MITTITE RETE ET INVENIETIS

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: " Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)

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venerdì 13 aprile 2018

Beato Rolando Rivi 13.04.1945-2018

Rolando Rivi nasce il 7 gennaio 1931, figlio di contadini cristiani, nella casa del Poggiolo, a San Valentino, nel Comune di Castellarano (Reggio Emilia). Il padre si chiama Roberto Rivi e la madre Albertina Canovi. Ragazzo intelligente e vivace, “il più scatenato nei giochi, il più assorto nella preghiera”, Rolando matura presto un’autentica vocazione al sacerdozio. A soli 11 anni, nel 1942, mentre l’Italia è già in guerra, il ragazzo entra nel seminario di Marola nel Comune di Carpineti (Reggio Emilia) e veste per la prima volta l’abito talare che non lascerà più sino al martirio.
Il desiderio di diventare “sacerdote e missionario” cresce guardando alla figura del suo parroco, don Olinto Marzocchini, “uomo di ricchissima vita interiore, attento alle cose che veramente contano”, che fu per il ragazzo una guida e un maestro.
Nell’estate del 1944 il seminario di Marola viene occupato dai soldati tedeschi. Rolando, tornato a casa, continua gli studi da seminarista, sotto la guida del parroco, e porta nel suo paese un’ardente testimonianza di fede e di carità, vestendo sempre l’abito talare.
Per questa sua testimonianza di amore a Gesù, così intensa da attirare gli altri ragazzi verso l’esperienza cristiana, Rolando, nel clima di odio contro i sacerdoti diffusosi in quel periodo, finisce nel mirino di un gruppo di partigiani comunisti. Il 10 aprile 1945, il seminarista viene sequestrato, portato prigioniero a Piane di Monchio, nel Comune di Palagano sull’Appennino modenese, rinchiuso in un casolare per tre giorni, brutalmente picchiato e torturato.

Venerdì 13 aprile 1945, alle tre del pomeriggio, il ragazzo innocente, a soli 14 anni, spogliato a forza della sua veste talare, viene trascinato in un bosco di Piane di Monchio e ucciso con due colpi di pistola. Quando Rolando capisce che i carnefici non avrebbero avuto pietà, chiede solo di poter pregare per il suo papà e per la sua mamma. Anche in quest’ultimo istante, nella preghiera, Rolando riafferma la sua appartenenza all’amico Gesù, al suo amore e alla sua misericordia.
 
Nel 1951 la Corte di Assise di Lucca condanna gli autori dell’efferato omicidio. La condanna viene confermata nel 1952 dalla Corte di Assise di Appello di Firenze e diventa definitiva in Cassazione.  Corghi e Rioli furono processati e condannati in tutti e tre i gradi di giudizio. Fu inflitta loro la pena di 22 anni, anche se poi ne scontarono soltanto sei grazie all’amnistia-Togliatti.
 
Rolando è stato proclamato beato il 5 ottobre del 2013.
 
Domenica prossima 15 aprile la figlia di Giuseppe Corghi, uno dei due partigiani che trucidò Rolando Rivi, si presenterà nell’antica pieve di San Valentino di Castellarano – luogo in cui nacque il seminarista – e chiederà perdono per ciò che ha commesso suo padre.  

 
Corghi era a capo del battaglione Frittelli della divisione Modena Montagna appartenente alla Brigata Garibaldi. Il 10 aprile di 73 anni fa sequestrò il giovane seminarista reggiano assieme al compagno partigiano Delcisio Rioli. Gli tolsero l’abito e lo sottoposero a torture, umiliazioni e sevizie.
Dopo tre giorni lo condussero in un bosco a Piane di Monchio, nella zona di Palagano, nel modenese. Qui gli fecero scavare la sua fossa e poi lo uccisero barbaramente a colpi di pistola. Il giorno successivo, il padre del seminarista 14enne assieme al cappellano don Alberto Camellini, trovarono la salma dopo aver seguito le indicazioni degli stessi assassini.
 
QUI la notizia

 
 

martedì 13 settembre 2016

Beato Francesco Drzewiecki, sacerdote e martire

Francesco Drzewiecki nasce il 26 febbraio 1908, in Polonia, a Zduny. La sua vocazione è chiara e ben delineata: diventare sacerdote e religioso all’interno della Piccola Opera della Divina Provvidenza. Lo mandano a fare il noviziato e a studiare teologia a Tortona, proprio dove vive don Orione, che con la sua sola presenza plasma e modella i suoi figli.
Ordinato sacerdote il 6 giugno 1936, fa una breve esperienza nella struttura per handicappati gravi del Piccolo Cottolengo di Genova-Castagna, e poi a fine 1937 ritorna in patria, dove lo attende un’intensa attività educativa e pastorale, che svolge con generosità e dedizione. Tutto ciò fino al 1° settembre 1939, giorno in cui la Germania invade la Polonia, dando inizio ad una feroce persecuzione religiosa.
 
Il successivo 7 novembre quasi tutto il clero della diocesi di Wloclawek, Vescovo e seminaristi compresi, viene arrestato e incarcerato: tra loro anche don Francesco, che inizia così una via crucis, le cui “stazioni” dolorose hanno i nomi di Wloclawek, Lad, Szczyglin, Sachsenhausen, corrispondenti ai vari “campi” in cui viene internato e in ciascuno dei quali il giovane sacerdote viene ricordato come “l’uomo che edificava con la sua cortesia e premura”.
 
Il 14 dicembre 1940 fa il suo ingresso nel famigerato lager di Dachau e destinato alle piantagioni: così, alle sofferenze e alle umiliazioni degli altri campi, si aggiungono estenuanti marce di trasferimento da una coltivazione all’altra e un duro lavoro sotto sole, vento o pioggia che finiscono per stremare quei poveri corpi già minati dalla fame e dalle malattie.
 
Anche qui si accorgono della sua presenza, perché “si distingue fra tutti come il più buono, il più servizievole, il più caritatevole”.
 
Accovacciato per terra, come gli altri, per togliere erbaccia, o piegato a zappare e vangare, tiene davanti a sé la scatoletta dell’Eucaristia e fa adorazione ed è evidentemente questa a dargli la forza non solo per non disperare, ma anche per incoraggiare gli altri. Arriva però il giorno in cui anche don Francesco si ammala e deve essere eliminato “perché invalido a lavorare”.
 
Il 10 agosto 1942 inizia il suo ultimo viaggio verso la morte, che si concluderà nella camera a gas del castello di Hartheim, nei pressi di Linz. “Come polacchi offriremo la nostra vita per Dio, per la Chiesa, per la Patria”: sono le ultime parole, accompagnate da un sorriso, che un chierico orionino di 24 anni raccoglie dalle sue labbra prima della partenza e che fanno, della sua, non una morte subita, ma un’offerta deliberatamente e coscientemente compiuta.
 
Viene eliminato il 13 settembre 1942, ad appena 34 anni di età e 6 di ordinazione, lasciando in tutti la sensazione di un vero martire. E poiché anche la Chiesa tale lo ha riconosciuto, è stato beatificato da Giovanni Paolo II nel 1999.
La sua data di culto è il 10 agosto, mentre la Piccola Opera della Divina Provvidenza lo ricorda il 12 giugno.

Autore: Gianpiero Pettiti

mercoledì 18 febbraio 2015

Beato Angelico, frate domenicano

Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro, meglio conosciuto con il nome di beato Angelico, nasce a Vicchio di Mugello (Firenze) nel 1387. All'età di vent'anni, mentre ascoltava, in una notte di Natale, l'omelia del domenicano Fra Giovanni, decide di entrare nell'Ordine dei Predicatori a Fiesole. Era un giovane dotato di grande attitudine artistica, ma dal momento del suo ingresso in monastero decide di abbandonarla. I suoi confratelli però non sono dello stesso parere e lo incoraggiano a sviluppare i suoi talenti. Perciò, il priore gli ordina subito di ornare i ‘Libri delle ore’ della biblioteca conventuale. La sua vita, inizialmente tranquilla, viene alterata per tre volte dai trasferimenti di convento. Da buon domenicano, aveva un grande entusiasmo per l’opera di San Tommaso d’Aquino, la conosceva perfettamente, di essa nutriva la sua pietà e su di essa, inconsciamente, fondava le basi della sua opera futura. Nella 'Somma Teologica' scopriva la sua nuova ragion d’essere e il suo ideale artistico.
 
 'L’azione di santo e di artista del giovane si svolse mirabilmente nel clima di alta perfezione spirituale e intellettuale trovato nel chiostro. Le sante austerità, gli studi profondi, la perenne elevazione dell’anima a Dio, affinarono il suo spirito e gli aprirono orizzonti sconfinati. Così preparato, da buon Frate Predicatore, poté anch’egli dare agli altri il frutto della propria contemplazione e dar vita, col suo magico pennello, al più sacro dei poemi, narrando ai fratelli la divina storia della nostra salvezza. I suoi Crocifissi, le sue Madonne, i suoi Santi sono una predica che risuona nei secoli. Anima di una semplicità evangelica, seppe vivere col cuore in cielo, pur consacrandosi a un intenso lavoro'. (Franco Mariani).
 
'I frati trasbordavano di ammirazione. Uno di loro una volta disse: ‘Fra Giovanni non dipinge, prega’.
In effetti la sua arte era un cantico, una preghiera. Non prendeva mai i suoi pennelli senza invocare l’Onnipotente ed è in stato di grazia che collocava i suoi angeli nei giardini fioriti del Cielo. I suoi angeli musicanti erano così belli e talmente puri che la loro melodia sembrava diffondersi in note cristalline tra le arcate del convento, man mano che il pittore dava loro vita. Era allora che, ogni tanto, un anziano frate apriva la cella del pittore, guardava meravigliato e se ne andava senza fare rumore, nascosto dal suo cappuccio. E fu proprio questo ammiratore discreto e dimenticato che gli diede il nome glorioso: quello di Angelico. Un unico religioso, prima di lui, era stato degno di averlo: San Tommaso d’Aquino, la sua guida e il suo maestro. Da quel giorno in poi, Fra Angelico si meritò l’epiteto di "divino" e divenne il ‘San Tommaso’ della pittura'.(Plinio Correa de Oliveira)
Fra Giovanni ottenne da Roma la stima e l’amicizia del Santo Padre.  Recatosi a Roma, su invito di Papa Eugenio IV, dipinse nella Basilica di San Pietro e nei Palazzi Vaticani, e dal 1445 al 1449, per Papa Niccolò V la sua cappella privata e lo studio in Vaticano.
Era ancora a Roma quando l’ultima infermità lo sorprese nel convento dei Frati Predicatori di Santa Maria Sopra Minerva. La sera del 18 febbraio del 1485 i suoi occhi si chiusero al mondo per dischiudersi nella gloria di Dio capaci finalmente di ammirare la Bellezza che in terra aveva cercato ed immaginato. Papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1982 ha concesso il suo culto liturgico a tutto l’Ordine e il 18 febbraio 1984 lo ha proclamato Patrono Universale degli Artisti.
 
La leggenda narra che, nel momento della morte, una lacrima scivolò sul viso di tutti gli angeli dei suoi quadri, quegli angeli che egli aveva dipinto senza sapere che gli avrebbero portato l’aureola del suo inimitabile genio e della sua santità.
(Plinio Correa de Oliveira)
   
 
 
 

 

venerdì 17 ottobre 2014

Beato Contardo Ferrini, laico

Nasce a Milano il  5 aprile del 1859.               
Ragazzo prodigio, a 17 anni consegue la licenza liceale, a 21 si laurea in giurisprudenza e, dopo un periodo di specializzazione a Berlino, a 24 insegna già diritto romano all'università di Pavia. Insegna poi a Messina e a Modena e nel 1894 torna a Pavia, dove resterà fino alla morte. Studioso, giurista e ricercatore stimato, coltiva anche una forte spiritualità, che gli permetterà di distinguersi in un ambiente fortemente anticlericale. Un atteggiamento che diventerà la sua principale forma di evangelizzazione: con questo «apostolato silenzioso» e il suo stile di vita, infatti, riuscirà a parlare di Dio anche ai lontani, agli indifferenti, agli atei. Impegnato nella San Vincenzo e in altre attività caritative, per quattro anni è anche consigliere comunale di Milano, dove si batte per conservare l'insegnamento religioso nelle scuole primarie. È anche uno dei primi a sostenere il progetto di un'università cattolica in Italia. Contrae il tifo bevendo a una fontana inquinata e muore a 43 anni, il 17 ottobre 1902, durante un periodo di vacanza a Suna, sul Lago Maggiore.
Papa Pio XII lo proclama beato nel 1947
  (Avvenire)

Tratto da qui

giovedì 27 marzo 2014

Beato Francesco Faà di Bruno, sacerdote

Francesco Faà di Bruno, ultimo di dodici fratelli,  nasce ad Alessandria il 29 marzo 1825 da genitori nobili e benestanti che lo educano cristianamente. Francesco resta orfano di madre a nove anni. Dopo aver frequentato il collegio dei Padri Somaschi a Novi Ligure, avrebbe desiderato seguire l’esempio dei fratelli religiosi ma, consigliato da una zia, entrò a quindici anni nell’Accademia militare di Torino, emulando così il fratello Emilio. A ventitré anni partecipa alla Prima Guerra d’Indipendenza come aiutante di campo del principe ereditario Vittorio Emanuele.
Per un periodo viene nominato precettore dei figli del Re Vittorio Emanuele II, ma dopo il rientro a Torino da Parigi, nel 1851, dove aveva studiato per conseguire la licenza in Scienze Matematiche ed Astronomia, gli viene revocato l'incarico. Dopo essersi dimesso dall'esercito, si dedica alle opere di carità, soprattutto in difesa delle donne e delle ragazze madri. Apre il 2 febbraio 1859 la Pia Opera di s. Zita e la pone sotto la protezione della Santa lucchese. Nel 1861 viene nominato dottore aggregato alla Facoltà di Scienze fisiche e matematiche e tre anni dopo inizia ad insegnare topografia, geodesia, trigonometria nella Scuola d’Applicazione dell’esercito. Nel 1864 comincia la costruzione di una chiesa dedicata a Nostra Signora del Suffragio dedicato ai Caduti di tutte le guerre, luogo di preghiera per le anime dei defunti. La Chiesa viene benedetta il 31 ottobre 1876. All'età di  cinquantuno anni, Francesco decide di diventare sacerdote, realizzando quella vocazione che per tanti anni aveva custodito nel cuore. Don Bosco lo sostiene. Viene ordinato a Roma il 22 ottobre 1876.
Francesco è stato anche uno scienziato, inventò un barometro differenziale a mercurio, uno scrittoio per ciechi, che fu premiato in alcune esposizioni universali, uno svegliarino elettrico e uno ellipsigrafo. Nel 1867 pubblicò un saggio scientifico sulla teoria delle forme binarie. Visse non senza contraddizioni il periodo risorgimentale, considerandolo necessario, era però angustiato dagli attacchi alla Chiesa. Era un uomo di preghiera, “un asceta cittadino”, tra i primi ad introdurre le adorazioni notturne in città. Nel 1868 nasce la Congregazione alle Suore Minime di N. S. del Suffragio. Le chiamò Minime in omaggio del suo Patrono s. Francesco di Paola.  Al Beato si devono opere non solo scientifiche ma anche teologiche. Amava studiare e documentarsi, conosceva l’inglese, il tedesco ed il francese; era solito affermare: “l’istruirmi e l’essere utile agli altri, sono i cardini della porta della mia felicità”. Muore a Torino il 27 marzo 1888, due mesi dopo l’amico don Bosco. Francesco Faà di Bruno è stato beatificato il 25 settembre 1988. Le sue reliquie sono venerate nella Chiesa di N.S. del Suffragio annessa alla Casa Madre dell’Istituto. Un museo raccoglie i suoi ricordi, libri antichi, molti strumenti scientifici e alcune sue invenzioni. Le Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio sono oggi missionarie in diverse paesi del mondo, nello spirito che il Fondatore ha racchiuso nel suo motto: PREGARE, AGIRE, SOFFRIRE.

giovedì 6 febbraio 2014

Beato Alfonso Maria Fusco, sacerdote

Il beato Alfonso Maria Fusco nasce il 23 Marzo 1839 ad Angri, un paese in provincia di Salerno.
La sua nascita era stata molto desiderata ed attesa dai genitori, Aniello Fusco e Giuseppina Schiavone, sposati già dal 1834. I giovani sposi che desideravano tanto un figlio e dopo 4 anni di matrimonio non avevano ancora avuto la gioia di una gravidanza, si recarono a Pagani per chiedere l’intercessione del Beato Alfonso Maria dei Liguori. Un Redentorista, Francesco Saverio Pecorelli, li tranquillizzò dicendo loro che avrebbero presto avuto un figlio. Aggiunse anche che il bambino si sarebbe chiamato Alfonso e avrebbe avuto la vocazione al sacerdozio. E così fu.
Alfonso crebbe serenamente, educato con tenero affetto dai genitori, i quali erano pieni di pietà religiosa .Presto giunse il momento di pensare alla sua educazione scolastica primaria, per la quale non esistevano scuole pubbliche. Così i coniugi Fusco pensarono bene di affidare il loro primogenito a sacerdoti dotati di buona cultura, i quali gli avrebbero anche garantito una educazione cristiana. Ad 11 anni Alfonso aveva concluso gli studi elementari ed entrò , il 5 Novembre 1850 , nel seminario di Nocera per iniziare il ciclo di studi medi e superiori. Venne ordinato sacerdote dopo tredici anni il 29 maggio 1863. Già durante gli anni del seminario, il Beato coltivava il desiderio di occuparsi di tutti i bambini poveri e abbandonati che non potevano contare su nessuna guida, né culturale né spirituale. Negli ultimi anni di seminario, una notte, aveva sognato Gesù Nazareno, che gli aveva chiesto di fondare, non appena ordinato sacerdote, un istituto di suore e un orfanotrofio maschile e femminile.  Ordinato sacerdote tenta di attuare il suo desiderio e l'incontro con una giovane fanciulla, Maddalena Caputo, che desiderava consacrare la sua vita al Signore per aiutare i bambini più bisognosi di Angri, diventa determinante. Entrambi infatti ardevano per lo stesso sogno ed erano guidati dalla volontà del Signore ed unirono le loro forze per la realizzazione. Il 25 settembre 1878 la Caputo ed altre tre giovanette si ritirarono nella fatiscente casa Scarcella, nel rione di Ardinghi in Angri. Le giovani intendevano dedicarsi alla propria santificazione attraverso una vita di povertà, di unione con Dio, di carità impegnata nella cura e nella istruzione delle orfanelle povere.
La Congregazione delle Suore Battistine del Nazareno era così fondata; il seme era caduto nella terra buona di quei quattro cuori ardenti e generosi; le privazioni, le lotte, le opposizioni, le prove lo irrorarono ed il Signore lo fece sviluppare abbondantemente. Casa Scarcella prese ben presto il nome di Piccola Casa della Provvidenza. Don Alfonso non ha lasciato molti scritti. Amava parlare con la testimonianza della vita. Dirigeva l'Istituto con grande saggezza e prudenza e, come padre amoroso, vegliava sulle Suore e sulle orfane. Era di una tenerezza quasi materna per tutte, specialmente per le orfane più bisognose. La tenacia della sua volontà, totalmente ancorata alla divina Provvidenza, la collaborazione saggia e prudente di Maddalena Caputo, divenuta la prima superiora del nascente Istituto, col nome di Suor Crocifissa, lo stimolo continuo dell'amore per Dio e per il prossimo, permisero, in breve tempo, lo sviluppo straordinario dell'opera.Le crescenti richieste di assistenza per un numero sempre maggiore di orfani e di bambini spinsero don Fusco ad aprire nuove case, prima in Campania, poi in altre regioni d'Italia. Per la sua opera don Fusco ebbe molto a soffrire ed in particolare a causa della suora da lui più stimata e rispettata, suor Crocifissa, per divergenze organizzative. Muore ad Angri (SA), dopo essere stato a Roma nel tentativo di appianare i dissidi, il 6 febbraio 1910.
 

martedì 29 ottobre 2013

Beata Chiara Luce Badano

Chiara Badano nasce a Savona il 29 ottobre 1971. A nove anni conosce i focolarini di Chiara Lubich ed entra a far parte del GEN. Chiara è' una bella ragazza, solare, sorridente, sportiva, dinamica, simpatica, vivace. Vive la fede nella gioia, nella gratitudine e nella  costante consapevolezza che Gesù Cristo è la Via, la Verità e la Vita da testimoniare ogni giorno, non tanto con le parole, quanto con il comportamento conforme alla sua Volontà. Dice infatti: «Io non devo dire di Gesù, ma devo dare Gesù con il mio comportamento». All'età di 17 anni, alla fine della quinta ginnasio Chiara appare pallida, sorride meno, è stanca. Nell’estate, durante una partita di tennis sente un lancinante dolore alla spalla. Inizia l'iter diagnostico fino alla terribile diagnosi, Chiara ha un cancro maligno: «processo neoplastico di derivazione costale (7ª di sinistra) con invasione dei tessuti molli adiacenti». Affetta dunque da un tumore osseo di quarto grado, il più grave. Inizia così il suo personale calvario: i ricoveri all'ospedale di Torino, la chemioterapia e la radioterapia, affrontando tutto come identificazione con i dolori e la passione di Cristo. Lei conosce la gravità del suo male ma tutto trasforma in amore donato. Si consuma e si offre per amore di Gesù alla Chiesa, al Movimento dei Focolari e ai giovani. Vicino a lei amici, parenti, medici tutti si sentono edificati e respirano aria di Cielo! Nonostante le cure, la malattia avanza inesorabile nell'impotenza dei medici, così Chiara informa Chiara Lubich della volontà di interrompere le cure, scrivendole «Solo Dio può. Interrompendo le cure, i dolori alla schiena dovuti ai due interventi e all’immobilità a letto sono aumentati e non riesco quasi più a girarmi sui fianchi. Stasera ho il cuore colmo di gioia… Mi sento così piccola e la strada da compiere è così ardua, spesso mi sento sopraffatta dal dolore. Ma è lo Sposo che viene a trovarmi».
La fondatrice dei Focolarini nel risponderle le assegna il nome di Luce. Chiara Luce appare molto dimagrita, sofferente, fa fatica a respirare, ha forti contrazioni alle gambe e dolori, ma rifiuta la morfina per non perdere la lucidità e la consapevolezza. Intanto prepara il suo funerale, sceglie l'abito da sposa, le letture, i canti: Chiara è pronta per le sue nozze con Gesù. Alla mamma dice di non piangere perché «quando in cielo arriva una ragazza di diciotto anni, si fa festa!».
Chiara Luce muore alle 4,10 del 7 ottobre 1990, festa della beata Vergine Maria del Santo Rosario. E' beata dal 25 settembre del 2010.http://www.chiaralucebadano.it

lunedì 21 ottobre 2013

Beato Carlo I d'Asburgo, Imperatore e Re

Il Principe della Corona d'Austria nasce il 17 agosto 1887 nel castello di Persenbeug, suo padre è Ottone d'Asburgo e la madre Giuseppina di Sassonia, donna ricca di fede e di carità cristiana, che ancora piccolo, lo sottrae agli istitutori dello Stato per educarlo personalmente e affidarlo poi ad ottimi maestri cattolici. Sua Altezza cresce distinguendosi per la fede, la purezza, la bontà, la carità, la generosità, l'amore per Gesù Eucaristia. A 16 anni intraprende la carriera militare: vive come uno qualsiasi dei suoi soldati. Diventa un perfetto ufficiale: sa comandare e ubbidire. Nel contempo frequenta l'università di Praga. A 20 anni parla una decina di lingue ed è molto ammirato dalle principesse d'Europa. Alla Corte di Vienna conosce la Principessa Zita di Borbone-Parma (Serva di Dio)  e se ne innamora ricambiato. Sotto la guida del gesuita Padre Andlau, Carlo e Zita si preparano al sacramento del matrimonio, pregando e facendo opere di penitenza e di carità. Il 21 ottobre 1911, nel castello di Schwarzau, Mons. Bisletti, mandato dal Papa Pio X, benedice le nozze di Carlo e di Zita.
Terminato il rito, Carlo dice alla sua sposa: «E ora dobbiamo aiutarci insieme per raggiungere il Paradiso». Subito partono per Marianzell, il santuario mariano dell’Austria, dove si affidano alla Madonna. Dal matrimonio di Carlo e Zita nasceranno otto figli. Una sera del maggio 1914, Francesco Ferdinando invitò a cena, nella reggia di Vienna, Carlo e la sua famiglia. Il principe ereditario gli disse: «So che tra poco mi uccideranno. Ti affido i documenti di questa scrivania». Il 28 giugno, Francesco Ferdinando cadeva a Sarajevo e Carlo diventa l’erede al trono. Due anni dopo, alla morte di Francesco Giuseppe, il 21 novembre 1916, Carlo d’Asburgo sale al trono imperiale, Carlo I è imperatore d'Austria e Re d'Ungheria. Questa circostanza lo vede di nuovo a Marianzell e là affida il suo Regno a Maria Santissima. Intanto la guerra iniziava su tutti i fronti d’Europa e Carlo I ha una solo pensiero: la pace. Nessuno come lui, in quel difficile momento per l' intera Europa, ascoltò il Papa Benedetto XV nel ricercare la pace non lasciando nulla di intentato, rivolgendosi a tutte le altre nazioni in guerra, mandando come intermediario suo cognato Sisto di Borbone. Occorreva arrivare alla pace. Ma il nemico principale era la massoneria che aveva giurato di far sparire dall’Europa quell’Imperatore cattolico che viveva la sua fede in chiesa come in politica e che non aveva mai permesso che una sola loggia massonica si aprisse nei suoi Stati. 
Il novembre del 1918 segnò il crollo dell’Impero. Nelle città dei suoi Stati era la rivolta. Il 12 novembre a Vienna si proclamava la repubblica. Tutto avveniva secondo i piani della massoneria. L’11 novembre, Carlo aveva abdicato al trono. Cominciava per lui l’esilio. Il 24 marzo 1919, riparava in Svizzera. Nel 1921, seguirono due tentativi da parte del sovrano di riprendere la corona d’Ungheria a cui non aveva mai rinunciato. Il 24 ottobre, insieme a Zita, fu fatto prigioniero dalle truppe di Horty, il reggente di Ungheria e consegnato agli Inglesi. Caricati su una nave, attraverso il Danubio, il Mar Nero, il Mediterraneo, Carlo e Zita furono portati nell’isola di Madera, in mezzo all’Atlantico. Ora aveva perso davvero tutto, il trono, i beni temporali, povero tra i poveri. Solo il Papa pensava a lui e ai suoi familiari. Qui tra privazioni e povertà si ammala gravemente di polmonite e il 1 aprile 1922, a soli 35 anni rende la sua bellissima anima a Dio: aveva offerto la sua vita per il bene dei suoi popoli.
Il momento della morte merita di essere conosciuto: Carlo morente e la sua sposa Zita pregano insieme il Rosario, le litanie alla Madonna e cantano il Te Deum in ringraziamento a Dio per la croce posatasi sulle loro spalle. Il cappellano gli amministra l’Unzione degli Infermi e Carlo desidera avere vicino il figlioletto Ottone: «Desidero che veda come muore un cattolico». Il sacerdote espone il Santissimo Sacramento nella stanzetta. Carlo lo adora: «Gesù, io confido in Te. Gesù, in Te vivo, in Te muoio. Gesù io sono tuo, nella vita e nella morte. Tutto come vuoi Tu».
Il sacerdote lo comunica e lui si raccoglie sereno, ilare di un’intima gioia. Zita gli dice: «Carlo, Gesù, viene a prenderti» e lui le risponde: «Oh sì, Gesù, vieni». Poi ancora: «Oh, Gesù, Gesù!». Alle ore 12 e 23 minuti Carlo I d'Austria inizia a contemplare il suo Gesù.
 Il medico che lo curava, miscredente, esclamò: «Alla morte di questo santo, devo ritrovare la fede perduta». E si convertì. Da tutta l’isola vennero a rendergli omaggio. Beatificato il 2 ottobre 2004 da Papa Giovanni Paolo II.

venerdì 30 agosto 2013

Beato Giovanni Giovenale Ancina, vescovo

Nasce a Fossano in provincia di Cuneo, il 1 ottobre 1545. Si laurea brillantemente in Medicina e poi anche in Filosofia. Si traferisce a Roma per fare carriera e lì conosce san Filippo Neri che lo conquista. Nasce così in lui la vocazione di diventare sacerdote. Proprio a Roma comincia il suo ministero e poi accompagna San Filippo a Napoli, dove vive i dieci anni più belli del suo sacerdozio: raccoglie frutti insperati di conversioni, le sue prediche sono talmente partecipate che le chiese napoletane non sono sufficienti a contenere tutti coloro che lo vogliono ascoltare. Ritorna a Roma per ordine di San Filippo, ma qui si accorge che sta correndo il grosso “rischio” di diventare vescovo. A “tradirlo” ed a metterlo in luce davanti a Clemente VIII, oltrechè la fama di uomo santo e di predicatore affermato, sembra sia proprio una predica che è chiamato a tenere davanti a Papa e Cardinali e che egli è costretto ad improvvisare, dato che ha dimenticato a casa gli appunti, frutto di una settimana di intenso lavoro e di ricerca biblica e patristica. Il risultato di quella predica “a sorpresa” è tale che il Papa non può più dimenticarsi di lui, che intanto, mentre prega e fa pregare che non gli capiti la “sventura” di diventare vescovo, abbandona la capitale e si mette a predicare in giro per l’Italia. Rintracciato e proposto per la sede episcopale di Mondovì, sceglie quella di Saluzzo (entrambe nel cuneese) perché più povera e difficile. Sa che qui la fede è minacciata non solo dall’eresia, ma soprattutto dalla scarsa preparazione di un clero, che in fatto di moralità e preparazione teologica lascia molto a desiderare.  Ancina sarà vescovo di Saluzzo per pochi mesi appena: giusto il tempo per rimettere un po’ di ordine, rinvigorire la fede, introdurre la pratica delle Quarantore, favorire il culto all’Eucaristia, combattere l’eresia che dalla vicina Francia sta dilagando in Piemonte. E' un vescovo-pastore buono, in piena sintonia con lo stile evangelico. Sobrietà, penitenza, profonda pietà, austerità di vita, grande generosità verso i poveri, delicatezza e premure verso i malati: è questo il modo con cui il vescovo Ancina, precedendo con l’esempio, cerca di moralizzare il suo clero e cerca di ammaestrare il suo popolo. Intanto predica, con lo stile che gli ha trasmesso San Filippo Neri: in chiesa, per strada, anche su una pista da ballo durante una festa patronale. E prega: ore e ore ininterrotte davanti all’Eucaristia, o nella sua camera davanti all’immagine della Madonna, così assorto e devoto che per richiamarlo alla realtà a volte occorre scuoterlo non poco. Muore il 30 agosto 1604, a due anni esatti dalla sua nomina episcopale ed a 17 mesi appena dal suo ingresso in diocesi. Viene beatificato il 9 febbraio 1890 da Papa Leone XIII.
L'urna contenente il corpo del beato si trova nel Duomo di Saluzzo in provincia di Cuneo.  

giovedì 7 febbraio 2013

Beato Pio IX, Papa

Giovanni Maria Mastai Ferretti nasce a Senigallia in provincia di Ancona il 13 maggio 1792. Educato alla vita cristiana dai suoi genitori, Giovanni Maria coltiva nel suo cuore il desiderio di diventare un santo sacerdote. E' allegro, ama giocare, ma ogni venerdì, dopo il gioco, tenendo alzato tra le mani il Crocifisso, raccoglie sulle piazze gruppi di coetanei e predica il Vangelo. Spesso si fermano ad ascoltarlo anche degli adulti, ammirati. Nel 1809 inizia in seminario a Roma il percorso formativo, ma una malattia  durata diversi anni lo terrà lontano dal suo desiderio. Fino a quando viene guarito miracolosamente dalla Madonna di Loreto nel 1814. Il 10 aprile 1819 è ordinato sacerdote. Il 3 giugno 1827 viene consacrato vescovo di Spoleto a soli 35 anni ed il 14 dicembre 1840 viene insignito della porpora cardinalizia. L'Italia sta vivendo un periodo di grandi cambiamenti politici, sociali e culturali. E' il tempo del 'risorgimento', tempo di ostilità verso la Santa Chiesa, il Papa e la religione cattolica.Il Card. Mastai Ferretti ben conosce i progetti di coloro che vogliono scristianizzare l'Italia e l'intera Europa e lavora in prima linea per radicare Gesù nelle anime e nella società. Sa che Gesù regna sul mondo per mezzo di Maria SS.ma e per questo promuove e diffonde la preghiera del Rosario e le Confraternite del Cuore di Maria. Il 16 giugno 1846, all'età di 54 anni viene eletto Papa. Soffre molto a causa dei massoni e dei liberali. Il 24 novembre 1848, vestito da semplice prete, Pio IX parte in esilio per Gaeta. A Roma, senza alcun consenso del popolo, si instaura la “repubblica romana”, capeggiata da Mazzini che dichiara decaduto il Papato dal governo temporale. Da Gaeta, Pio IX chiede l’aiuto dei principi cattolici contro gli usurpatori. Sconfitta la “repubblica romana” per intervento dei francesi, il 12 aprile 1850, il Papa è accolto a Roma che lo acclama Padre e Maestro. L'8 dicembre 1854 dichiara il dogma dell'Immacolata Concezionel’8 dicembre 1864, ancora nella solennità dell’Immacolata, emana l’enciclica Quanta cura e il Sillabo, elenco degli errori più gravi discendenti dalla negazione di Dio e li condanna con la luce e la forza irresistibile della Verità assoluta ed eterna.
"Negatori di tutte le risme, si scagliano con violenza contro il Papa accusandolo di oscurantismo, fanatismo, di essere contrario alla ragione e alla civiltà. È certo che il Sillabo ha colpito un’intera visione della vita e della storia, quale è comune a tutte le ideologie nate dalla negazione di Dio. Ma oggi, che vediamo il fallimento di tutte le ideologie e il suicidio di società intere costruite su quei tragici errori, Pio IX con il Sillabo appare il più grande maestro e profeta della sua ora e dell’avvenire"(Paolo Risso).
 
L’8 dicembre 1869 – ancora una volta nella solennità dell’Immacolata – Pio IX apre a Roma il Concilio Vaticano I. Il 18 luglio 1870, con la costituzione Pastor aeternus, Pio IX, proclama il dogma dell’infallibilità del Papa quando come maestro della fede e della vita cristiana, insegna ex cathedra con l’autorità di Cristo. Il Santo Padre ebbe in don Bosco un grande sostenitore e figlio devotissimo. Pio IX, governò la Chiesa per 32 anni, fino al 7 febbraio 1878. Fu uno dei Papi più grandi della storia, un gigante di luce e di santità. Il 3 settembre 2000, finalmente, da Giovanni Paolo II è stato elevato alla gloria degli altari.

mercoledì 5 dicembre 2012

Niccolò Stenone (Niels Stensen)


Niels Stensen nasce a Copenaghen (Danimarca) l'11 gennaio 1638 in una famiglia ricca e di fede luterana. Studia presso l'università di Copenaghen lingue, matematica, anatomia e medicina, con grande profitto. Importanti sono gli studi sull'anatomia umana, a lui si deve la scoperta del dotto salivare chiamato appunto di Stenone. Sono ondamentali anche i suoi studi di geologia e cristallografia. Stenone diventa un luminare, ormai, accolto da sovrani e accademie di tutta Europa. Ma l’ansia di conoscenza si estende anche ai problemi della fede, specialmente da quando si reca spesso a Firenze.  Qui, in terra cattolica, segue i riti, studia i princìpi dialogando con dotti religiosi, con la gentildonna lucchese Lavinia Arnolfini, con la clarissa Maria Flavia del Nero; a Livorno lo commuove la processione del Corpus Domini nel giugno 1667. E nel novembre successivo lo accoglie con i suoi sacramenti la Chiesa di Roma.   "Firenze fu infatti come una seconda patria per il beato Stenone, le cui spoglie sono custodite nella Basilica di san Lorenzo. Nella vostra città egli maturò quelle decisioni fondamentali di carattere religioso che dovevano dare un indirizzo nuovo a tutto il resto della sua vita, arricchendo la sua personalità, già tanto dotata sul piano culturale, con l’apporto di una nuova e più alta professione di vita, quella del ministro di Cristo, che allarga il cuore di un uomo ad orizzonti ben più vasti e profondi di quelli che possa assicurare la semplice scienza umana, per quanto nobile essa sia" (DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI FEDELI FIORENTINI GIUNTI A ROMA PER LA BEATIFICAZIONE DI NIELS STENSEN
Domenica, 23 ottobre 1988).

Otto anni dopo (1675)la sua conversione, nel giorno di Pasqua, riceve l'ordinazione sacerdotale nel duomo di Firenze, dove inizia il suo ministero come Curato. Nel 1677 viene consacrato Vescovo e nominato Vicario Apostolico dell'intera Germania nord-occidentale e della Danimarca - Norvegia, con sede ad Hannover e poi ad Amburgo dove visse povero ed umile fino alla morte per grave malattia il 5 dicembre 1628.
"L’esempio che ci offre il Vescovo Stenone è importante, in particolare, per tutti i pastori della Chiesa: in lui rifulgeva un generoso spirito di servizio che lo rendeva sempre pronto ad andare là dov’era chiamato, anche se l’incarico era difficile ed impegnativo. In ogni occasione egli seppe dar prova di zelo fervente e di instancabile spirito apostolico, conducendo una vita mortificata e povera" (Giovanni Paolo II)

sabato 1 dicembre 2012

Beato Charles de Foucauld


Nasce il 15 settembre 1858 a Strasburgo (Francia). Visse una giovinezza scapestrata, «senza niente negare e senza niente credere», impegnandosi solo nella ricerca del proprio piacere. Nel 1876 entra nella scuola militare di Saint-Cyr per seguire le orme del nonno, con il quale è cresciuto insieme alla sorella Marie, dopo essere rimasto orfano all'età di sei anni. Tenente dell'esercito francese di stanza in Algeria, nel 1885 viene esonerato dal servizio,  congedato con disonore per maldisciplina aggravata da sregolatezza di vita.
Si dedica allora a viaggiare esplorando una zona sconosciuta del Marocco. In occasione della rivolta di Orano, chiede di poter essere reintegrato e, terminata la campagna militare, si dimette dall'esercito, dedicandosi a ricerche geografiche e di esplorazione. Affascinato dall'Africa settentrionale, dalla rudezza dei suoi abitanti e dall'ambiente quasi soprannaturale, dedica una parte della sua vita a carpirne le tradizioni e i costumi e, da esploratore delle cose del mondo, diventa uomo alla ricerca di Dio. "Per dodici anni, ho vissuto senza alcuna fede: nulla mi pareva sufficientemente provato. L'identica fede con cui venivano seguite religioni tanto diverse mi appariva come la condanna di ogni fede [...]. Per dodici anni rimasi senza nulla negare e nulla credere, disperando ormai della verità, e non credendo più nemmeno in Dio, sembrandomi ogni prova oltremodo poco evidente".

Nel 1886 ritorna in Francia e fissa la sua dimora a Parigi. Torna in patria scosso dalla fede totalitaria di alcuni musulmani conosciuti in Africa. Si riavvicina al cristianesimo e si converte radicalmente, accettando di accostarsi per la prima volta al sacramento della confessione. Deciso a «vivere solo per Dio», entra dapprima tra i monaci trappisti, ma ne esce, dopo alcuni anni, per recarsi in Terra Santa e abitarvi come Gesù, in povertà e nascondimento. Ordinato sacerdote a 43 anni nel 1901, con l’intento di poter celebrare e adorare l’Eucaristia nella più sperduta zona del mondo, torna in Africa, si stabilisce vicino un’oasi del profondo Sahara algerino, indossando una semplice tunica bianca, sulla quale aveva cucito un cuore rosso di stoffa, sormontato da una croce.  Nel 1905 nel territorio di Tamanrasset costruisce un piccolo romitorio e successivamente nel 1910 un eremo nell'Aschrem, cima centrale dell'Haggar. Dall'arrivo a Bénis-Abbès, inizia la nuova vita religiosa di fratel Charles de Foucauld.
A cristiani, musulmani, ebrei e idolatri, che passavano per la sua oasi, si presentava come «fratello universale» e offriva a tutti ospitalità. In seguito si addentrò ancora di più nel deserto, raggiungendo il villaggio tuareg di Tamanrasset.Vi trascorse tredici anni occupandosi nella preghiera (a cui dedicava undici ore al giorno) e nel comporre un enorme dizionario di
lingua francese-tuareg (usato ancor oggi), utile alla futura evangelizzazione.
La sera del primo dicembre 1916, la sua abitazione – sempre aperta a ogni incontro – fu saccheggiata da predoni. Il cadavere fu ritrovato presso l’ostensorio che conteneva l’ostia, quasi per un’ultima adorazione.
E' stato beatificato in San Pietro il 13 novembre 2005 sotto il pontificato di Benedetto XVI.
www.charlesdefoucauld.org/it

giovedì 8 novembre 2012

Beato Giovanni Duns Scoto


Nacque tra il 23 dicembre 1265 e il 17 marzo 1266, in Scozia da cui il soprannome «Scoto». Sin da bambino entrò in contatto con i francescani, di cui tredicenne iniziò a frequentare gli studi conventuali di Haddington, nella contea di Berwich. Terminati gli studi in teologia si dedicò all'insegnamento prima a Oxford, poi a Parigi e Colonia. Qui, su incarico del generale della sua Congregazione doveva fronteggiare le dottrine eretiche, ma riuscì a dedicarsi per breve tempo all'impresa. Morì infatti pochi mesi dopo il suo arrivo, l'8 novembre 1308. Giovanni Duns è considerato uno dei più grandi maestri della teologia cristiana, nonché precursore della dottrina dell'Immacolata Concezione. Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato il 20 marzo 1993 definendolo «cantore del Verbo incarnato e difensore dell'Immacolato concepimento di Maria». Le sue spoglie mortali sono custodite nella chiesa dei frati minori di Colonia. (tratto da qui)
 
Per approfondire clicca qui oppure qui
 
Anche il Papa Benedetto XVI si è occupato in un'udienza generale di Duns Scoto QUI


lunedì 22 ottobre 2012

Beato Giovanni Paolo II


Karol Józef Wojtyła, eletto Papa il 16 ottobre 1978, nacque a Wadowice, città a 50 km da Cracovia, il 18 maggio 1920.
Era il secondo dei due figli di Karol Wojtyła e di Emilia Kaczorowska, che morì nel 1929. Suo fratello maggiore Edmund, medico, morì nel 1932 e suo padre, sottufficiale dell’esercito, nel 1941.
A nove anni ricevette la Prima Comunione e a diciotto anni il sacramento della Cresima. Terminati gli studi nella scuola superiore Marcin Wadowita di Wadowice, nel 1938 si iscrisse all’Università Jagellónica di Cracovia.
Quando le forze di occupazione naziste chiusero l’Università nel 1939, il giovane Karol lavorò (1940-1944) in una cava ed, in seguito, nella fabbrica chimica Solvay per potersi guadagnare da vivere ed evitare la deportazione in Germania.
A partire dal 1942, sentendosi chiamato al sacerdozio, frequentò i corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia, diretto dall’Arcivescovo di Cracovia, il Cardinale Adam Stefan Sapieha. Nel contempo, fu uno dei promotori del "Teatro Rapsodico", anch’esso clandestino.
Dopo la guerra, continuò i suoi studi nel seminario maggiore di Cracovia, nuovamente aperto, e nella Facoltà di Teologia dell’Università Jagellónica, fino alla sua ordinazione sacerdotale a Cracovia il 1 novembre 1946. Successivamente, fu inviato dal Cardinale Sapieha a Roma, dove conseguì il dottorato in teologia (1948), con una tesi sul tema della fede nelle opere di San Giovanni della Croce. In quel periodo, durante le sue vacanze, esercitò il ministero pastorale tra gli emigranti polacchi in Francia, Belgio e Olanda.
Nel 1948 ritornò in Polonia e fu coadiutore dapprima nella parrocchia di Niegowić, vicino a Cracovia, e poi in quella di San Floriano, in città. Fu cappellano degli universitari fino al 1951, quando riprese i suoi studi filosofici e teologici. Nel 1953 presentò all’Università cattolica di Lublino una tesi sulla possibilità di fondare un’etica cristiana a partire dal sistema etico di Max Scheler. Più tardi, divenne professore di Teologia Morale ed Etica nel seminario maggiore di Cracovia e nella Facoltà di Teologia di Lublino.
Il 4 luglio 1958, il Papa Pio XII lo nominò Vescovo titolare di Ombi e Ausiliare di Cracovia. Ricevette l’ordinazione episcopale il 28 settembre 1958 nella cattedrale del Wawel (Cracovia), dalle mani dell’Arcivescovo Eugeniusz Baziak.
Il 13 gennaio 1964 fu nominato Arcivescovo di Cracovia da Paolo VI che lo creò Cardinale il 26 giugno 1967.
Partecipò al Concilio Vaticano II (1962-65) con un contributo importante nell’elaborazione della costituzione Gaudium et spes. Il Cardinale Wojtyła prese parte anche alle 5 assemblee del Sinodo dei Vescovi anteriori al suo Pontificato.
Viene eletto Papa il 16 ottobre 1978 e il 22 ottobre segue l'inizio solenne del Suo ministero di Pastore Universale della Chiesa.
Dall’inizio del suo Pontificato, Papa Giovanni Paolo II ha compiuto 146 visite pastorali in Italia e, come Vescovo di Roma, ha visitato 317 delle attuali 332 parrocchie romane. I viaggi apostolici nel mondo - espressione della costante sollecitudine pastorale del Successore di Pietro per tutte le Chiese - sono stati 104.
Tra i suoi documenti principali si annoverano 14 Encicliche, 15 Esortazioni apostoliche, 11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche. A Papa Giovanni Paolo II si ascrivono anche 5 libri: "Varcare la soglia della speranza" (ottobre 1994); "Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio" (novembre 1996); "Trittico romano", meditazioni in forma di poesia (marzo 2003); "Alzatevi, andiamo!" (maggio 2004) e "Memoria e Identità" (febbraio 2005).
Papa Giovanni Paolo II ha celebrato 147 cerimonie di beatificazione - nelle quali ha proclamato 1338 beati - e 51 canonizzazioni, per un totale di 482 santi. Ha tenuto 9 concistori, in cui ha creato 231 (+ 1 in pectore) Cardinali. Ha presieduto anche 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio.
Dal 1978 ha convocato 15 assemblee del Sinodo dei Vescovi: 6 generali ordinarie (1980, 1983, 1987, 1990; 1994 e 2001), 1 assemblea generale straordinaria (1985) e 8 assemblee speciali (1980, 1991, 1994, 1995, 1997, 1998 [2] e 1999).
Nessun Papa ha incontrato tante persone come Giovanni Paolo II: alle Udienze Generali del mercoledì (oltre 1160) hanno partecipato più di 17 milioni e 600mila pellegrini, senza contare tutte le altre udienze speciali e le cerimonie religiose (più di 8 milioni di pellegrini solo nel corso del Grande Giubileo dell’anno 2000), nonché i milioni di fedeli incontrati nel corso delle visite pastorali in Italia e nel mondo; numerose anche le personalità governative ricevute in udienza: basti ricordare le 38 visite ufficiali e le altre 738 udienze o incontri con Capi di Stato, come pure le 246 udienze e incontri con Primi Ministri.
Muore a Roma, nel suo alloggio nella Città del Vaticano, alle ore 21.37 di sabato 2 aprile 2005. I solenni funerali in Piazza San Pietro e la sepoltura nelle Grotte Vaticane seguono l'8 aprile.
 

giovedì 30 agosto 2012

Ildefonso Schuster, beato


 

Nato a Roma il 18 gennaio 1880 da Giovanni, caposarto degli zuavi pontifici, e da Maria Anna Tutzer, fu battezzato il 20 gennaio. Rimasto all’età di undici anni orfano di padre, e viste le sue doti per studio e la sua pietà, fu fatto entrare dal barone Pfiffer d’Altishofen nello studentato di S. Paolo fuori le mura. Ebbe come maestri il Beato Placido Riccardi e don Bonifacio Oslander che l’educarono alla preghiera , all’ascesi e allo studio (si laureò in filosofia al Collegio Pontificio di Sant’Anselmo a Roma).
Fu monaco esemplare e il 19 marzo 1904 venne ordinato sacerdote in San Giovanni in Laterano. Gli furono affidati incarichi gravosi, che manifestavano però in se la stima e la fiducia nei suoi confronti. A soli 28 anni era maestro dei novizi, poi procuratore generale della Congregazione Cassinese, successivamente priore claustrale e infine abate ordinario di San Paolo fuori le mura (1918). L’amore per lo studio, che fanno di lui un vero figlio di San Benedetto, non verrà meno a causa dei suoi innumerevoli impegni che sempre più occuperanno il suo tempo e il suo ministero. Grande infatti fu la sua passione per l’archeologia, l’arte sacra, la storia monastica e liturgica.
Gli infiniti impegni lo porteranno dalla cattedra di insegnante alla visita, come Visitatore Apostolico, dei Seminari. Il 26 giugno 1929 fu nominato da papa Pio XI arcivescovo di Milano; il 15 luglio lo nomina cardinale e il 21 luglio lo consacra vescovo nella suggestiva cornice della Cappella Sistina. Ebbe inizio così il suo ministero di vescovo nella Chiesa Ambrosiana. Prese come modello il suo predecessore il Santo vescovo Carlo Borromeo e di lui imitò anzitutto lo zelo nel difendere la purezza della fede, nel promuovere la salvezza delle anime, incrementandone la pietà attraverso la vita sacramentale e la conoscenza della dottrine cristiana. A testimonianza di ciò sono le numerose lettere al clero e al popolo, le assidue visite pastorali, le minuziose e dettagliate prescrizioni specialmente in ordine al decoro del culto divino, i frequenti sinodi diocesani e i due congressi eucaristici. La sua presenza tra il popolo fu continua e costante. Per questo non mancò mai ai riti festivi in Duomo, moltiplicò le consacrazioni di chiese e altari, le traslazioni di sacre reliquie, eccetera. Allo stremo delle forze si era lasciato persuadere dai medici di trascorrere un periodo di riposo. Scelse come luogo il seminario di Venegono, da lui fatto costruire come un’abbazia in cima ad un colle, mistica cittadella di preghiera e studio.
Qui si spense il 30 agosto 1954 congedandosi dai suoi seminaristi con queste parole: “ Voi desiderate un ricordo da me. Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un Santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio. Ricordate le folle intorno alla bara di don Orione? Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi, ha paura, invece, della nostra santità”.
Pochi giorni dopo, l’impressionante corteo che accompagnava la salma del cardinale Schuster da Venegono a Milano confermava che “ quando passa un Santo, tutti accorrono al suo passaggio”. Il processo di beatificazione ebbe inizio nel 1957 e si concluse nel 1995 con l’approvazione del miracolo ottenuto per sua intercessione: la guarigione di suor Maria Emilia Brusati, da glaucoma bilaterale. La proclamazione solenne di beatificazione è del 12 maggio 1996. La memoria liturgica è il 30 agosto.



mercoledì 4 luglio 2012

Beato Pier Giorgio Frassati

Nasce a Torino il 6 aprile 1901. Suo padre, Alfredo, è un affermato giornalista, proprietario del quotidiano 'La Stampa', la mamma, Adelaide Ametis, una pittrice. Entrambi vivono una vita di famiglia improntata sull'apparenza, chiusa alla luce della fede, più preoccupati del benessere materiale che di quello spirituale. Pier Giorgio nonostante la sterilità della vita familiare, vive un'intensa quotidianità intessuta nella fede, nella preghiera e nella carità. Va a Messa e si comunica ogni giorno, a 21 anni entra nel Terz'Ordine Domenicano, e si iscrive all'Azione Cattolica. Spesso è in disaccordo con i suoi genitori che non comprendono quel figlio così diverso da loro. Si iscrive alla Facoltà di Ingegneria, ma è confuso, pensa di farsi sacerdote, non riesce a capire il disegno di Dio sulla sua vita. Nell’ultimo anno della sua vita Pier Giorgio s’innamora di una ragazza, Laura Hidalgo, laureata in matematica e considerata da casa Frassati socialmente non all’altezza del nome di Pier Giorgio. Quell’esperienza lo segna fortemente. Quando la sorella Luciana si sposa per Pier Giorgio è un duro colpo, resta da solo nella casa delle discordie. La sua proverbiale allegria lo abbandona nell’ultima parte della sua esistenza, quando appare quasi presago della fine prematura. Viene meno quel suo spirito perennemente sereno a motivo di una serie di condizionamenti che sembrano preoccuparlo: l’amore per Laura Hidalgo, la volontà paterna di integrarlo nell’amministrazione de La Stampa, il timore dolorosissimo di una possibile separazione fra gli amati genitori, la cui convivenza è sempre più difficile. Un giorno, ad un amico che gli aveva domandato che cosa avrebbe voluto fare dopo gli studi, lui rispose: "Non lo so: sacerdote no, perché è una missione troppo grande e non ne sono degno; il matrimonio no. L’unica soluzione sarebbe quella che il Signore mi prendesse con sé".
E il Signore lo prende con sè: la morte lo coglie rapidissima. Viene colpito dalla poliomielite fulminante. Sei giorni appena per corrodere quel fisico sano e forte di 24 anni. Ancora una volta la famiglia non lo comprende: tutti sono attenti all’agonia dell’anziana nonna Ametis, non accorgendosi della gravità del suo male. Non un lamento uscirà dalla sua bocca, non una richiesta.
"Il giorno della mia morte sarà il più bello della mia vita", aveva detto ad un amico.
Quel giorno arrivò il 4 luglio 1925.
Alfredo Frassati è distrutto dal dolore, di fronte alla bara del figlio “ribelle”, alla quale rendono omaggio, con suo sconcerto, migliaia e migliaia di persone e di poveri della Torino semplice e umile. Quattro giorni dopo la morte del figlio, Alfredo scrive a sua madre, Giuseppina Frassati, una lettera colma di strazio, un tormento che perdurerà ancora 36 anni, fino alla sua morte: "Giorgio era un santo, oggi lo riconoscono tutti… L'impressione per la sua morte qui a Torino è stata pari alla sua bontà. Mai si è visto una folla unanime cantare le lodi di un morto. Ma il povero Pier Giorgio non c'è più e la mia vita è finita. Avevo troppo nel mondo: fino a 57 anni ho avuto tutto. Ora sono il più povero dei poveri. Mendico nel mondo, nessuno può darmi anche la minima parte di quello che mi fu tolto".
La morte di Pier Giorgio aprì gli occhi al padre e alla madre, la quale si occupò di raccogliere le prime testimonianze sul figlio e collaborò con il salesiano don Antonio Cojazzi, che era stato insegnante di Pier Giorgio, per la stesura della prima biografia sul beato, pubblicata nel 1928. Il primo miracolo di Pier Giorgio è stato la conversione dei suoi genitori.  

Giovanni Paolo II lo chiamò l'uomo delle otto beatitudini e lo beatificò il 20 maggio 1990.
Nell'Omelia alla Messa di beatificazione disse:
"Certo, a uno sguardo superficiale, lo stile di Pier Giorgio Frassati, un giovane moderno pieno di vita, non presenta granché di straordinario. Ma proprio questa è l’originalità della sua virtù, che invita a riflettere e che spinge all’imitazione. In lui la fede e gli avvenimenti quotidiani si fondono armonicamente, tanto che l’adesione al Vangelo si traduce in attenzione amorosa ai poveri e ai bisognosi, in un crescendo continuo sino agli ultimi giorni della malattia che lo porterà alla morte. Il gusto del bello e dell’arte, la passione per lo sport e per la montagna, l’attenzione ai problemi della società non gli impediscono il rapporto costante con l’Assoluto.
Tutta immersa nel mistero di Dio e tutta dedita al costante servizio del prossimo: così si può riassumere la sua giornata terrena!"
Tutta l'omelia qui


"...ogni giorno m'innamoro sempre più delle montagne e vorrei, se i miei studi me lo permettessero, passare intere giornate a contemplare in quell'aria pura la grandezza del Creatore...".

«Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità, non è vivere, ma vivacchiare».(PierGiorgio Frassati)

OGGI LA SANTA CHIESA RICORDA ANCHE SANTA ELISABETTA DEL PORTOGALLO, REGINA, CHE TROVATE QUI