MITTITE RETE ET INVENIETIS

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: " Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)

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mercoledì 5 aprile 2017

San Vincenzo Ferrer, sacerdote

Vicente Ferrer nasce il 23 gennaio del 1350 a Valencia (Spagna). Di nobile famiglia valenzana, studiò filosofia e a 17 anni entrò tra i domenicani: proseguì gli studi presso la casa di formazione del suo ordine a Barcellona, e poi a Lleida e a Tolosa, e dal 1385 insegnò teologia a Valencia. 
Nel 1379 conobbe il legato pontificio presso la corte di Pietro IV di Aragona, il cardinale Pedro de Luna, spinto dal quale divenne un sostenitore del papa avignonese, Clemente VII, che si opponeva ad Urbano VI.
Pedro de Luna, eletto Papa nel 1394 dai cardinali avignonesi col nome di Benedetto XIII, lo scelse come suo confessore personale e consigliere e lo nominò Penitenziere apostolico: per umiltà, rifiutò la nomina a cardinale offertagli dal papa.
Nel settembre del 1398, durante l'assedio di Carlo VI di Francia (che non aveva riconosciuto l'elezione di Benedetto XIII) ad Avignone, Vincenzo cadde malato: secondo una leggenda appartenente alla tradizione devozionale, sarebbe stato guarito miracolosamente da Gesù e dai santi Francesco e Domenico, che lo inviarono nel mondo a predicare, invitando i peccatori a convertirsi in attesa dell'imminente giudizio universale.
Ottenuto il permesso di lasciare la corte pontificia e ricevuto il titolo di legato a latere, trascorse i successivi vent'anni della sua vita come predicatore in giro per l'Europa occidentale, ma soprattutto in Spagna, ottenendo, grazie alla sua abilità oratoria, al tono apocalittico dei suoi sermoni e alla fama di taumaturgo, numerose conversioni, soprattutto di musulmani ed ebrei.
Si impegnò soprattutto per comporre lo scisma d'occidente, dapprima tentando una mediazione tra Gregorio XII e Benedetto XIII, poi cercando di convincere Benedetto a rinunciare alla tiara e, di fronte al suo rifiuto, cercando di sottrargli l'obbedienza della Spagna.
L'occasione gli si presentò nel 1412 quando, morto senza eredi Martino I di Aragona, fu tra i giudici incaricati di stabilire la successione al trono (compromesso di Caspe): il trono venne assegnato al candidato sostenuto da Vincenzo, Ferdinando I di Aragona (il "Giusto"), che nel Concilio di Costanza si batté per la fine dello scisma e riconobbe l'elezione al soglio pontificio di Martino V Colonna, mettendo fine ad ogni pretesa di Benedetto XIII.
Morì a Vannes il 5 aprile del 1419.
 

martedì 28 aprile 2015

San Luigi Maria Grignion De Montfort, sacerdote

Luigi Grignion nasce in una famiglia profondamente cattolica, il 31 gennaio 1673 a Montfort-la-Cane, in Bretagna, nella Francia nordoccidentale. Fin da bambino  manifesta una grande attenzione alla vita interiore ed una tenera devozione alla Santa Vergine, tale da fargli aggiungere il nome di Maria a quello di Luigi in occasione della Santa Cresima. Compie gli studi umanistici e filosofici presso i Gesuiti dove matura la vocazione sacerdotale. Nel 1692 si trasferisce a Parigi per studiare teologia alla Sorbona ed entra nel seminario di Saint-Sulpice, vivaio del clero di Francia, ove si distinguerà per il rigore ascetico e per i gesti di carità. Il 5 giugno 1700, a ventisette anni, riceve l’ordinazione sacerdotale e comincia a dedicarsi al riscatto spirituale del popolo, rianimandone la fede e difendendone la pietà contro gli attacchi degli innovatori in un'epoca dove sono in fermento le idee dei razionalisti e dei libertini, del deismo e del giansenismo, contro la fede e le tradizioni cattoliche. Nel 1701 viene nominato cappellano dell’ospedale di Poitiers. In seguito, dopo un pellegrinaggio a Roma, su suggerimento del Santo Padre Clemente XI, si dedica maggiormente alla predicazione, soprattutto nella nativa Bretagna e nella Vandea, ponendo le basi spirituali per l'azione contro-rivoluzionaria di quelle popolazioni investite dalla furia giacobina della rivoluzione francese. Le sue missioni sono caratterizzate dalla predicazione del catechismo e da grandi manifestazioni pubbliche di culto, soprattutto da solenni processioni, che culminano nella rinnovazione da parte dei partecipanti delle promesse battesimali e nell’innalzamento, in luogo eminente, della croce della missione. Allo scopo di perpetuare la sua opera Luigi Montfort fonda la Compagnia di Maria, una congregazione di sacerdoti, detti monfortani, votati unicamente alle missioni al popolo. Consumato dalle fatiche e dalle sofferenze muore il 28 aprile 1716. San Luigi Maria lascia diversi scritti il più conosciuto ormai in tutto il mondo è il 'Trattato della vera devozione a Maria' un concentrato di teologia ed altissima spiritualità di facile fruizione e meditazione.

mercoledì 18 febbraio 2015

Beato Angelico, frate domenicano

Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro, meglio conosciuto con il nome di beato Angelico, nasce a Vicchio di Mugello (Firenze) nel 1387. All'età di vent'anni, mentre ascoltava, in una notte di Natale, l'omelia del domenicano Fra Giovanni, decide di entrare nell'Ordine dei Predicatori a Fiesole. Era un giovane dotato di grande attitudine artistica, ma dal momento del suo ingresso in monastero decide di abbandonarla. I suoi confratelli però non sono dello stesso parere e lo incoraggiano a sviluppare i suoi talenti. Perciò, il priore gli ordina subito di ornare i ‘Libri delle ore’ della biblioteca conventuale. La sua vita, inizialmente tranquilla, viene alterata per tre volte dai trasferimenti di convento. Da buon domenicano, aveva un grande entusiasmo per l’opera di San Tommaso d’Aquino, la conosceva perfettamente, di essa nutriva la sua pietà e su di essa, inconsciamente, fondava le basi della sua opera futura. Nella 'Somma Teologica' scopriva la sua nuova ragion d’essere e il suo ideale artistico.
 
 'L’azione di santo e di artista del giovane si svolse mirabilmente nel clima di alta perfezione spirituale e intellettuale trovato nel chiostro. Le sante austerità, gli studi profondi, la perenne elevazione dell’anima a Dio, affinarono il suo spirito e gli aprirono orizzonti sconfinati. Così preparato, da buon Frate Predicatore, poté anch’egli dare agli altri il frutto della propria contemplazione e dar vita, col suo magico pennello, al più sacro dei poemi, narrando ai fratelli la divina storia della nostra salvezza. I suoi Crocifissi, le sue Madonne, i suoi Santi sono una predica che risuona nei secoli. Anima di una semplicità evangelica, seppe vivere col cuore in cielo, pur consacrandosi a un intenso lavoro'. (Franco Mariani).
 
'I frati trasbordavano di ammirazione. Uno di loro una volta disse: ‘Fra Giovanni non dipinge, prega’.
In effetti la sua arte era un cantico, una preghiera. Non prendeva mai i suoi pennelli senza invocare l’Onnipotente ed è in stato di grazia che collocava i suoi angeli nei giardini fioriti del Cielo. I suoi angeli musicanti erano così belli e talmente puri che la loro melodia sembrava diffondersi in note cristalline tra le arcate del convento, man mano che il pittore dava loro vita. Era allora che, ogni tanto, un anziano frate apriva la cella del pittore, guardava meravigliato e se ne andava senza fare rumore, nascosto dal suo cappuccio. E fu proprio questo ammiratore discreto e dimenticato che gli diede il nome glorioso: quello di Angelico. Un unico religioso, prima di lui, era stato degno di averlo: San Tommaso d’Aquino, la sua guida e il suo maestro. Da quel giorno in poi, Fra Angelico si meritò l’epiteto di "divino" e divenne il ‘San Tommaso’ della pittura'.(Plinio Correa de Oliveira)
Fra Giovanni ottenne da Roma la stima e l’amicizia del Santo Padre.  Recatosi a Roma, su invito di Papa Eugenio IV, dipinse nella Basilica di San Pietro e nei Palazzi Vaticani, e dal 1445 al 1449, per Papa Niccolò V la sua cappella privata e lo studio in Vaticano.
Era ancora a Roma quando l’ultima infermità lo sorprese nel convento dei Frati Predicatori di Santa Maria Sopra Minerva. La sera del 18 febbraio del 1485 i suoi occhi si chiusero al mondo per dischiudersi nella gloria di Dio capaci finalmente di ammirare la Bellezza che in terra aveva cercato ed immaginato. Papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1982 ha concesso il suo culto liturgico a tutto l’Ordine e il 18 febbraio 1984 lo ha proclamato Patrono Universale degli Artisti.
 
La leggenda narra che, nel momento della morte, una lacrima scivolò sul viso di tutti gli angeli dei suoi quadri, quegli angeli che egli aveva dipinto senza sapere che gli avrebbero portato l’aureola del suo inimitabile genio e della sua santità.
(Plinio Correa de Oliveira)
   
 
 
 

 

giovedì 2 maggio 2013

Sant'Antonino Pierozzi

 
Antonino Pierozzi nasce a Firenze nel 1389. In giovane età viene ricevuto nell’Ordine Domenicano  dal Beato Giovanni Dominici nel convento di Santa Maria Novella, proseguendo la sua preparazione a Cortona, dove ebbe come Maestro il Beato Lorenzo da Ripafratta, del quale fu degno discepolo. Antonino a quattordici anni, a causa del suo aspetto gracile, aveva destato qualche apprensione nel santo Priore, ma in quel fragile corpo c’era un’anima gigante. La sua vita fu intessuta di penitenza e di preghiera. Nello studio fu quello che si dice un “lavoratore”, e ne fanno fede le numerose opere di sommo valore che scrisse. Da Cortona passo al Convento di San Domenico a Fiesole, alle porte di Firenze. Venne ordinato sacerdote nel 1413, divenendo Vicario a Foligno. Dette vita al glorioso Convento di S. Marco e fu Priore a Fiesole, Siena, Cortona, Roma, S. Maria sopra Minerva a Roma, Napoli, portando ovunque quella fiamma di zelo che in lui, fu dolce e forte a un tempo. Papa Eugenio IV, nel 1446, lo nominò Arcivescovo di Firenze e per indurlo ad accettare gli dovette minacciare gravissime censure. Come era stato modello di religioso e di superiore, così fu specchio di Pastore. Indisse guerra inesorabile a tutti i vizi e a tutte le ingiustizie. Fu il Padre dei poveri e degli sventurati. Anche da Arcivescovo osservò le austere regole dell’Ordine, fino alla fine dei suoi giorni. Sul letto dell’agonia poté esclamare: “Servire Dio è regnare!”, e spirò fragrante di verginità e ricco di opere sante. Per la sua consumata prudenza fu chiamato Antonino dei Consigli. Morì il 2 maggio 1459. E’ stato proclamato Santo da Papa Adriano VI il 31 maggio 1523. E’ il Santo Titolare, assieme al Vescovo San Zanobi, dell’Arcidiocesi di Firenze. Dal 1589 il suo corpo, incorrotto, si venera nella Basilica Domenicana di San Marco a Firenze. Il Servo di Dio e Arcivescovo Domenicano, Mons. Pio Alberto Del Corona, durante l’ultima ricognizione del corpo, ha scambiato il suo pastorale con quello misero di legno, che il Santo aveva con se nell’urna. Tale Pastorale dal febbraio 2001 si trova esposto permanentemente nella cripta del monastero delle Suore Domenicane dello Spirito Santo a Firenze, in Via Bolognese, dove si trova, dal 1925 il corpo del Servo di Dio, di cui dal 1942 è aperto il processo di canonizzazione.
L'Ordine Domenicano lo ricorda il 10 maggio.
Autore: Franco Mariani

Oggi la Chiesa ricorda anche Sant'Atanasio

giovedì 21 febbraio 2013

San Pier Damiani

Pietro Damiani nacque a Ravenna nel 1007. La famiglia numerosa, che viveva nel disagio, aveva origini nobiliari. Il suo primo biografo, suo segretario e poi suo successore nel Priorato, san Giovanni di Lodi, narra che la madre, dandolo alla luce, non voleva neppure allattarlo. Rimasto, di lì a poco, orfano dei genitori, venne allevato da una sua sorella Rodelinda, e successivamente, adottato dal fratello maggiore Damiano, arciprete, del quale assunse il nome, che, col tempo, divenne Pier Damiani. Studiò a Faenza e a Parma, con profitto e dedizione, tanto che  a venticinque anni era già apprezzato e bravo insegnante. Era pure conosciuto come 'uno dei migliori latinisti del suo tempo'. Ebbe successo, ma forse, ricordandosi delle peripezie della sua infanzia, a 27 anni sente forte il desiderio di dedicarsi alla vita contemplativa. Entra, deciso, nell'Eremo di Fonte Avellana, nelle marche, dove ancora aleggiava lo spirito di san Romualdo, la cui santità di vita fu, per lui, perenne fonte di emulazione. Vi soggiornavano, in quel monastero, una ventina di eremiti, dediti alla preghiera ed alla meditazione. Il suo ascetismo , la sua mortificazione ed il suo austero comportamento, indussero i suoi confratelli a volerlo come guida spirituale e poi come Priore nel 1043. Sotto la sua direzione l'eremo si espande, creando nuove case nelle Marche, in Umbria ed in altre regioni limitrofe.  Il secolo in cui visse san Pier Damiani era tempo di lotte per le investiture e di conflitto tra Papato ed Impero. Nel 1057aveva appena finito di scrivere la 'Regula vitae eremiticae', il Papa Stefano IX (Federico di Lorena) chiese e volle che Pier Damiani gli fosse vicino per aiutarlo a riformare la Chiesa, estirpando il male dei vescovi simoniaci e la piaga dei preti concubini (nicolaiti). Lo nominò, pertanto, vescovo di Ostia e cardinale, arrivando perfino a minacciarlo di scomunica se non avesse accettato il porporato. Costretto così a lasciare la vita di solitudine d i Fonte Avellana, si trasferì  Roma, ove conobbe il monaco Ildebrando di Soana, divenuto poi Papa con il nome di Gregorio  VII. Gli incarichi lo assillavano: intraprende nel 1059 un viaggio a Milano per pacificare il clero in preda agli scontri tra il movimento dei Patarini contro quello dei Nicolaiti. Portò la pace, anche se durò pochi anni, mentre persisteva tra i Papi e l'impero una non facile convivenza. Stanco, san Pier Damiani, dal Papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nel 1062 il permesso di rientrare a Fonte Avellana, ansioso com'era di riprendere la vita di preghiera e di austerità. Rinuncia al vescovato di Ostia. Nella quiete del suo eremo scrive la 'De Sancta Semplicitate', la 'Vita beati Romualdi', il 'Liber Gratissimus' contro la simonia, il 'Liber Gommorrhianus' per i peccati contro natura. In difesa della legittimità dell'elezione di Papa Alessandro II scrive la 'Disceptatio Synodalis'.
Spesso, purtroppo, deve lasciare il monastero per risolvere questioni anche delicate , come quella nel 1069, di far recedere Enrico IV dal proposito di divorziare da Bertha di Savoia. Nel 1072 si reca a Ravenna per portare la pace: il vescovo della sua città natale, aveva provocato l'interdetto del Papa sulla sessa per aver riconosciuto l'antipapa Onorio II. Durante il rientro, però, mal ridotto in salute, si ferma a Faenza nel monastero dei benedettini di Santa Maria foris portam (oggi Santa Maria vecchia).
Muore nella notte tra il 22 e il 23 febbraio1072: aveva 67 anni.
Le sue spoglie riposano nella Cattedrale di Faenza. Venerato subito come santo, ebbe riconosciuto il suo culto ufficialmente e venne proclamato anche Dottore della Chiesa, per i suoi numerosi scritti di contenuto teologico, da Papa Leone XII nel 1828.
 
Per gentile concessione dell'amico Giovanni Mangano

lunedì 18 febbraio 2013

Santa Gertrude Comensoli, monaca

 
Caterina nasce  a Bienno in provincia di Brescia, da famiglia povera  il 18 gennaio 1847.  Vive un’infanzia serena in famiglia e con le amiche, frequenta la scuola elementare del paese. Papà Carlo è fucinaro e la mamma Anna Maria Milesi è sarta. Svela fin da bambina la sua sensibilità eucaristica; impaziente di ricevere Gesù, a 6 anni, un mattino, al suon dell’Ave Maria, entra nella chiesina dove si celebra la “Messa prima” e accostatasi alla balaustra tra la gente, riceve la sua Comunione “segreta”. Nel 1867 si consacra nella Compagnia di Sant’Angela Merici.
Ammalatosi il padre nel 1869, per portare aiuto alla famiglia è disposta a lasciare Bienno. La superiora di Brescia, Maddalena Girelli, la indirizza a Chiari (BS) in qualità di domestica, nella rinomata e numerosa famiglia di don Giovanni Battista Rota, che ha ben 3 sorelle appartenenti alla Compagnia di santa Angela.
Nel 1874 la mamma la prega di recarsi a Milano dai conti Vitali Fè residenti a Milano nel Palazzo di Corso Venezia 36, nei ruoli di dama di compagnia e di cura dei due figlioletti maschi: Bartolomeo e Giulio. Caterina si occupa di Bartolomeo fino all’età scolare, Giulio muore a pochi mesi; segue la contessa Ippolita nei suoi movimenti e nei suoi viaggi: Milano, Brescia, Bergamo, San Gervasio d’Adda e in diverse località termali. Rimane a servizio tra Milano e San Gervasio per 8 anni.
Fattasi ormai donna saggia, ricca di capacità umane e di sensibilità interiori, portata a una spiritualità profonda e a una crescente attenzione alle necessità educative delle giovinette, ai poveri e ai malati, matura sempre più in lei l’ideale di fondare un Istituto dedito all’Adorazione e all’Educazione dei piccoli e dei giovani, che si concretizza con l’incontro a Bergamo del sacerdote don Francesco Spinelli. Dal 1879 al 1882 il progetto che delinea con don Francesco, si precisa e, dopo essere stato sottoposto al vescovo di Bergamo mons. Gaetano Camillo Guindani, l’Istituto si fonda il 15 dicembre 1882. In città e in diocesi l’iniziativa è ben accolta, perché è l’unica sul territorio bergamasco con lo scopo primario dell’Adorazione perpetua. La Casa Madre è in Bergamo, ma altre case si aprono, vivente la Fondatrice, in Lombardia e nel Veneto.
Un crollo finanziario sembra portare tutto alla rovina, ma Santa Geltrude, dopo un fugace smarrimento, lo considera una prova richiesta dal Signore e reagisce con forte fede e tenacia, fiduciosa nella Divina Provvidenza, sebbene debba rifugiarsi a Lodi con le suore che le restano vicino nel dolore, nella pazienza e nella speranza della ricostruzione. Tuttavia si sottopone totalmente alla Volontà di Dio “Fate quello che piace a Voi mio Dio, purché restate glorificato eleggo di soffrire qualunque pena. La vostra volontà, non la mia, non cerco me, no, [cerco] la pura gloria del mio Dio;… Amen Fiat”. (Gli Scritti, p. 58, Brescia 1981)
Rinasce l’Istituto rigoglioso e vivo come un tenero albero, che ha trovato le sue radici nel terreno ubertoso della preghiera, della sofferenza, della fede e dell’umiltà; rinasce grazie all’energia e all’equilibrio di Santa Geltrude, delle suore che hanno collaborato con tutte le forze e con tutto l’amore di cui erano capaci per la realizzazione di un sogno che ormai era diventato comune; rinasce grazie al concreto e premuroso sostegno del vescovo di Lodi mons. Giovanni Battista Rota, di Chiari, nella cui famiglia la Comensoli era stata domestica per 5 anni; rinasce grazie al vescovo di Bergamo mons. G.C. Guindani, che nel 1889 raccomanda con premura le Suore Sacramentine a mons. Rota, il quale viene alla determinazione di riconoscere, con decreto 8 settembre 1891, l’Istituto delle Suore Sacramentine di Bergamo, canonicamente eretto in Lodi con Casa Madre temporanea in Lavagna di Comazzo.
La finalità dell’Istituto è duplice: “Adorare Gesù in Sacramento e Attendere ad opere di carità verso il prossimo a seconda delle disposizioni della Divina Provvidenza, avendo di mira specialmente l’educar la gioventù”. Nel 1892 la Comensoli riconquista, sia pur in affitto, la prima casa di Bergamo e ritorna, dopo due anni, con le suore all’amata Casa Madre, culla della Congregazione alla quale dà un impulso decisivo e vitale.
Santa Geltrude lascia aperte 16 case prima della sua morte e l’Istituto con 179 suore; assistono: le operaie nei convitti, nelle filande, nelle tessiture e altri laboratori, le orfane, le ragazze coatte minorenni, le studenti nei pensionati, gli anziani nei ricoveri, i malati di pellagra e le cucine economiche, insegnano il ricamo in oro. Inoltre operano nelle parrocchie e negli oratori, aprono scuole di studio e di lavoro, doposcuola, insegnano in diverse scuole comunali.
Santa Geltrude vede il primo riconoscimento pontificio dell’Istituto nel Decreto di Lode dell’11 aprile 1900 promulgato da Leone XIII.
L’opera di Dio è compiuta!
Santa Geltrude ormai ha dato tutte le garanzie di continuità per l’Adorazione pubblica perpetua a Gesù Sacramentato, ha trasfuso nelle suore il prezioso patrimonio spirituale di preghiera, di umiltà e di carità soprattutto verso i poveri quindi può andare incontro al suo sposo Gesù.
A mezzogiorno del 18 febbraio 1903, piegando il capo verso la finestrella per un ultimo sguardo a Gesù Esposto, muore. Ha solo 56 anni.
Il Decreto del riconoscimento pontificio dell’Istituto avviene nel 1906 e quello delle Costituzioni nel 1910, entrambi emanati da Papa Pio X, che Santa Geltrude aveva conosciuto quando era arcivescovo di Venezia.
Nel mondo, presenti saranno “sempre” le Suore Sacramentine, che con gioia e “brio” prolungano il Carisma di santa Geltrude nell’Adorazione del Mistero Eucaristico e s’impegnano a farlo conoscere ed amare
L’Istituto è presente in tutta l’Italia 1882, in Brasile 1946, in Malawi 1976, in Ecuador 1987, in Kenya 1991, in Bolivia 2005, in Croazia 2006. Nel 1939/1940 le Suore Sacramentine raggiunsero anche l’Etiopia e la Cina, ma in seguito a rivolgimenti politici, le Suore furono internate in “campi” maltrattate e derise e poi espulse nel 1943 dall’Etiopia e nel 1951 dalla Cina.
“Gesù, amarti e farti amare” è stato il desiderio di tutta la vita di santa Geltrude e l’Eredità Spirituale lasciata a tutte le Suore Sacramentine e a tutti gli uomini di buona volontà nel mondo.
E’ stata dichiarata Venerabile, per l’Eroicità delle Virtù, da Papa Giovanni XXIII il 26 aprile 1961.
E’ stata proclamata Beata da Papa Giovanni Paolo II l’1 ottobre 1989.
E’ stata proclamata Santa da Papa Benedetto XVI il 26 aprile 2009.                                  
 


Autore:

Sr Rosetta Morelli



Fonte:

Archivio Storico Suore Sacramentine di Bergamo

giovedì 4 ottobre 2012

San Francesco d'Assisi

Giovanni di Bernardone nasce ad Assisi nel 1182 da Pietro, ricco mercante di stoffe e Giovanna 'la Pica' di origine provenzale, di nobile famiglia e molto religiosa. In onore di Gesù, nato in una stalla, Giovanni viene partorito in una stalla improvvisata al pianterreno della casa. La madre lo chiama Giovanni in onore di san Giovanni il Battista, ma il padre assente alla nascita per un viaggio d'affari, al suo ritorno gli aggiungerà anche il nome di Francesco. Dopo una giovinezza allegra e spensierata trascorsa tra feste, balli ed allegre brigate, dopo aver partecipato alla guerra tra Perugia ed Assisi nel 1203 ed essere stato prigioniero per un anno intero, Francesco cambia vita, avvertendo nel cuore il grande desiderio di servire il Signore, dedicandosi ad una vita d'intensa meditazione e pietà, al servizio dei poveri e dei lebbrosi. Nel 1205 il Signore gli parla mentre era assorto in preghiera nella chiesetta di San Damiano. Francesco continua a vestire i panni del penitente ed occuparsi dei più deboli fino al 1208 anno in cui comprende appieno il significato delle parole del Signore rivoltegli presso san Damiano tre anni prima, di riparare la sua Chiesa. Così dismessi i panni del penitente, comincia la sua missione apostolica. Man mano si uniscono a lui tanti uomini desiderosi di imitarlo nel suo cammino di fede: nasce così l'Ordine dei Frati Minori. Anche una donna, Chiara, della nobile famiglia degli Affreduccio, subisce il fascino di questo umile fraticello, fino a scappare di casa manifestando a Francesco il desiderio di consacrarsi al Signore e servirlo nell'umiltà e nella povertà più assoluta. A Chiara si uniscono altre giovani fanciulle che porteranno alla nascita del ramo femminile dell'Opera di Francesco: 'le povere donne recluse di san Damiano', che presero il nome di Clarisse dopo la morte di Chiara, loro abbadessa. 
Francesco, nell'estate del 1224, minato nel fisico per le malattie, per le fatiche, i continui spostamenti e digiuni, è costretto a distaccarsi dal mondo e dal governo dell'Ordine.
Si ritira sul Monte della Verna nel Casentino, insieme ad alcuni dei suoi primi compagni, per celebrare con il digiuno e intensa partecipazione alla Passione di Cristo, la “Quaresima di San Michele Arcangelo”.
La mattina del 14 settembre, festa dell' Esaltazione della Santa Croce, mentre prega vede scendere dal cielo un serafino con sei ali di fiamma e di luce, che gli si avvicina in volo rimanendo sospeso nell'aria.
Fra le ali del serafino, Francesco vede lampeggiare la figura di un uomo con mani e piedi distesi e inchiodati ad una croce; quando la visione scompare lascia nel cuore di Francesco un ammirabile ardore e nella carne i segni della crocifissione.
Disceso dalla Verna, visibilmente dolorante e trasformato, torna ad Assisi; Francesco è prostrato da varie malattie, allo stomaco, alla milza e al fegato, ha frequenti emottisi e soffre anche di una incipiente cecità; nell'estate del 1226 si aggiunge anche una severa idropisia. Muore il 3 ottobre 1226 a 45 anni. Il 16 luglio 1228, papa Gregorio IX a meno di due anni dalla morte, proclama santo il Poverello d'Assisi, alla presenza della madre madonna Pica, del fratello Angelo e altri parenti, del vescovo Guido di Assisi, di numerosi cardinali e vescovi e di una folla di popolo mai vista, fissandone la festa al 4 ottobre.
Il 18 giugno 1939 Papa Pio XII lo proclama patrono d'Italia.
  
   

lunedì 20 agosto 2012

San Bernardo, abate


Nasce a Digione (Francia)nel 1090. A 22 anni entra nel Monastero di Citeaux, fondato da Roberto di Molesmes, padre dell'Ordine Cistercense. A 25 anni viene inviato a Clairveuax, per fondare un nuovo Monastero. In esso vi entra con 30 compagni, suoi parenti e ne diventa il primo abate. Ai suoi monaci chiede lavoro e preghiera. Egli stesso si sottopone alle dure regole della vita ascetica  con digiuni, sacrifici, preghiere. Studia e scrive lettere, sermoni e trattati. Muore nel suo Monastero il 20 agosto 1153 per un tumore allo stomaco. San Bernardo è Dottore della Chiesa. In vita  operò numerose guarigioni ed esorcismi. Il Papa Pio XII gli dedicò una Enciclica dal titolo Doctor Mellifluus, in cui ne illustra il suo pensiero mariano.  e con la vita, la dottrina e l’esempio i monaci sulla via dei precetti di Dio; percorse l’Europa per ristabilirvi la pace e l’unità e illuminò tutta la Chiesa con i suoi scritti e le sue ardenti esortazioni,iresse sapientemente con la vita, la dottrina e l’esempio i monaci sulla via dei precetti di Dio; percorse l’Europa per ristabilirvi la pace e l’unità e illuminò tutta la Chiesa con i suoi scritti e le sue ardenti esortazioni, diresse sapientemente con la vita, la dottrina e l’esempio i monaci sulla via dei precetti di Dio; percorse l’Europa per ristabilirvi la pace e l’unità e illuminò tutta la Chiesa con i suoi scritti e le sue ardenti esortazioni, 

mercoledì 15 agosto 2012

Assunzione della Beata Vergine Maria

 


"Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile alta più che creatura,
termine fisso d'eterno consiglio,
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l'amore
per lo cui caldo ne l'eterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se'a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra i mortali,
se' di speranza fontana vivace.
Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol gazia ed a te non ricorre,
sua disianza vuol volar senz'ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.
in te misericorda, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate".
(Dante Alighieri)


 
L'Assunzione della Vergine Maria al Cielo è la più antica festa mariana sia in Occidente che in Oriente. Papa Pio XII proclamò solennemente come dogma (1 novembre 1950) ciò che da secoli il popolo cristiano celebrava con la certezza della fede e la viva e profonda devozione verso la Madre del Signore. Ecco cosa scrive nella Costituzione Apostolica
"Munificentissimus Deus" :

"I santi padri e i grandi dottori nelle omelie e nei discorsi, rivolti al popolo in occasione della festa odierna, parlavano dell'Assunzione della Madre di Dio come di una dottrina già viva nella coscienza dei fedeli e da essi già professata; ne spiegavano ampiamente il significato, ne precisavano e ne approfondivano il contenuto, ne mostravano le grandi ragioni teologiche. Essi mettevano particolarmente in evidenza che oggetto della festa non era unicamente il fatto che le spoglie mortali della beata Vergine Maria fossero state preservate dalla corruzione, ma anche il suo trionfo sulla morte e la sua celeste glorificazione, perchè la Madre ricopiasse il modello, imitasse cioè il suo figlio unico, Cristo Gesù. San Giovanni Damasceno, che distingue fra tutti come teste esimio di questa tradizione, considerando l'Assunzione corporea della grande Madre di Dio nella luce degli altri suoi privilegi, esclama con vigorosa eloquenza: "Colei che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, doveva anche conservare senza alcuna corruzione il suo corpo dopo la morte. Colei, che aveva portato nel suo seno il Creatore, fatto bambino, doveva abitare nei tabernacoli divini. Colei, che fu data in sposa dal Padre, non poteva che trovar dimora nelle sedi celesti. Doveva contemplare il suo Figlio nella gloria alla destra del Padre, lei che lo aveva visto sulla croce, lei che preservata dal dolore, quando lo diede alla luce, fu trapassata dalla spada del dolore quando lo vide morire. Era giusto che la Madre di Dio possedesse ciò che appartiene al Figlio, e che fosse onorata da tutte le creature come Madre ed ancella di Dio. "
San Germano di Costantinopoli pensava che l'incorruzione e l'assunzione al cielo del corpo della Vergine Madre di Dio, non solo convenivano alla sua divina maternità, ma anche alla speciale santità del suo corpo verginale. (....) Per questo non poteva conoscere il disfacimento del sepolcro, ma, pur conservando le sue fattezze naturali, doveva trasfigurarsi in luce di incorrutibilità, entrare in una esistenza nuova e gloriosa, godere della piena liberazione e della vita perfetta. "
Un altro scrittore antico afferma: " Cristo, nostro salvatore e Dio, donatore della vita e dell'immortalità, fu lui a restituire la vita alla Madre. Fu lui a rendere colei, che l'aveva generato, uguale a se stesso nell'incorruttibilità del corpo, e per sempre. Fu lui a risuscitarla dalla morte e ad accoglierla accanto a sè, attraverso una via che a lui solo è nota. "
Tutte queste considerazioni e motivazioni dei santi padri, come pure quelle dei teologi sul medesimo tema, hanno come ultimo fondamento la Sacra Scrittura. Effettivamente la Bibbia ci presenta la Santa Madre di Dio strettamente unita al suo Figlio Divino e sempre a lui solidale, e compartecipe della sua condizione. Per quanto riguarda la Tradizione, poi, non va dimenticato che fin dal secondo secolo la Vergine Maria viene presentata dai santi padri cone la novella Eva, intimamente unita al novello Adamo, sebbene a lui soggetta. Madre e Figlio appaiono sempre associati nella lotta contro il nemico infernale; lotta che, come era stato preannunziato nel protovangelo (cfr. Gn 3,15), si sarebbe conclusa con la pienissima vittoria sul peccato e sulla morte, su quei nemici, cioè, che l'Apostolo delle genti presenta come congiunti (cfr. Rm capp. 5 e 6; 1 Cor 15, 21-26; 54-57). Come dunque la gloriosa resurrezione di Cristo fu parte essenziale e il segno finale di questa vittoria, così anche per Maria la comune lotta si doveva concludere con la glorificazione del suo corpo verginale, secondo le affermazioni dell'Apostolo: " Quando questo corpo corrutibile si sarà rivestito di incorrutibilità e questo corpo mortale di immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria ". (1 Cor 15, 54; cfr. Os 13,14).
In tal modo l'augusta Madre di Dio, arcanamente unita a Gesù Cristo fin da tutta l'eternità, "con uno stesso decreto" di predestinazione, immacolata nella sua concezione, vergine illibata nella divina maternità, generosa compagna del divino Redentore, vittorioso sul peccato e sulla morte, alla fine ottenne di coronare le sue grandezze, superando la corruzione del sepolcro. Vinse la morte, come già il suo figlio, e fu innalzata in anima e corpo alla gloria del cielo, dove risplende Regina alla destra del Figlio suo, Re immortale dei secoli.



martedì 31 luglio 2012

Sant' Ignazio di Loyola


Iñigo Lopez de Loyola nasce ad Azpeitia un paese basco (Spagna) nel 1491, settimo ed ultimo figlio maschio di Beltran Ibañez de Oñaz e di Marina Sanchez de Licona, genitori appartenenti al casato dei Loyola, uno dei più potenti della provincia di Guipúzcoa, che possedevano una fortezza padronale con vasti campi, prati e ferriere.
Iñigo perde la madre subito dopo la nascita, ed è destinato alla carriera sacerdotale secondo il modo di pensare dell’epoca, nell’infanzia riceve per questo anche la tonsura.
Ma il rampollo più piccolo dei Loyola non è incline alla vita religiosa, è di carattere esuberante e focoso e preferisce la vita del cavaliere, imitando due suoi fratelli. Il padre prima di morire, nel 1506 lo manda ad Arévalo in Castiglia, da don Juan Velázquez de Cuellar, ministro dei Beni del re Ferdinando il Cattolico, affinché riceva un’educazione adeguata; accompagna don Juan come paggio, nelle cittadine dove si trasferisce la corte allora itinerante, acquisendo buone maniere che tanto influiranno sulla sua futura opera. 
Nel 1515 Iñigo viene accusato di eccessi d’esuberanza e di misfatti accaduti durante il carnevale ad Azpeitia e insieme al fratello don Piero, subisce un processo che non sfocia in sentenza, forse per l’intervento di alti personaggi; questo per comprendere che era di temperamento focoso, corteggiava le dame, si divertiva come i cavalieri dell’epoca.
Morto nel 1517 don Velázquez, il giovane Iñigo si trasferisce presso don Antonio Manrique, duca di Najera e viceré di Navarra, al cui servizio si trova a combattere varie volte, fra cui nell’assedio del castello di Pamplona ad opera dei francesi; il 20 maggio 1521, quando una palla di cannone degli assedianti lo ferisce ad una gamba.
Trasportato nella sua casa di Loyola, subisce due dolorose operazioni alla gamba, che comunque rimase più corta dell’altra, costringendolo a zoppicare per tutta la vita.
La convalescenza è lunga, dolorosa e noiosa. Non trovando in casa libri a lui graditi legge una Vita di Gesù e un Leggendario di Santi, che gli illuminano la mente e l'anima. Così nel 1522 parte per Barcellona, si ferma nell'Abbazia benedettina di Monserrat, dove lascia i vestiti di cavaliere e le armi, veste un saio e fa voto di castità, cominciando una vita di preghiera e di penitenza. Un’epidemia di peste gli impedisce di raggiungere Barcellona che ne era colpita, per cui si ferma nella cittadina di Manresa e per più di un anno conduce vita di preghiera e di penitenza; qui, vivendo poveramente presso il fiume Cardoner, riceve una grande illuminazione sulla possibilità di fondare una Compagnia di consacrati.
In una grotta dei dintorni, in piena solitudine prese a scrivere una serie di meditazioni e di norme, che successivamente rielaborate formarono i celebri “Esercizi Spirituali”, i quali costituiscono ancora oggi, la vera fonte di energia dei Gesuiti e dei loro allievi.

Nel 1523 a Barcellona, Iñigo di Loyola, invece di imbarcarsi per Gerusalemme parte per Gaeta e da qui arriva a Roma. Da Venezia s'imbarca per la Terrasanta, dove vorrebbe rimanere per sempre, ma il Superiore dei Francescani, responsabile apostolico dei Luoghi Santi, glielo proibisce e quindi Ignazio ritorna nel 1524 in Spagna.
Intuisce che per svolgere adeguatamente l’apostolato, occorre approfondire le sue scarse conoscenze teologiche, cominciando dalla base e a 33 anni prende a studiare grammatica latina a Barcellona e poi gli studi universitari ad Alcalà e a Salamanca.
Per delle incomprensioni ed equivoci, non completa gli studi in Spagna, per cui nel 1528 si trasferisce a Parigi rimanendovi fino al 1535, ottenendo il dottorato in filosofia
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Nel 1537 si trasferisce in Italia e viene ordinato sacerdote. Il 27 settembre 1540 viene approvata la Congregazione da lui fondata, la 'Compagnia di Gesù'. L’8 aprile 1541 Ignazio viene eletto Preposito Generale e il 22 aprile fa, con i suoi sei compagni, la professione nella Basilica di S. Paolo; nel 1544 padre Ignazio, divenuto l’apostolo di Roma, prende a redigere le “Costituzioni” del suo Ordine, completate nel 1550, mentre i suoi figli si sparpagliavano per il mondo.
Rimasto a Roma per volere del papa, coordina l’attività dell’Ordine, nonostante soffra di dolori lancinanti allo stomaco, dovuti ad una calcolosi biliare e a una cirrosi epatica mal curate, limita a quattro ore il sonno per adempiere a tutti i suoi impegni e per dedicarsi alla preghiera e alla celebrazione della Messa.
Il male, però, è progressivo limitandolo man mano nelle attività, finché il 31 luglio 1556, il soldato di Cristo, muore il 31 luglio 1556 in una modestissima camera della Casa situata vicina alla Cappella di Santa Maria della Strada a Roma.
Proclamato beato il 27 luglio 1609 da papa Paolo V e santo il 12 marzo 1622 da papa Gregorio XV. 
La sua vita fu spesa per Dio e per la sua maggior gloria (ad majorem Dei gloriam).

sabato 7 luglio 2012

Beato Oddino Barotti

Oddino di nobile famiglia, nasce a Fossano in provincia di Cuneo, il 7 luglio 1344, nella odierna via Garibaldi nr 5, da Giacomo e Caterina. A 20 anni diviene canonico della Collegiata di Santa Maria e San Giovenale, ancora prima di essere ordinato sacerdote. La Collegiata diventerà Cattedrale con la creazione della Diocesi di Fossano nel 1582. A 24 anni viene ordinato sacerdote e assegnato alla parrocchia di san Giovanni. Dopo qualche tempo, essendo resasi vacante la dignità di prevosto della Collegiata viene scelto per ricoprire l'incarico di prevosto, ma dopo un pò di tempo Oddino decide di partire per la Terra Santa, in pellegrinaggio. Il viaggio ebbe a protrarsi ben oltre il previsto perché Oddino fu imprigionato dai Turchi e soffrì non poche sofferenze. Liberato torna a Fossano. Moltiplica le preghiere, le penitenze, le mortificazioni e le opere di carità. Il suo ideale francescano (diventerà anche terziario) lo spinge a vivere la povertà e la carità fino all'estrema rinuncia  delle sue necessità primarie.  Trascorre lunghe ore in meditazione davanti al crocifisso, vive poveramente, privandosi anche del necessario. Mangia pochissimo, lo stretto necessario per sopravvivere: un pò di pane e qualche verdura; si occupa dei malati (getta le basi per la costruzione dell'ospedale), dei bisognosi, dei poveri, costruisce un ospedaletto per i lebbrosi. Nel 1395 viene chiamato di nuovo a ricoprire l'incarico di prevosto della Collegiata, e trovandola in cattivo stato, si occupa di farla restaurare. Durante questi lavori i suoi contemporanei sono spettatori di cose prodigiose: il muratore che cade dall’impalcatura della torre campanaria ed è dato per morto, si alza senza un graffio e torna subito al lavoro non appena egli lo prende per mano; il carro stracarico, sprofondato nella melma, riparte dopo una sua semplice benedizione.  Oddino è l'orgoglio di tutti i suoi concittadini, non si risparmia fatiche e preghiere per venire incontro ad ogni necessità e bisogno. Sul finire del 1399, proprio quando in città la peste miete numerose vittime, Oddino si prodiga nell'assistere gli appestati restandone contagiato. Così, il 7 luglio del 1400, muore di peste all'età di 56 anni. Oddino viene sepolto nella Collegiata, presso il primo altare di sinistra, dove ancora oggi possiamo sostare in preghiera davanti alla sua urna, dove incorrotto attende la risurrezione del corpo. Papa Pio VII lo proclamerà beato nel 1808.   


Entrambi gli affreschi che raffigurano il beato Oddino si possono ammirare nella cattedrale di Fossano.  

venerdì 22 giugno 2012

Santi John Fisher e Thomas More, martiri




John Fisher nasce a Beverly (Yorkshire-Inghilterra)nel 1469. Ordinato sacerdote nel 1491, viene nominato cancelliere dell'Università di Cambridge e nel 1514 Vescovo di Rochester. John Fisher è teologo ed umanista di grande cultura, scrive diversi sermoni dottrinali e libri tra cui il 'De veritate corporis et sanguinis Christi in Eucharistia' nel 1522 per arginare l'avanzata luterana in Inghilterra e difendere la Chiesa di Roma. In quegli anni il Re d'Inghilterra è Enrico VIII che, ancora cattolico, si assurge a 'defensor fidei', fino al momento in cui deciderà di divorziare da Caterina d'Aragona per sposare Anna Bolena. Così scoppia un conflitto tra il Re e la Chiesa d'Inghilterra. John Fisher si rifiuta di firmare l'Atto di Supremazia redatto dal Re, che impone la totale sottomissione del clero alla Corona. Così, in seguito all'approvazione da parte di un Parlamento alquanto intimorito, dell' Atto di Tradimento il santo Vescovo viene imprigionato nell'estate del 1535 nella Torre di Londra, in attesa della condanna a morte. Il Papa Paolo III nel vano tentativo di salvarlo lo nomina cardinale di Santa Romana Chiesa. Viene decapitato il 22 giugno 1535 dopo aver rifiutato per tre volte di accettare l'Atto di Supremazia in totale sottomissione alla Corona. La sua testa viene esposta in pubblico all’ingresso del Ponte sul Tamigi. Quindici giorni dopo uno dei carnefici la butterà nel fiume, per fare posto alla testa di Thommas More che ha condiviso con John Fisher insieme ad una grande amicizia anche la fede ed infine il martirio.

Thomas More, nasce il 7 febbraio 1477 a Londra. In gioventù avrebbe voluto consacrarsi totalmente a Dio in un monastero certosino; intraprende invece la carriera legale, toccando l’apice della notorietà con la nomina a Cancelliere d’Inghilterra nel 1529. Si sposa con Jane Colt dalla quale avrà quattro figli. E' un avvocato, scrittore, uomo politico di grande spessore e notorietà. Scrive diverse opere, ma viene soprattutto ricordato per il suo saggio 'L'Utopia', in cui descrive un'isola immaginaria dotata di una società ideale, governata dalla giustizia e dalla libertà. E’ un umanista che porta il cilicio, che studia i Padri della Chiesa e vive la fede con fermezza, coerenza e gioia: si alza alle due del mattino per pregare e studiare fino alle sette, poi si reca a Messa. Neppure una convocazione del re interrompe i suoi pii esercizi.
Quando Lutero inizia la sua lotta contro Roma, il re Enrico VIII d’Inghilterra scrive un trattato in difesa della dottrina cattolica sui sacramenti, ricevendo lodi da papa Leone X e accuse da Lutero. A queste risponde Tommaso Moro, che Re Enrico stima per la cultura e l’integrità. Spesso lo consulta, gli affida missioni importanti all’estero e nel 1529 lo nomina Lord Cancelliere, al vertice dell’ordinamento giudiziario. Un posto di primissima importanza, ma molto pericoloso.
Anche Sir Thomas More, come il suo amico il Vescovo John Fisher, non si sottomette all'Atto di Supremazia del Re, con il quale egli stesso si autoproclama Capo della Chiesa d'inghilterra. La fede vieta a Thomas More di accettare il divorzio del Re e la sua supremazia nelle cose della fede. La sua fedeltà al Papa, la sua coerenza ed onestà saranno la causa del suo imprigionamento nella Torre di Londra dove si trova anche il suo amico il Vescovo John Fisher, con il quale si scambiano doni e lettere.
Viene decapitato il 6 luglio 1535, invita a pregare per Enrico VIII e dichiara di morire da suddito fedele al Re, ma anzitutto a Dio. Papa Pio XI li proclamerà santi insieme nel 1935 ed insieme la Chiesa Cattolica li ricorda come martiri per la fede. Sir Thomas More, in una lettera accorata e tenera alla figlia Margaret prima di morire scrive: "Nulla accade che Dio non voglia, ed io sono sicuro che, qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio".     
Papa Giovanni Paolo II ha proclamato Thomas More patrono dei politici e dei governanti.


giovedì 21 giugno 2012

San Luigi Gonzaga

Il matrimonio dei suoi genitori - il marchese Ferrante Gonzaga e Marta dei conti Tana di Chieri (Torino) - si è celebrato nel palazzo reale di Madrid, perché Ferrante è al servizio di re Filippo II di Spagna, ma Luigi nasce nel castello di famiglia a Castiglione dello Stiviere (Mantova) il 19 marzo 1568: è il primo di otto figli, erede del titolo e naturalmente con un futuro da soldato. Perciò il padre lo porta in mezzo alla truppa già da bambino. Poi cominciano per lui i soggiorni in varie corti e gli studi. A 10 anni decide di consacrarsi a Dio facendo voto di castità.
Nel 1580, dodicenne, Luigi riceve la prima Comunione dalle mani di san Carlo Borromeo. Nel 1581 va a Madrid per due anni, come paggio di corte e studente. È di questa epoca un suo ritratto. Autore è il grande El Greco.
In Spagna, Luigi è brillante alunno di lettere, scienza e filosofia e tiene la tradizionale dissertazione universitaria; insieme, legge testi spirituali e relazioni missionarie, si concentra nella preghiera, decide di farsi gesuita e – malgrado la contrarietà del padre – a 17 anni entra nel noviziato della Compagnia di Gesù a Roma, dove studia teologia e filosofia.
Nel 1589 (a 21 anni) viene inviato a Castiglione delle Stiviere per mettere pace tra suo fratello Rodolfo (al quale ha ceduto i propri diritti di primogenito) e il duca di Mantova. Obiettivo raggiunto: Luigi si muove bene anche in politica, anche se la sua salute è fragile (e le severe penitenze certamente non lo aiutano). Nel ritorno a Roma, un misterioso segnale gli annuncia vicina la morte. È il momento di staccarsi da tante cose. Ma non dalla sofferenza degli altri; non dalla lotta per difenderli. Nel 1590/91 la peste semina morte in tutta Roma, muoiono in 15 mesi tre Papi uno dopo l’altro (Sisto V, Urbano VII, Gregorio XIV) e migliaia di persone. Contro la strage si batte Camillo de Lellis con alcuni confratelli, e così fa Luigi Gonzaga. Ma siccome è malato anche lui da tempo, gli si ordina di dedicarsi ai casi non contagiosi. Però lui, trovato in strada un appestato in abbandono, se lo carica in spalla, lo porta in ospedale, incaricandosi di curarlo. Poi torna a casa e pochi giorni dopo si ammala e muore, il 21 giugno 1591, ha solamente 23 anni. Nel 1726, papa Benedetto XIII lo proclamerà santo. Il suo corpo si trova nella chiesa di Sant’Ignazio in Roma, e il capo è custodito invece nella basilica a lui dedicata, in Castiglione delle Stiviere, suo paese natale.

Liberamente tratto da 

mercoledì 30 maggio 2012

Santa Giovanna d'Arco

Jeannette nasce a Domrémy, un villaggio nel Nord-Est della Francia, probabilmente nel 1411 o 1412 (secondo la tradizione la notte dell'Epifania, il 6 gennaio), è la figlia minore dei cinque figli di Jacques d’Arc e di Isabelle Romée, agiati contadini, buoni e fedeli cattolici. Jeannette lavora volentieri, aiutando i genitori, porta le greggi al pascolo, si occupa degli animali, della casa, sa sbrigare le faccende di casa, sa filare. E' buona, semplice e dolce di carattere; va in Chiesa, prega, fa l'elemosina ai poveri, tutto volentieri! (dalle testimonianze raccolte tra le persone che la conoscevano). La Francia, dalla Normandia alla Loira, vive dal 1415 l'occupazione inglese. Il re d'Inghilterra Enrico V, fatto uccidere Riccardo II, l'ultimo discendente leggittimo dei Plantageneti, spera di ottenere in Francia delle vittorie per consolidare il suo trono, approfittando della follia di Carlo VI re di Francia. Jeanne vive in un luogo di confini dove si avvertono le conseguenze delle divisioni tra armagnacchi e borgognoni, questi ultimi schierati a favore dell'occupante inglese. Ne nascevano così delle dispute a volte sanguinose e violente. Nel 1424 o 1425 a circa tredici anni Jeannette sente la voce di un Angelo: "Quando avevo circa tredici anni, una voce di Dio è venuta ad aiutarmi a guidare la mia vita. La prima volta ebbi molta paura. E venne questa voce in estate, nel giardino di mio padre, intorno a mezzogiorno". Jeannette aggiunge che subito dopo aver sentito la voce promette di conservare la verginità finchè lo avesse voluto Dio. Di queste voci e visioni Jeannette mantiene il segreto fino al 1428, quando non potendo più tacere, si reca alla Fortezza di Vaucouleurs assediata dai borgognoni. Qui trova il capitano Robert de Baudricourt, saldo nel difendere la fortezza in nome del Re di Francia.
Jeannette è ormai cresciuta è diventata Jeanne la Pucelle (cioè la vergine). Comincia così la breve epopea di questa straordinaria fanciulla. Convince il Delfino di Francia (il futuro Carlo VII) della sua legittimità ad assurgere al trono che rivendicava da sette anni, dal 1422 anno in cui suo padre Carlo VI era morto, e di affidarle il comando di un esercito con il quale libererà Orléans dagli Inglesi resturando l'autorità del legittimo sovrano.
L’8 maggio 1429 gli Inglesi assedianti vengono sconfitti. Da qui si sussegue una battaglia dopo l’altra: il coraggio soprannaturale della Pulzella ricorda la tempra dei condottieri dell’antico Testamento. Il 17 luglio dello stesso anno, Carlo VII viene incoronato a Reims alla sua presenza. Il successo la consacra eroina inviata dal Cielo!
Jeanne d’Arc vinse il dominio straniero per volontà di Dio e riuscì ad infondere audacia e speranza nell’esercito regio; ma gli storici concordano anche nel riconoscerle il merito di aver allontanato con il nemico anche il Protestantesimo, che altrimenti si sarebbe innestato in Francia.
Ma, proprio a causa dei suoi successi, viene catturata a Compiègne dai borgognoni, il 23 maggio 1430. Il re di Francia non cercherà di ottenere il suo rilascio e dunque il 21 novembre 1430 viene venduta agli inglesi. Dopo due giorni dalla cattura, l’Università di Parigi chiede che venga giudicata come strega. Questa soluzione piacerà molto al duca di Bedford in quanto gli consente di screditare Carlo VII, che sarebbe apparso come colui che doveva la conquista del trono alle potenze infernali. Il processo si apre a Rouen perchè in essa la potenza inglese è solidamente affermata. Il carattere fraudolento di questo processo è evidente sin dalla prima seduta, mercoledi 21 febbraio 1431. Le viene proibito di lasciare il castello di Rouen, pena l'accusa di eresia! Jeanne è trattata da prigioniera di guerra, rinchiusa in una prigione inglese, sorvegliata da soldati inglesi. Contro Jeanne non esiste un capo d'accusa, ma il giudice Pierre Cauchon intende farle subire un processo per eresia. Si tratta di pura mistificazione!
Ella viene ripetutamente interrogata per giorni e giorni e alla fine del falso processo viene condannata al rogo. Viene accompagnata da due frati domenicani, uno di loro ricorda gli ultimi istanti della Pulzella: "Jeanne, tra le fiamme, non cessò mai di pronunciare e confessare ad alta voce il santo nome di Gesù...". La candida bambina e Capo trionfante (Charles Péguy), rende l'anima al Signore il 30 maggio 1431 a soli 19 anni.
Nel 1455 papa Callisto III firma un rescritto autorizzando la famiglia di Jeanne a far aprire la revisione del processo.
La madre Isabelle: "Io avevo una figlia, nata in legittimo matrimonio, a cui avevo degnamente fatto amministrare i sacramenti del battesimo e della confermazione e che avevo educato nel timor di Dio e nel rispetto della tradizione della Chiesa, nei limiti della sua età e della semplicità della sua condizione, per cui (...) ella frequentava molto la chiesa e digiunava e pregava con grande devozione e fervore (....), alcuni nemici l'hanno fatta tradurre in processo di fede e, senza che fosse portato alcun aiuto alla sua innocenza, in un processo perfido, violento ed iniquo, senza l'ombra del diritto (....)l'hanno condannata in modo deplorevole e criminale e l'hanno fatta crudelmente morire sul fuoco". Il 7 luglio 1456 viene dichiarata solennemente la nullità del  primo processo. Jeanne D'Arc viene canonizzata il 16 maggio 1920 da papa Benedetto XV.
'Il suo culto fu particolarmente incentivato in Francia durante i momenti di particolare crisi in campo militare, sino ad essere proclamata patrona della nazione. Anche in Inghilterra la sua figura è stata rivalutata ed una sua statua è stata posta nella cattedrale di Winchester, dinnanzi alla tomba del Cardinal Beaufort, colui che ebbe un ruolo decisivo nell’iniquo processo contro Giovanna' (F. Arduino).       
BIBLIOGRAFIA:
Régine Pernoud -Giovanna d'Arco - una vita in breve- Ed San Paolo
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sabato 26 maggio 2012

San Filippo Neri

Filippo nasce a Firenze il 21 luglio 1515 dal notaio ser Francesco e Lucrezia. Ancora bambino resta orfano di madre che muore dopo aver dato alla luce il suo quarto figlio. Filippo è gentile, educato, pio, buono, vivace e lieto, tutti lo chiamano il 'Pippo buono'. a diciotto anni lascia Firenze e l'attività del padre per andare a Roma dove, per vivere, fa il precettore dei figli del fiorentino Galeotto Caccia, che lo ospita in casa sua, scrive poesie, studia filosofia e teologia.  Nel contempo cura in maniera ammirabile ed intensa, la vita dello spirito, con la preghiera e la meditazione, prediligendo i luoghi solitari e suggestivi. Nel 1544, durante una intensa notte di preghiera nelle catacombe di san Sebastiano, riceve, in forma sensibile, il dono dello Spirito Santo che gli dilata il cuore infiammandolo di un fuoco che arderà nel petto del santo fino al termine dei suoi giorni. Sotto la direzione spirituale di P. Persiano matura lentamente la chiamata alla vita sacerdotale. Filippo se ne sente indegno, ma si abbandona all'obbedienza fiduciosa del padre spirituale. A trentasei anni, il 23 maggio del 1551, dopo aver ricevuto gli ordini minori, il suddiaconato ed il diaconato, nella chiesa parrocchiale di S. Tommaso in Parione, il vicegerente di Roma, Mons. Sebastiano Lunel, lo ordina sacerdote. Continua, anche da sacerdote, l'intensa attività di apostolato, soprattutto tra i giovani, che aveva cominciato da laico. Ed è proprio nella semplicità della sua piccola camera, che Filippo inizia quegli incontri di meditazione, di dialogo spirituale, di preghiera, che costituiscono l'anima ed il metodo dell'Oratorio. Ben presto la cameretta diventa piccola per il numero crescente di amici spirituali, e Filippo ottiene di poterli radunare in un locale, situato sopra una navata della chiesa, prima destinato a conservare il grano ai poveri. Nasce così la 'Congregazione dell'Oratorio', e nel 1575 Papa Gregorio XIII affida a Filippo ed ai suoi preti la piccola e fatiscente chiesa di S. Maria in Vallicella. San Filippo è il santo della gioia, del buon umore, della carità perfetta, dell'integrità spirituale, dell'amore, della semplicità evangelica, della letizia d'animo, dello zelo esemplare e del fervore nel servire Dio nei fratelli. Muore a Roma il 26 maggio 1595. Il suo cuore è talmente grande che ha deformato le coste della gabbia toracica per fargli spazio! I Pontefici ed il popolo romano lo chiamarono 'Apostolo di Roma', titolo riservato unicamente agli apostoli Pietro e Paolo.
 

venerdì 25 maggio 2012

San Beda il Venerabile, Dottore della Chiesa


Nasce in Northumbria (Nord-est dell'Inghilterra) verso l'anno 672/673. All'età di sette anni viene affidato all'abate del vicino Monastero Benedettino di San Pietro a Wearmouth, perchè venga educato. Egli stesso ricorda nella 'Historia eccl. Anglorum': “In questo monastero, da allora, sono sempre vissuto, dedicandomi intensamente allo studio della Scrittura e, mentre osservavo la disciplina della Regola e il quotidiano impegno di cantare in chiesa, mi fu sempre dolce o imparare o insegnare o scrivere”. In questo monastero Beda resterà per tutta la vita come monaco e sacerdote, dedicandosi allo studio. Diventa una delle più insigni figure di erudito dell’alto Medioevo, potendosi avvalere dei molti preziosi manoscritti che i suoi abati, tornando dai frequenti viaggi in continente e a Roma, gli portavano. Scrive numerose opere, esegetiche, ascetiche, scientifiche e storiche. Ammalatosi, non smette di lavorare, conservando sempre un’interiore letizia che lo accampagna nella fedeltà al suo ufficio. Beda dedica particolare attenzione allo studio delle Sacre Scritture e alla storia della Chiesa. 
Dice il Santo Padre Benedetto XVI: "Redige con rigore documentario e perizia letteraria la già menzionata Storia Ecclesiastica dei Popoli Angli, per la quale è riconosciuto come “il padre della storiografia inglese”. I tratti caratteristici della Chiesa che Beda ama evidenziare sono: a) la cattolicità come fedeltà alla tradizione e insieme apertura agli sviluppi storici, e come ricerca della unità nella molteplicità, nella diversità della storia e delle culture, secondo le direttive che Papa Gregorio Magno aveva dato all’apostolo dell’Inghilterra, Agostino di Canterbury; b) l’apostolicità e la romanità: a questo riguardo ritiene di primaria importanza convincere tutte le Chiese Iro-Celtiche e dei Pitti a celebrare unitariamente la Pasqua secondo il calendario romano. Il Computo da lui scientificamente elaborato per stabilire la data esatta della celebrazione pasquale, e perciò l’intero ciclo dell’anno liturgico, è diventato il testo di riferimento per tutta la Chiesa Cattolica". (Benedetto XVI Udienza generale 18.02.2009).
Beda muore il 26 maggio 735 giorno dell'Ascensione del Signore.
A distanza di più di dodici secoli dalla morte il Concilio Vaticano II attingerà anche al suo pensiero per redigere la 'Lumen Gentium' e il decreto 'Ad Gentes'
Dice ancora il Santo Padre:
"...con le sue opere, Beda contribuì efficacemente alla costruzione di una Europa cristiana, nella quale le diverse popolazioni e culture si sono fra loro amalgamate, conferendole una fisionomia unitaria, ispirata alla fede cristiana. Preghiamo perché anche oggi ci siano personalità della statura di Beda, per mantenere unito l’intero Continente; preghiamo affinché tutti noi siamo disponibili a riscoprire le nostre comuni radici, per essere costruttori di una Europa profondamente umana e autenticamente cristiana".