pagina di storia benedettina: nei “massacri di settembre” della Francia rivoluzionaria (1792) viene messo a morte l’ultimo abate generale: Agostino Chevreux. E con lui altri quaranta confratelli. Tutti monaci maurini.
Nasce a Digione (Francia)nel 1090. A 22 anni entra nel Monastero di Citeaux, fondato da Roberto di Molesmes, padre dell'Ordine Cistercense. A 25 anni viene inviato a Clairveuax, per fondare un nuovo Monastero. In esso vi entra con 30 compagni, suoi parenti e ne diventa il primo abate. Ai suoi monaci chiede lavoro e preghiera. Egli stesso si sottopone alle dure regole della vita ascetica con digiuni, sacrifici, preghiere. Studia e scrive lettere, sermoni e trattati. Muore nel suo Monastero il 20 agosto 1153 per un tumore allo stomaco. San Bernardo è Dottore della Chiesa. In vita operò numerose guarigioni ed esorcismi. Il Papa Pio XII gli dedicò una Enciclica dal titolo Doctor Mellifluus, in cui ne illustra il suo pensiero mariano. e con la vita, la dottrina e l’esempio i monaci sulla via dei precetti di Dio; percorse l’Europa per ristabilirvi la pace e l’unità e illuminò tutta la Chiesa con i suoi scritti e le sue ardenti esortazioni,iresse sapientemente con la vita, la dottrina e l’esempio i monaci sulla via dei precetti di Dio; percorse l’Europa per ristabilirvi la pace e l’unità e illuminò tutta la Chiesa con i suoi scritti e le sue ardenti esortazioni,diresse sapientemente con la vita, la dottrina e l’esempio i monaci sulla via dei precetti di Dio; percorse l’Europa per ristabilirvi la pace e l’unità e illuminò tutta la Chiesa con i suoi scritti e le sue ardenti esortazioni,
Giuseppe Makhluf, nacque nel villaggio di Biqa ’Kafra il più alto del Libano l'8 maggio 1828. Rimasto orfano del padre a tre anni, passò sotto la tutela dello zio paterno. A 14 anni già si ritirava in una grotta appena fuori del paese a pregare per ore (oggi è chiamata “la grotta del santo”).
Egli pur sentendo di essere chiamato alla vita monastica, non poté farlo prima dei 23 anni, vista l’opposizione dello zio, quindi nel 1851 entrò come novizio nel monastero di Annaya dell’Ordine Maronita Libanese. Cambiò il nome di battesimo Giuseppe in quello di Sarbel (Charbel) che è il nome di un martire antiocheno dell’epoca di Traiano.
Trascorso il primo anno di noviziato fu trasferito da Annaya al monastero di Maifuq per il secondo anno di studi. Emessi i voti solenni il 1° novembre 1853 fu mandato al Collegio di Kfifan dove insegnava anche Ni’matallah Kassab la cui Causa di beatificazione è in corso.
Nel 1859 fu ordinato sacerdote e rimandato nel monastero da Annaya dove stette per quindici anni; dietro sua richiesta ottenne di farsi eremita nel vicino eremo di Annaya, situato a 1400 m. sul livello del mare, dove si sottopose alle più dure mortificazioni.
Mentre celebrava la s. Messa in rito Siro-maronita, il 16 dicembre 1898, al momento della sollevazione dell’ostia consacrata e del calice con il vino e recitando la bellissima preghiera eucaristica, lo colse un colpo apoplettico; trasportato nella sua stanza vi passò otto giorni di sofferenze ed agonia finché il 24 dicembre lasciò questo mondo.
A partire da alcuni mesi dopo la morte si verificarono fenomeni straordinari sulla sua tomba, questa fu aperta e il corpo fu trovato intatto e morbido, rimesso in un’altra cassa fu collocato in una cappella appositamente preparata, e dato che il suo corpo emetteva del sudore rossastro, le vesti venivano cambiate due volte la settimana. Nel 1927, essendo iniziato il processo di beatificazione, la bara fu di nuovo sotterrata. Nel 1950 a febbraio, monaci e fedeli videro che dal muro del sepolcro stillava un liquido viscido, e supponendo un’infiltrazione d’acqua, davanti a tutta la Comunità monastica fu riaperto il sepolcro; la bara era intatta, il corpo era ancora morbido e conservava la temperatura dei corpi viventi. Il superiore con un amitto asciugò il sudore rossastro dal viso del beato Sarbel e il volto rimase impresso sul panno.
Sempre nel 1950 ad aprile le superiori autorità religiose con una apposita commissione di tre noti medici riaprirono la cassa e stabilirono che il liquido emanato dal corpo era lo stesso di quello analizzato nel 1899 e nel 1927. Fuori la folla implorava con preghiere la guarigione di infermi lì portati da parenti e fedeli ed infatti molte guarigioni istantanee ebbero luogo in quell’occasione. Si sentiva da più parti gridare Miracolo! Miracolo! Fra la folla vi era chi chiedeva la grazia anche non essendo cristiano o non cattolico.
Il papa Paolo VI il 5 dicembre 1965 lo beatificò davanti a tutti i Padri Conciliari durante il Concilio Ecumenico Vaticano II.
Oggi la Santa Chiesa festeggia san Benedetto, abate, patrono d'Europa. Nacque a Norcia nel 480 circa. Spinto dal desiderio di perfezione, si ritirò a Subiaco, conducendo vita eremitica. Nel 529 si trasferì a Montecassino, dove fondò il celebre monastero e scrisse la Regola. San Benedetto ebbe il merito di aver dato all'Occidente una nuova identità spirituale, culturale e sociale, dopo la caduta dell'Impero Romano. E' l'identità cristiana che ai nostri giorni si vorrebbe cancellare definitivamente. San Benedetto fu vero maestro di vita, non solo spirituale ma anche sociale. I monasteri che si ispirano alla sua Regola, ben presto, si trasformano in luoghi di grande fermento di vita. In essi si prega, si studia, si lavora, si accoglie. Vengono poste così le basi di quella che sarà la grande Europa unita che ebbe il suo massimo splendore nel Medio Evo.
La Santa Regola si ispira alle Sacre Scritture. Essa ci indica il cammino della vita, Ci mostra come la nostra esistenza possa essere vissuta in pienezza, solo ascoltando la Parola di Dio e mettendola in pratica. San Benedetto infatti scrive: 'Christo omnino nihil praeponant, quis nos pariter ad vitam aeternam perducat'. Nulla anteporre a Cristo!
Invito a chi passa di qua, a visitare il blog che ampiamente parla di spiritualità benedettina:
Francesco di Paola nacque il 27 marzo 1416, da una coppia di contadini calabresi, ormai avanti negli anni, che credevano di non poter avere più figli. Quando, però, venne alla luce inaspettatamente, lo chiamarono Francesco, in onore del Santo d'Assisi, a cui si erano rivolti per ottenere questa grazia. Cresciuto in una famiglia povera, di lavoratori della terra, ma di grande fede, Francesco, sin da bambino, dimostrò una spiccata sensibilità e una vera disposizione alle cose dello spirito. Ancora dodicenne frequentò, per circa un anno, il Convento dei Frati Minori di San Marco Argentano, un paesino a dodici miglia da Paola, durante il quale ebbe varie manifestazioni soprannaturali.
Ritornò in famiglia e con i suoi genitori volle andare in pellegrinaggio a Loreto, a Monte Cassino, per poi spingersi sino a Roma.
Si racconta che nella Città dei Papi, notando con quanto sfarzo conducevano la vita gli alti prelati,osò richiamare un cardinale, rinfacciandogli il lusso sfrenato che non si addiceva ad uomo di Chiesa.
Rientrato a Paola, suo paese, appena tredicenne, volle ritirarsi in una grotta e condurre vita eremitica.
La sua fama di solitario penitente che si nutriva di erbe e radici, si espanse per tutto il territorio calabrese. Molti giovani, incoraggiati dal suo esempio, lo imitarono e si unirono a lui.
Sorse così una numerosa comunità che venne chiamata degli 'Eremiti di San Francesco'. Man mano che la sua fama si diffondeva, il Nostro santo veniva chiamato da più località per far sorgere nuove comunità ispirate al suo carisma di povertà e austera vita di penitenza.
Volle spingersi anche in Sicilia. Per attraversare lo Stretto di Messina chiese ad un pescatore di Catona, un sobborgo vicino Reggio Calabria, di farlo traghettare con la sua barca. Al rifiuto del barcaiolo, Francesco, uomo d'immensa fede, non si scoraggiò. Stese il suo mantello sulle acque del mare e in compagnia di un suo confratello, attraversò lo Stretto. Pare che sia sbarcato nel punto in cui oggi si trova la Chiesa di Santa Maria dell'Arco, chiamata dai fedeli Chiesa di San Francesco di Paola.
A Milazzo fu accolto con segni di vivissimo giubilo. Intanto la sua opera si allargava e la sua notorietà arrivava sino a Roma alla corte papale. La gente accorreva per cercare nel santo aiuto e benedizioni.
Egli lottava e difendeva i poveri dai soprusi e dalle prepotenze dei potenti. La sua voce tonante in difesa dei derelitti fu ritenuta pericolosa dallo stesso Re di Napoli, Ferrante di Aragona. Pure Papa Paolo II intervenne. Inutili furono i tentativi di zittirlo.
Francesco era servo fedele della Chiesa e possedeva la forza e la saggezza dei santi. Diceva: 'A chi ama e serve Dio con sincerità tutto è possibile'. Nel 1471 Sisto IV, papa della Rovere, confermò la sua prima Regola. Questo stesso Pontefice, volle che si recasse in Francia per curare Re Luigi XI, affetto da grave malattia, e chiedeva il suo intervento di taumaturgo.
Francesco, da umile e sottomesso figlio della Chiesa, obbedì con molto dispiacere. Lasciò il suo paese, Paola, e i suoi confratelli ed intraprese il lungo viaggio per la terra francese.
Si fermò a Napoli, dove venne accolto da numerosa gente. Il Re Ferrante lo ricevette con molti onori e, gli offrì un vassoio pieno di monete d'oro. Francesco, con l'ardire ed il coraggio che gli venivano dalla sua santità, prese una di quelle monete e la spezzò. Ne uscì sangue: 'Questo è sangue dei tuoi sudditi che grida vendetta agli occhi di Dio'.
Soggiornò anche a Roma. Il Papa lo colmò di onori e gli propose di ordinarlo sacerdote. Francesco, umilmente, rifiutò, perchè similmente al Serafico d'Assisi, si sentiva indegno. In Francia Francesco beneficò e aiutò schiere di poveri. Operò un gran numero di miracoli. Re Luigi XI non guarì ma morì confortato e assistito dal Nostro Santo. Il nuovo Re Carlo VIII, non gli consentì di ritornare in Calabria. Lo tenne con sè come sapiente consigliere. A Parigi san Francesco completò la Regola del suo Ordine e volle che i suoi monaci si chiamassero 'Minimi'.
San Francesco morì il 2 aprile 1507 a Plessis, vicino la città di Tours, dove venne sepolto: era venerdi santo ed aveva novantuno anni.
Purtroppo, dopo cinquant'anni dalla sua sepoltura, gli Ugonotti, eretici calvinisti, profanarono la sua tomba e bruciarono il suo corpo incorrotto.
Il nome di San Francesco di Paola ebbe rapidamente una diffusione universale. Dopo appena dodici anni dalla sua morte, Papa Leone X lo elevò agli onori degli altari. Sorsero Chiese in suo onore in tutti i Paesi europei. A Messina è tutt'ora ricordato con devozione. Ancora oggi i pescatori e gli uomini di mare, lungo la riviera nord dello Stretto, lo chiamano 'u Santu Patri'. La sua immagine con il simbolo CHARITAS è venerata in molte case di barcaioli. Papa Pio XII nel marzo 1943, nel ricordo del suo prodigioso attraversamento dello Stretto di Messina, lo proclamava Celeste Patrono della gente di mare della Nazione italiana.
Il pellegrino che visita il Santuario del Santo, a Paola, potrà vedere l'affresco che illustra questo miracolo, nell'abside del Tempio. Pittori, scultori, musicisti nell'arco di cinquecento anni, hanno esaltato la figura di questo umile eremita calabrese.
Esiste pure una composizione per pianoforte del musicista ungherese F. Liszt:'San Francesco di Paola che cammina sulle onde'.
Nasce verso la fine del 1225 dalla famiglia dei Conti D'Aquino nel Castello di Roccasecca nei pressi di Frosinone. Ancora piccolo, a soli cinque anni viene mandato come 'oblato' all'Abbazia di Montecassino. Nel 1224 decide di entrare nell'Ordine dei Predicatori (Domenicani) di Napoli. Viene mandato a Colonia a studiare con San Leone Magno. A soli 27 anni insegna alla Sorbona di Parigi. Nel 1259 rientra in Italia per continuare ad insegnare. Muore a 49 anni il 7 marzo 1274. La memoria si celebra oggi per ricordare la traslazione del suo corpo a Tolosa nel 1369. Ebbe grandi doni mistici e visioni. Fu eccelso teologo e filosofo. Ci lascia innumerevoli e pregevoli scritti. Andate QUI per saperne di più.
DALLE 'CONFERENZE' DI SAN TOMMASO D'AQUINO
Fu necessario che il Figlio di Dio soffrisse per noi? Molto, e possiamo parlare di una duplice necessità: come rimedio contro il peccato e come esempio nell'agire. Fu anzitutto un rimedio, perchè è nella passione di Cristo che troviamo rimedio contro tutti i mali in cui possiamo incorrere per i nostri peccati.
Ma non minore è l'utilità che ci viene dal suo esempio. La passione di Cristo, infatti, è sufficiente per orientare tutta la nostra vita. Chiunque vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun esempio di virtù infatti è assente dalla croce. Se cerchi un esempio di carità, ricorda: " Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici " (Gv 15,13). Questo ha fatto Cristo sulla croce. E quindi, se egli ha dato la sua vita per noi, non ci deve essere pesante sostenere qualsiasi male per lui.
Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla croce. La pazienza infatti si giudica grande in due circostanze: o quando uno sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si potrebbero evitare, ma non si evitano. Ora Cristo ci ha dato sulla croce l'esempio dell'una e dell'altra cosa. Infatti "quando soffriva non minacciava" (1 Pt 2,23) e come un agnello fu condotto alla morte e non aprì la sua bocca(cfr At 8,32). Grande è dunque la pazienza di Cristo sulla croce: "Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia" (Eb 12,2).
Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il crocifisso: Dio, infatti, volle essere giudicato sotto Ponzio Pilato e morire.
Se cerchi un esempio di obbedienza, segui colui che si fece obbediente al Padre fino alla morte: "Come per la disobbedienza di uno solo, cioè di Adamo, tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti" (Rm 5,19).
Se cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene, segui colui che è il Re dei re e il Signore dei signori, "nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (Col 2,3). Egli è nudo sulla croce, schernito, sputacchiato, percosso, coronato di spine, abbeverato con aceto e fiele.
Non legare dunque il tuo cuore alle vesti ed alle ricchezze, perchè "si son divise tra loro le mie vesti" (Gv 19,24); non agli onori , perchè ho provato gli oltraggi e le battiture (cfr Is 53,4); non alle dignità, perchè intrecciata una corona di spine, la misero sul mio capo (cfr Mc 15,17); non ai piaceri , perchè "quando avevo sete mi han dato da bere aceto" (Sal 68,22).
PREGHIERA DI SAN TOMMASO
Signore, mio Dio, donami un cuore vigile, che nessun pensiero vano allontani da te; un cuore nobile che nessun attaccamento ambiguo degradi; un cuore retto che nessuna intenzione cattiva possa sviare; un cuore fermo che resista ad ogni avversità; un cuore libero che nessuna violenza possa soggiogare. Concedimi, Signore mio Dio, un'intelligenza che ti conosca, un amore che ti cerchi, una sapienza che ti trovi, una vita che ti piaccia, una perseveranza che ti attenda con fiducia, e la speranza di poterti finalmente abbracciare. Amen