MITTITE RETE ET INVENIETIS

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: " Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)

post scorrevoli

Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post

lunedì 11 febbraio 2013

Beata Vergine Maria di Lourdes

Oggi si ricorda l'apparizione della Vergine Santissima a Bernadette Soubirous. Era l'11 febbraio 1858 e la Mamma Celeste veniva a riempire quel piccolo e misconosciuto luogo della Francia, ai piedi dei Pirenei, di mistica luce. Da allora Lourdes è diventato il centro di irradiazione di un messaggio di speranza per l'umanità ferita dal peccato e dalla malattia. La Santa Vergine chiede conversione, preghiera, carità e dona pace e guarigione. Oggi si celebra anche la XXI giornata del malato. Ne ho scritto l'anno scorso qui su www.leportedellaterradimezzo.blogspot.it
e qui su questo stesso blog.
 
Bernadette Soubirous (qui la biografia), umile pastorella, diventa mediatrice di questo messaggio d'amore che viene dal Cielo e si chiede qual'è il nome della bella Signora che le appare alla grotta?
Nell’apparizione del 25 marzo 1858, “Aquéro” rivelò finalmente il suo nome. Alla domanda di Bernadette, nel dialetto locale rispose: “Que soy era Immaculada Councepciou…”: Io sono l’Immacolata Concezione. Quattro anni prima, Papa Pio IX aveva dichiarato l'Immacolata Concezione di Maria un dogma, cioè una verità della fede cattolica.
 
 
Lo scrittore Vittorio Messori (qui il sito che parla di lui), dopo anni di accurati studi su santa Bernadette Soubirous e sulle apparizioni, ha pubblicato ultimamente un libro, unico nel suo genere. Da leggere.
Per maggiori informazioni cliccare qui  
 

giovedì 9 agosto 2012

Santa Teresa Benedetta della Croce, Patrona d'Europa

 
Edith Stein, filosofo, discepola e assistente personale di Husserl, donna autonoma, assetata di sapere, determinata, di grandi capacità intellettuali. Nasce da famiglia ebrea, praticante ed osservante, a Breslavia il 12 ottobre 1891. Ancora giovinetta rinuncia ad ogni pratica religiosa, ma ha una grande deferenza verso la religiosità di sua madre. Nel frattempo studia, si laurea, scrive libri, e pian piano matura in lei la ferma convinzione di diventare cattolica. La lettura della biografia di Santa Teresa d'Avila le dona la certezza della sua conversione, ed esclama: '...questa è la verità'. Il 1 gennaio del 1922 riceve il battesimo. La cosa più difficile è dirlo alla madre che resta sconvolta dalla decisione della figlia prediletta. Si abbracciano e piangono in silenzio avvolte dal mistero di un amore disinteressato, profondo ed autentico che provano l'una per l'altra. Edith resta in famiglia per sei mesi. Il dolore della madre è per Edith una dura prova, che cerca di alleggerire con la tenerezza e le attenzioni. Intanto cresce nel suo cuore il desiderio di entrare nel Carmelo di Colonia. Il momento più duro arriva quando Edith deve informare la madre della sua decisione. Emblematica è la frase della sorella Erna: 'Ciò che è terribile nella vita è che quello che rende felici gli uni rappresenta per gli altri la peggiore delle catastrofi'. Il 14 ottobre 1933 varca la soglia del Carmelo. Il 15 aprile 1934 riceve il sacro abito ed il nome Teresia benedicta a Cruce (Teresa benedetta dalla Croce). Nel frattempo lo spettro nazionalsocialista ha cominciato a stendere il suo velo di morte decretato da Hitler il 30 gennaio 1939. Suor Teresa si affida alla volontà del Signore. Parte della sua famiglia si salverà mentre altri moriranno nei campi di concentramento. Viene trasferita al Carmelo di Echt (Olanda) e la sorella Rosa convertitasi al Cattolicesimo entrerà nello stesso Monastero. Ormai insieme, le due sorelle passano molto tempo in preghiera. Il 2 agosto 1942 vengono prelevate dalla Gestapo e deportate ad Auschwitz, dove muoiono nella camera a gas il 9 agosto. Edith Stein viene canonizzata da Papa Giovanni Paolo II nel 1998. Il Papa l'ha proclamata per la sua saggezza ed i suoi scritti anche Dottore della Chiesa e Patrona d'Europa insieme a Santa Caterina da Siena e Santa Brigida di Svezia.        

 
L'Opera di Edith Stein non è stata ancora intreramente pubblicata. Gli scritti più importanti sono stati raccolti in diciassette volumi. Il primo volume in basso è una sua biografia scritta da Joachim Bouflet edito da Paoline nel 1998.
 

Per saperne di più andate qui

Questo è un pezzo tratto dal libro di V. Messori 'Pensare la storia'


mercoledì 30 maggio 2012

Santa Giovanna d'Arco

Jeannette nasce a Domrémy, un villaggio nel Nord-Est della Francia, probabilmente nel 1411 o 1412 (secondo la tradizione la notte dell'Epifania, il 6 gennaio), è la figlia minore dei cinque figli di Jacques d’Arc e di Isabelle Romée, agiati contadini, buoni e fedeli cattolici. Jeannette lavora volentieri, aiutando i genitori, porta le greggi al pascolo, si occupa degli animali, della casa, sa sbrigare le faccende di casa, sa filare. E' buona, semplice e dolce di carattere; va in Chiesa, prega, fa l'elemosina ai poveri, tutto volentieri! (dalle testimonianze raccolte tra le persone che la conoscevano). La Francia, dalla Normandia alla Loira, vive dal 1415 l'occupazione inglese. Il re d'Inghilterra Enrico V, fatto uccidere Riccardo II, l'ultimo discendente leggittimo dei Plantageneti, spera di ottenere in Francia delle vittorie per consolidare il suo trono, approfittando della follia di Carlo VI re di Francia. Jeanne vive in un luogo di confini dove si avvertono le conseguenze delle divisioni tra armagnacchi e borgognoni, questi ultimi schierati a favore dell'occupante inglese. Ne nascevano così delle dispute a volte sanguinose e violente. Nel 1424 o 1425 a circa tredici anni Jeannette sente la voce di un Angelo: "Quando avevo circa tredici anni, una voce di Dio è venuta ad aiutarmi a guidare la mia vita. La prima volta ebbi molta paura. E venne questa voce in estate, nel giardino di mio padre, intorno a mezzogiorno". Jeannette aggiunge che subito dopo aver sentito la voce promette di conservare la verginità finchè lo avesse voluto Dio. Di queste voci e visioni Jeannette mantiene il segreto fino al 1428, quando non potendo più tacere, si reca alla Fortezza di Vaucouleurs assediata dai borgognoni. Qui trova il capitano Robert de Baudricourt, saldo nel difendere la fortezza in nome del Re di Francia.
Jeannette è ormai cresciuta è diventata Jeanne la Pucelle (cioè la vergine). Comincia così la breve epopea di questa straordinaria fanciulla. Convince il Delfino di Francia (il futuro Carlo VII) della sua legittimità ad assurgere al trono che rivendicava da sette anni, dal 1422 anno in cui suo padre Carlo VI era morto, e di affidarle il comando di un esercito con il quale libererà Orléans dagli Inglesi resturando l'autorità del legittimo sovrano.
L’8 maggio 1429 gli Inglesi assedianti vengono sconfitti. Da qui si sussegue una battaglia dopo l’altra: il coraggio soprannaturale della Pulzella ricorda la tempra dei condottieri dell’antico Testamento. Il 17 luglio dello stesso anno, Carlo VII viene incoronato a Reims alla sua presenza. Il successo la consacra eroina inviata dal Cielo!
Jeanne d’Arc vinse il dominio straniero per volontà di Dio e riuscì ad infondere audacia e speranza nell’esercito regio; ma gli storici concordano anche nel riconoscerle il merito di aver allontanato con il nemico anche il Protestantesimo, che altrimenti si sarebbe innestato in Francia.
Ma, proprio a causa dei suoi successi, viene catturata a Compiègne dai borgognoni, il 23 maggio 1430. Il re di Francia non cercherà di ottenere il suo rilascio e dunque il 21 novembre 1430 viene venduta agli inglesi. Dopo due giorni dalla cattura, l’Università di Parigi chiede che venga giudicata come strega. Questa soluzione piacerà molto al duca di Bedford in quanto gli consente di screditare Carlo VII, che sarebbe apparso come colui che doveva la conquista del trono alle potenze infernali. Il processo si apre a Rouen perchè in essa la potenza inglese è solidamente affermata. Il carattere fraudolento di questo processo è evidente sin dalla prima seduta, mercoledi 21 febbraio 1431. Le viene proibito di lasciare il castello di Rouen, pena l'accusa di eresia! Jeanne è trattata da prigioniera di guerra, rinchiusa in una prigione inglese, sorvegliata da soldati inglesi. Contro Jeanne non esiste un capo d'accusa, ma il giudice Pierre Cauchon intende farle subire un processo per eresia. Si tratta di pura mistificazione!
Ella viene ripetutamente interrogata per giorni e giorni e alla fine del falso processo viene condannata al rogo. Viene accompagnata da due frati domenicani, uno di loro ricorda gli ultimi istanti della Pulzella: "Jeanne, tra le fiamme, non cessò mai di pronunciare e confessare ad alta voce il santo nome di Gesù...". La candida bambina e Capo trionfante (Charles Péguy), rende l'anima al Signore il 30 maggio 1431 a soli 19 anni.
Nel 1455 papa Callisto III firma un rescritto autorizzando la famiglia di Jeanne a far aprire la revisione del processo.
La madre Isabelle: "Io avevo una figlia, nata in legittimo matrimonio, a cui avevo degnamente fatto amministrare i sacramenti del battesimo e della confermazione e che avevo educato nel timor di Dio e nel rispetto della tradizione della Chiesa, nei limiti della sua età e della semplicità della sua condizione, per cui (...) ella frequentava molto la chiesa e digiunava e pregava con grande devozione e fervore (....), alcuni nemici l'hanno fatta tradurre in processo di fede e, senza che fosse portato alcun aiuto alla sua innocenza, in un processo perfido, violento ed iniquo, senza l'ombra del diritto (....)l'hanno condannata in modo deplorevole e criminale e l'hanno fatta crudelmente morire sul fuoco". Il 7 luglio 1456 viene dichiarata solennemente la nullità del  primo processo. Jeanne D'Arc viene canonizzata il 16 maggio 1920 da papa Benedetto XV.
'Il suo culto fu particolarmente incentivato in Francia durante i momenti di particolare crisi in campo militare, sino ad essere proclamata patrona della nazione. Anche in Inghilterra la sua figura è stata rivalutata ed una sua statua è stata posta nella cattedrale di Winchester, dinnanzi alla tomba del Cardinal Beaufort, colui che ebbe un ruolo decisivo nell’iniquo processo contro Giovanna' (F. Arduino).       
BIBLIOGRAFIA:
Régine Pernoud -Giovanna d'Arco - una vita in breve- Ed San Paolo
.
             

domenica 13 maggio 2012

Beata Vergine Maria di Fatima

'Fu in un limpido 13 maggio che il Fiore splendente del Cielo venne ad imbalsamare col suo profumo la terra desolata e mesta. Era la domenica precedente l'Ascensione. Al solito, i tre pastorelli, prima di liberare il gregge, erano andati in chiesa per la prima Messa. (....) Quel giorno, terminata la Messa, i pastorelli tornarono a casa, presero la loro borsa con la merenda e andarono col gregge verso il laghetto-pozzanghera che sta già un pò fuori, lungo la strada di Gouveia. (...) Lo scampanio della torre di Fatima che invitava a Messa diceva loro che mezzogiorno era vicino. Aprirono allora i fardelli arricchiti dalle rispettive mamme con qualcosetta in più, perchè si era in giorno di festa; fecero il segno di croce, recitarono un Pater Noster per le anime del purgatorio e pranzarono, conservando però qualche cosa per la merenda più tardi, prima di ritornare. Ringraziarono e, preso il rosario dalle tasche, si misero a recitarlo. Dal Cielo la Vergine Santissima doveva ascoltare in quel giorno con particolare tenerezza, quella prece innocente. Ecco il riflettersi vivissimo di una luce, che i pastorelli, per mancanza d'altri termini più appropriati, chiamarono 'lampo'(...). I piccoli (...) si guardano impauriti: sanno che al lampo segue il tuono. Alzano gli occhi per interrogare il cielo. Nè da Oriente, nè dal lato di Santa Caterina, il minimo indizio di temporale: non c'è la più leggera nube che macchi l'immensità azzurra del cielo cobalto; nessun alitare, benchè minimo, di vento. Un sole splendido, un'atmosfera calda, una calma solenne. (...)Un secondo baleno, più intenso, li immobilizza. (...) Spontaneamente e simultaneamente si girano verso destra. Sulla chioma di un piccolo elce  un'apparizione celeste chiude l'orizzonte. Nel colmo della sorpresa stanno immobili, avvolti nella luce che la visione irradia. "Era una Signora vestita di bianco - cos' ce la descrive Lucia - più splendente del sole, emanava luce più chiara e intensa di quella di un cristallo pieno di limpida acqua, attraversata dai raggi più ardenti del sole". Sorpresi dall'apparizione, i piccoli fissano gli occhi estasiati nella dolce Signora che, con voce soavissima tutta materna, li tranquillizza: -Non abbiate paura, non voglio farvi del male. (....) Lucia intanto si fa coraggio e domanda:
-Donde siete voi?
-Sono del Cielo.
-E che volete da me? - continua Lucia più animosa.
-Sono venuta a chiedervi che veniate qui sei mesi di seguito il giorno 13 , a questa stessa ora. (...)
-Recitate la corona tutti i giorni - aggiunse la bianca Signora - per ottenere la pace al mondo e la fine della guerra. (...)
Così terminò il primo colloquio dell'amorevole Regina del Cielo con i tre piccoli montanari portoghesi. 
"Allora cominciò ad elevarsi - continua Lucia - lentamente salendo in direzione d'oriente fino a scomparire nella immensità dello spazio, circondata da una vivida luce che andava come ad aprile la strada fra gli astri". 

TRATTO DA 'ERA UNA SIGNORA PIU' SPLENDENTE DEL SOLE' di Padre Giovanni de Marchi Ed. Missioni Consolata - Fatima

Per leggere in dettaglio le apparizioni e i messaggi cliccare qui  

venerdì 9 marzo 2012

San Domenico Savio

Domenico è il fiore più bello e profumato del giardino della santità di don Bosco. Egli stesso ha provveduto a scriverne una biografia dai tratti teneri ed appassionati. Domenico nasce a Riva presso Chieri in provincia di Torino il 2 aprile 1842. I suoi genitori Carlo e Brigida sono poveri, umili e persone di comprovata fede e si impegnano seriamente a dare a Domenico un'educazione cristiana. Scrive don Bosco nel suo libro VITA DI DOMENICO  SAVIO: ' I suoi genitori hanno affermato: "Anche all'età in cui i fanciulli mettono a dura prova la pazienza delle mamme perchè vogliono vedere tutto, toccare tutto, e finiscono per rompere gli oggetti di casa, Domenico non ci diede mai dispiaceri. Era obbediente, eseguiva ogni nostro comando. Anzi, se vedeva che desideravamo qualche cosa, lo faceva prima che glielo chiedessimo" (pag 18).
Quando papà tornava a casa dal lavoro, gli correva incontro col volto sorridente. Lo prendeva per mano, se poteva gli gettava le braccia al collo. Gli diceva: "Caro papà, voi siete stanco. Lavorate tanto per me, e io sono capace a combinare solo pasticci. Pregherò il buon Dio che vi dia tanta salute, e per me che mi faccia buono".
Questo diceva il padre - era per me un conforto dolce nella fatica. Quando il lavoro stava per finire, ero impaziente di tornare a casa per baciare il mio Domenico, che amavo teneramente (pag 18).

A sette anni riceve la Prima Comunione e scrive: Ricordi fatti da me Savio Domenico, l'anno 1849 quando ho fatto la Prima Comunione essendo di sette anni.
1. Mi confesserò molto sovente e farò la Comunione tutte le volte che il confessore me lo permetterà.
2. Voglio santificare i giorni festivi.
3. I miei amici saranno Gesù e Maria.
4. La morte, ma non peccati.

Questi ricordi Domenico li legge sovente e sono la guida delle sue azioni sino alla fine della sua vita.
Scrive don Bosco: "Domenico era di costituzione gracile, debole, di aspetto serio e dolce insieme. La sua presenza era piacevole. Aveva un carattere mitissimo e dolcissimo, e il suo umore non aveva sbalzi di allegria e di musoneria: era inalterabile. Questo contegno tranquillo lo aveva in scuola e fuori, in Chiesa e dappertutto. (....) Domenico fu 'Savio' di nome di fatto,e questo per sempre: nello studio, nella preghiera, nel parlare con i suoi compagni, in ogni azione. (...) Domenico tenne costantemente il primo posto nella sua classe, e meritò i premi e i voti più belli in quasi tutte le materie che insegnavo. Questo felice risultato nell'istruzione non era solo frutto dell'intelligenza non comune di cui era fornito, ma anche del suo grande amore allo studio e delle buone qualità della sua anima" (pag 42).
Il 2 ottobre 1854 Domenico incontra per la prima volta don Bosco che così ricorda quel momento: "In quel ragazzo scoprii una persona che viveva completamente secondo lo spirito del Signore. Rimasi sbalordito del lavoro che la grazia di Dio aveva compiuto in lui in così pochi anni" (pag 54).
Così il 29 ottobre Domenico entra nell'Oratorio di don Bosco a Torino. All'inizio della novena all'Immacolata ha un lungo colloquio con don Bosco in cui gli confida i suoi propositi di bene. Intanto la salute comincia a vacillare e nonostante il suo desiderio di mortificarsi con digiuni e penitenze don Bosco glielo proibisce e gli dice: "La penitenza che il Signore vuole da te è l'obbedienza. Obbedisci e per te è tutto".
"E nessun'altra penitenza?" (chiese Domenico)
"Sì. Ti permetto di sopportare con pazienza gli insulti se qualcuno ti insulterà, di sopportare con pazienza il caldo, il freddo, il vento, la pioggia, la stanchezza e tutte quelle difficoltà di salute che Dio permetterà" (dice don Bosco).
"Ma questo si sopporta per necessità" (risponde Domenico).
"E tu, invece di sopportarlo per necessità, offrilo a Dio con amore. Diventerà il tuo sacrificio per il Signore" (rispose don Bosco).
Un pò contento e un pò rassegnato (scrive ancora don Bosco), Domenico riprese con serenità la sua vita ((pag 112).
La vita di Domenico è un lungo dialogo d'amore con Maria Santissima, così pensa di renderle omaggio formando un gruppo chiamato la Compagnia dell'Immacolata. Domenico vive costantemente raccolto in Dio. Egli stesso dice: "Mi prendono le solite distrazioni. Mi pare che il paradiso mi si apra sopra la testa. Allora devo allontanarmi dai compagni, per non dire cose che loro prenderebbero in giro" (pag 148). Nonostante sia gracile e senza forze continua la sua vita regolarmente e la frequentazione agli studi, senza nulla tralasciare dei suoi doveri. Ma, all'inizio dell'anno, deve rientrare a casa a Mondonio per il precipitare della sua salute. Il 9 marzo 1857 dopo 10 salassi le sue forze sono completamente prostrate, si gira verso il crocifisso e dice: "Signor, la libertà tutta vi dono, ecco le mie potenze, il corpo mio, tutto vi do, che tutto è vostro, o Dio, e nel vostro voler io mi abbandono".
Ricorda don Bosco: "Il suo volto era sereno, l'aria allegra, lo sguardo luminoso, la mente vivace: tutte cose che facevano meravigliare. Nessuno poteva persuadersi che quel ragazzo fosse sul limitare della vita" (pag 174).
Rivolto al padre gli dice: "Mio caro papà, è tempo. Prendete il mio libro di preghiere, e leggetemi le preghiere della buona morte" (pag 175).
Scrive don Bosco: "A quelle parole, la madre scoppiò a piangere e si allontanò dalla camera. Al padre scoppiava il cuore di dolore, e le lacrime soffocavano la voce. Tuttavia si fece coraggio e si mise a leggere quelle preghiere. (...) Addio, caro papà, addio. (...) Oh! che bella cosa io vedo mai...
Così dicendo e ridendo, con aria di paradiso spirò colle mani giunte innanzi al petto in forma di croce, senza fare il minimo movimento. Il cielo si è aperto per te, Domenico. Gli angeli e i santi ti hanno preparato una grande festa. Quel Gesù che hai tanto amato ti chiama dicendo:"Vieni servo buono e fedele, vieni. Tu hai combattuto, hai vinto. Ora vieni a possedere la gioia che non finirà mai. Entra nella gioia del tuo Signore" (pag 176).

Il padre avvisa don Bosco della morte del suo amato Domenico con una lettera datata 10 marzo 1857: "Con le lacrime agli occhi mi presento con questo biglietto a V.S. molto reverenda ad annunziarle una più che triste novella la quale sì è che il mio caro figliolino Domenico, di lei discepolo, qual candido giglio qual Luigi Gonzaga, rese l'anima al Signore la sera delli 9 andante marzo, ben inteso però dopo d'aver ricevuto li SS. Sacramenti una cum la benedizione Papale" (pag 181).
Il 12 giugno 1954 papa Pio XII lo proclama santo.

  

lunedì 20 febbraio 2012

Beata Giacinta Marto

Giacinta nasce l'11 marzo 1910 ad Aljustrel, nelle vicinaze di Fatima, in Portogallo. E' una bambina vivace, ma con un'anima estremamente sensibile: all'età di cinque anni, all'udire dei patimenti del Divin Redentore -dice Lucia - si commuove fino alle lacrime. E' mansueta, sin dalla tenera età, è molto legata da grande affetto alla cugina Lucia. Ama la natura nelle sue varie manifestazioni, le stelle che lei chiama 'le lampade degli Angeli', la luna 'lampada di Nostra Signora'. Nella primavera del 1916, pascolando il gregge con Lucia e  il fratellino Francesco ha i primi contatti col soprannaturale: la visione di un Angelo. Il 13 maggio del 1917 dopo essere stati a Messa, i tre pastorelli si avviano al pascolo in un luogo chiamato Cova di Iria, e, mentre giocano vedono un lampo, spaventati decidono di tornare a casa, prevedendo un temporale, invece, sulla chioma d'un piccolo elce vedono 'Una Signora vestita di bianco, più splendente del sole' (così la descrive Lucia). E' la Santa Vergine. Le apparizioni della Vergine trasformano i tre pastorelli, che ormai non sono più 'ragazzetti vivaci e spensierati' (Giovanni De Marchi - Era una signora più splendente del sole - Ed Missioni Consolata) ma 'fissi e quasi immersi nel soprannaturale'. Costante preoccupazione di Giacinta (come anche di Francesco e Lucia) è pregare e fare sacrifici per la conversione dei peccatori così come la Madonna ha loro chiesto. Così patisce, volontariamente la fame, la sete, si stringe una corda attorno alla vita per soffrire anche nella tenera carne. Il 13 ottobre, ultima apparizione, la Vergine si presenta come la Madonna del Rosario e raccomanda di recitare sempre questa preghiera. Dopo quest'ultima apparizione il Cielo non si chiude definitivamente per i tre pastorelli. Essi continuano a godere dei benefici di apparizioni 'private' soprattutto Francesco e Giacinta nel loro letto di dolore. Diciotto mesi dall'ultima apparizione, infatti si ammalano della terribile influenza chiamata spagnola. Da quel momento sia Giacinta che Francesco capiscono che la malattia li condurrà al Cielo e tranquillamente attendono l'incontro col Signore. Giacinta soffre molto a cusa della malattia e viene ricoverata in ospedale a Vila Nova de Ourém. Giacinta sa che in ospedale la cura non le restituirà la salute, ma servirà solo ad aumentarne la sofferenza. Il suo corpicino è debole, macilento, ed è prostrato dalla tubercolosi, ma il suo cuore è sempre fisso nel Cuore Immacolato di Maria, e si immola per la salvezza dei peccatori. Alla fine del 1919 la Madonna le dice che presto verrà a prenderla per portarla in Cielo. Il 2 febbraio 1920 viene nuovamente ricoverata per una pleurite purulenta con fistola. Viene operata ma, date le sue pessime condizioni fisiche, le viene fatta solamente un'anestesia locale. Giacinta soffre atroci dolori, ma tutto sopporta senza lamentarsi. Quattro giorni prima della morte la Madonna le appare e le dice che presto verrà prenderla e le toglie ogni dolore fisico. Il pomeriggio del 20 febbraio 1920 chiede di ricevere i Santi Sacramenti. Alle 22.30 si spegne serenamente. 'Quel piccolo corpo, che tre anni di mortificazioni ed un anno e mezzo di martirio avevano santificato, fu ricoperto con un vestitino bianco, stretto ai fianchi da una fascia azzurra: i colori della Vergine' (Op. già citata). Viene tumulata nel cimitero di Vila Nova. Il 12 settembre 1935 il vescovo di Leiria decide di trasportare i resti mortali della piccola Giacinta a Fatima. Venne aperta la cassa ed il volto della piccola pastorella apparve incorrotto! Il 13 maggio 2000 il Papa Giovanni Paolo II dichiara Giacinta ed il fratellino Francesco beati. Leggete qui l'omelia del Santo Padre . 

giovedì 9 febbraio 2012

Beata Anna Katharina Emmerich

La mattina dell'8 settembre 1774 furono viste a Flamske (Germania nord-occidentale- Westfalia)colombe bianche in volo. Proprio quella mattina, ricorrenza della nascita della Vergine Maria, nasce Anna Katharina. I suoi genitori sono poveri contadini ma vivono una vita ispirata ai più profondi principi cristiani. Anna Katharina è un'anima privilegiata, fin da bambina il Signore si manifesta a lei, con estasi e visioni di angeli, di santi e della vita di Gesù e Maria. Il 18 settembre 1802 entra in noviziato nel monastero westfalico di Duelmen di regola agostiniana. Nel 1811 il convento fu soppresso dalle scellerate leggi napoleoniche e Anna Katharina trova ospitalità presso la casa di un sacerdote. Qui nel 1812 riceve il dono prezioso delle stimmate che porta per il resto della sua vita. Il 28 febbraio 1813 non riesce più ad alzarsi dal letto, vi rimane fino alla morte, vivendo le sofferenze della Passione di Gesù. Muore il 9 febbraio 1824. Le sue memorie e la sua vita sono state raccolte dal poeta tedesco Clemens Brentano che si convertì standole accanto. Il 3 ottobre 2004 il Papa Giovanni Paolo II la dichiara beata.  


BIBLIOGRAFIA:
E. Pilla 'Le rivelazioni di Caterina Emmerick' (Ed. Cantagalli)
Anna Katharina Emmerick 'Vita della Santa Vergine Maria' (testo raccolto da Clemens Brentano) Ed. San Paolo
Anna Katharina Emmerich 'Visioni' (Ed. Cantagalli)

Il nome della beata tramandatoci da C. Brentano è Emmerich, ma all'anagrafe, in seguito ad un errore, venne trascritto come Emmerick.
Clemens Brentano conobbe Anna Katharina nel 1818. Rimase con lei per sei anni, per mettere per iscritto tutte le visioni che la suora gli comunicava. Per giorni e notti il poeta apprese e trascrisse tutto ciò che ella, in estasi, vedeva: la vita dell'aldilà, la Passione di Cristo, la vita di Maria, gli Angeli, i Santi, le anime del purgatorio, l'universo visibile ed invisibile.
Il poeta così descrive l'incontro con Anna Katharina: Lei mi conosceva da tempo, molto prima che io  giungessi. Nelle immaginazioni della sua vita, lei vide più volte un uomo sconosciuto dal volto scuro, come un ebreo, e quest'uomo avrebbe scritto su di lei. Infatti quando entrai nella sua camera esclamò "Ah! Eccolo!". In sei minuti la veggente acquistò fiducia in me, " come io da sempre l'avevo conosciuta".
( Tratto da 'Visioni' Anna Katharina Emmreich - Ed. Cantagalli pag 16).
Appena finito il suo compito Clemens Brentano morì, nel 1842. Era nato l'8 settembre 1778. 

mercoledì 8 febbraio 2012

Santa Giuseppina Bakhita

'LA MADRE MORETA'
Concluse la sua vita terrena a Schio, l'8 febbraio del 1947, nella casa della sua Comunità, all'età di 78 anni, cinquanta dei quali trascorsi come umile Figlia della Carità, vera testimone dell'amore di Dio,  prestandosi alle varie occupazioni cui era chiamata di volta in volta: ora cuciniera, ora sagrestana, ora aiuto infermiera (durante la prima guerra mondiale), ora guardarobiera, ora ricamatrice, ora (dal 1922) portinaia. Quando si dedicò a quest'ultimo servizio, le sue mani dolci e carezzevoli si posavano sulle teste dei bambini che frequentavano le scuole dell'Istituto, ed a loro, la sua voce amabile, che aveva l'inflessione delle nenie della sua terra, giungeva gradita, come pure confortevole ai poveri e ai sofferenti, incoraggiante a quanti bussavano alla porta dell'Istituto. Veniva infatti dalle lontane terre di Oglassa, piccolo villaggio del Darfur nel Sudan Occidentale, ove era nata nel 1869. Nipote del capotribù, aveva tre fratelli, una sorella gemella ed una già sposata. Un giorno la sorella maggiore fu rapita da razziatori arabi, venditori di schiavi, a anche lei, intorno ai sei anni, subì la stessa sorte. Fu rinchiusa in un porcile, ove rimase per giorni e giorni, dimenticando alla fine le sue origini, assumendo il nome impostole dai suoi aguzzini, di Bakhita che significa 'felice' fortunata.
Fu venduta più volte al mercato degli schiavi di El Obeid e di Khartoum. Venne ceduta ad un generale turco, nella cui famiglia subì umiliazioni, sofferenze fisiche e morali; venne financo tatuata, in modo cruento, sul ventre, sul braccio destro e sul petto, disegnandole oltre cento segni, incisi poi con un rasoio e ricoperti di sale, al fine di ottenere cicatrici permanenti: si riprese dopo due mesi.
Dopo un anno dal generale turco, deciso a tornare in Turchia, venne venduta al Console italiano di Khartoum, Callisto Legnani. Nella sua casa fu accolta, per la prima volta, umanamente e potè indossare una tunica (il console già in precedenza aveva comprato bambini schiavi per restituirli alle loro famiglie; per Bakhita ciò non fu possibile per il vuoto di memoria della bimba sulla sua provenienza).
I modi affettuosi e paterni del console suscitarono in lei domande che non si era mai posta, come: " Chi è che accende in cielo tutti quei puntini luminosi?"
Presso di loro trascorse serenamente due anni,lavorando con gli altri domestici senza essere più considerata una schiava. Quando nel 1884, per la rivolta mahadista, il console dovette fuggire da Kahrtoum, Bakhita lo supplicò di non abbandonarla. Assieme al console ed un suo amico, Augusto Michieli, raggiunse il porto di Suakin sul Mar Rosso, da dove, dopo un mese, partirono per Genova.
All'arrivo in italia, per le insistenze della moglie del Michieli, il console acconsente a che Bakhita vada nella casa dei suoi amici a Zianigo (Fraz. di Mirano Veneto). Qui, la nostra futura santa, rimane tre anni, divenendo la bambinaia di Mimmina, la figlia dei Michieli che nel frattempo era nata. La piccola le si affeziona e la chiama la sua 'mammina negra. Viene poi data in affidamento temporaneo, per dieci mesi, assieme a Mimmina, all'Istituto dei Catecumeni in Venezia, gestito dalle Figlie della Carità (Canossiane), perchè i coniugi Michieli rientravano in Africa, per gestire un loro albergo a Suakin. Ospitata gratuitamente come catecumena, Bakhita comincia così a ricevere un'istruzione religiosa cattolica, ed è qui che matura il convincimento di donarsi completamente a Dio, che lei chiamava, con un'espressione dolce, 'el me Paron' (il mio Padrone).
Quando la signora Michieli ritorna dall'Africa per riprendersi sia la figlia che Bakhita, la nostra piccola santa oppone un netto rifiuto, manifestando la ferma decisione di rimanere presso le suore Canossiane. Pur contrastando tenacemente tale proposito, alla fine la signora Michieli deve arrendersi ai disegni della Divina Provvidenza che aveva deciso altrimenti.
Il 29 novembre 1889 Bakhita viene dichiarata legalmente libera e rimane nel convento delle Canossiane. Da questa data è un continuo susseguirsi di tappe di avvicinamento a Nostro Signore. Il 9 gennaio 1890 riceve i sacramenti dell'iniziazione cristiana con i nomi di Giuseppina Margherita Fortunata. Quel giorno non sapeva come esprimere la sua gioia ed in seguito la si vide spesso baciare il fonte battesimale e dire: "Qui sono diventata figlia di Dio".
Il 7 dicembre 1893 entra nel noviziato.
L'8 dicembre 1896 pronuncia i suoi primi voti religiosi. Nel 1902 viene traferita in un convento dell'Ordine, a Schio (Venezia) ove trascorrerà il resto della sua vita.
La sua umiltà. la sua semplicità ed il suo costante sorriso conquistarono il cuore di tutti i cittadini di Schio che la ribattezzarono "Madre Moreta".
Le consorelle la stimavano per la sua dolcezza inalterabile, la sua squisita bontà ed il suo profondo desiderio di far conoscere il Signore. Diceva: "Siate buoni, amate il Signore, pregate per quelli che non lo conoscono. Sapeste che grande grazia è conoscere Dio!"
Il suo carisma e la sua fama di santità vennero notati dai suoi superiori, che più volte le chiesero di dettare le sue memorie. Un primo racconto venne dettato a Suor Teresa Fabris nel 1910, che produsse un manoscritto di 31 pagine. Un secondo racconto fu dettato a Suor Mariannina Turco, ma è andato perduto. Su richiesta della Superiora generale dell'Ordine, venne intervistata a Venezia, nel novembre del 1930, da Ida Zanolini, laica canossiana, la quale, nel 1931 pubblicò il libro "Storia Meravigliosa" che venne ristampato 4 volte nel giro di sei anni. Bakhita divenne così famosa in tutta Italia e iniziò a girare tutta la Penisola per tenere conferenze di propaganda missionaria. Era molto timida e si esprimeva solo in lingua veneta. Nel dicembre 1936, con un gruppo di Missionarie, venne ricevuta da Mussolini, a Roma. Dal 1939 cominciò ad avere problemi di salute e non si allontanò più da Schio.
Venne la vecchiaia, venne la malattia lunga e dolorosa, ma Madre Bakhita continuò ad offrire testimonianza di fede, di bontà e di speranza cristiana. A chi le chiedeva come stesse, rispondeva sorridendo: "Come vol el Paron". Per i suoi carnefici diceva: "Poveretti, non sapevano di farmi tanto male". Per i suoi rapitori ebbe a dire: "Mi inginocchierei davanti a loro perchè senza di essi non sarei cristiana, nè suora". Nell'agonia rivisse i giorni della sua schiavitù e più volte supplicò l'infermiera che l'assisteva: "Mi allarghi le catene.....pesano!". Fu Maria Santissima a liberarla da ogni pena. Le sue ultime parole furono: "La Madonna! La Madonna!".
Negli ultimi momenti le fu accanto don Giovanni Munari (sacerdote, a lei legato da profonda riconoscenza, perchè da seminarista, ammalato e ricoverato in sanatorio, a Bassano, per le preghiere ed offerte della santa, ottenne la guarigione), pronunciando su di lei le preghiere dell'ultima ora: "Proficiscere, anima christiana.....parti anima cristiana e và incontro al tuo Dio..."
"Sì, sì - rispose Madre Moreta - è ora che vada al mè Paron". E si spense.
La salma della santa riposa nel Tempio della Sacra Famiglia del Convento delle Canossiane di Schio dal 1969.
Il processo per la causa di canonizzazione iniziò dodici anni dopo la sua morte, ed il 1 dicembre 1978 la Chiesa emanò il decreto sull'eroicità delle sue virtù. Viene beatificata da Giovanni Paolo II il 17 maggio 1992 e canonizzata dallo stesso Papa il 1 ottobre 2000. Papa Benedetto XVI l'ha definita nell'enciclica Spe Salvi, testimone di speranza, luminoso esempio di generosità nel perdono e di grande fiducia in Dio. Di fronte al mondo di oggi, mai soddisfatto, sempre alla ricerca del potere, del possesso, dei piaceri, l'esempio di Bakhita mette in guardia da ciò che ci allontana da Dio e ci rende schiavi del nostro io e delle nostre passioni. Santa Guseppina Bakhita è la santa protettrice degli schiavi.
Questo profilo l'ho trascritto per gentile concessione di Giovanni Mangano (MIO GRANDE E PATERNO AMICO)

Dal libro BAKHITA - IL CUORE CI MARTELLAVA NEL PETTO - SAN PAOLO ED.

Quando ero schiava

"Alla mattina guardavo il sole che nasceva e alla sera quando tramontava. Allora pensavo che se era bello, ancor più bello doveva essere colui che l'aveva fatto.
Chi sarà mai il padrone di queste belle cose? e provavo una grande voglia di vederlo, di conoscerlo, di prestargli omaggio. Io non conoscevo Dio, facevo così, perchè sentivo dentro di me che dovevo comportarmi in quel modo. Da schiava non mi sono mai disperata perchè sentivo dentro di me una forza misteriosa che mi sosteneva. io sono stata in mezzo al fango, ma non mi sono imbrattata. Per grazia di Dio sono sempre stata preservata. La Madonna mi ha protetta nonostante io non la conoscessi".  (pag 70)

mercoledì 1 febbraio 2012

Mamma Margherita

Le grandi parole
Il giorno 30 ottobre è l'ultimo che Giovanni Bosco passa fuori dal Seminario. Nelle sue 'Memorie', don Bosco ricorda così quel giorno: Il giorno 30 ottobre di quell'anno 1835 dovevo trovarmi in Seminario. Il piccolo corredo era preparato. I miei parenti erano tutti contenti: io più di loro. Mia madre soltanto stava in pensiero e mi teneva tuttora lo sguardo addosso, come volesse dirmi qualche cosa. La sera precedente alla partenza ella mi chiamò a sè e mi fece questo memorando discorso:  "Giovanni, tu hai vestito l'abito del sacerdote. Io ne provo tutta la consolazione che una madre può provare per la fortuna di un figlio. Ma ricordati che non è l'abito che onora il tuo stato, è la pratica della virtù. Se mai tu avessi a dubitare di tua vocazione, ah per carità! non disonorare questo abito. Posalo subito. Preferisco avere un povero contadino che un figlio prete trascurato nei suoi doveri. Quando sei venuto al mondo, ti ho consacrato alla Beata Vergine. Quando hai cominciato i tuoi studi ti ho raccomandato la devozione a questa nostra madre. Ora ti raccomando di esserle tutto suo. Ama i compagni devoti di Maria. E se diventi sacerdote, raccomanda e propaga sempre la devozione di Maria".
Nel terminare queste parole, mia madre era commossa; io piangevo. "Madre -le risposi-, vi ringrazio di tutto quello che avete detto e fatto per me. Queste parole non saranno dette invano e ne farò tesoro in tutta la mia vita" ( dalle 'Memorie' di don Bosco).

In queste parole c'è la fede grande di una mamma contadina. Davanti a suo figlio che entra in Seminario, come un contadino davanti al campo pieno di grano maturo, ha già dimenticato il lavoro, le difficoltà, le sofferenze che l'hanno accompagnata fin lì. Davanti al figlio che sta raggiungendo la prima meta sognata a nove anni, sente solo la 'consolazione', vede solo la 'fortuna' del figlio. Questa fede è stata sorretta dalla fiducia totale in Maria Santissima, alla quale ha consacrato Giovanni neonato, ha affidato Giovanni che muoveva i primi passi verso la scuola. Ma la sua fede è concreta, disincantata. Nel breve orizzonte della sua vita ha visto anche preti che hanno 'disonorato' il loro abito, la loro missione. E mette in guardia suo figlio con parole dure: piuttosto che cattivo prete, meglio non-prete. 

TESTO TRATTO DAL LIBRO 'VITA DI MAMMA MARGHERITA' DI don Teresio Bosco Editrice Elledici

martedì 31 gennaio 2012

San Giovanni Bosco, sacerdote

Giovanni nasce il 16 agosto 1815 ai Becchi, un gruppo di case che fa parte di Murialdo, frazione di Castelnuovo d'Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco). All'età di due anni muore papà Francesco, lasciando la mamma Margherita, di appena 29 anni, sola e con tre bambini. Mamma Margherita non si risposa, come sarebbe stato opportuno in quel periodo, ma, da donna energica, concreta e di grande fede qual'è, non si perde d'animo. Si occupa del lavoro in campagna e dell'educazione dei figli. Mamma Margherita è una campagnola come tante del suo tempo, con una fede granitica con la quale educa i suoi figli: "viveva il Deuteronomio alla monferrina, tra la stalla, il campo, il pollaio, il mercato di Castelnuovo e la chiesa" (Don Bosco - D. Agasso Edizioni Paoline pag 17). E' analfabeta però ha una buona memoria e tutto l'insegnamento religioso ricevuto dal parroco, lo trasmette ai figli. Così Giovanni apprende dalla mamma la 'Sacra Storia'. A nove anni fa un sogno che segna per sempre la sua vita. Nel 1826 viene mandato a lavorare come garzone a Moncucco nella cascina Moglia, dove vi rimane fino al 1829. E' un ragazzino laborioso, obbediente che va sempre in chiesa nelle ore libere. Si prepara nel cuore a diventare sacerdote ed occuparsi dei giovani così come il sogno gli aveva preannunciato. Tornato a casa, nel novembre 1829 incontra don Giovanni Calosso, il parroco del paese che lo fa studiare e nel contempo lo forma in materia di vocazione sacerdotale. Nel 1831 parte per Chieri (in provincia di Torino) per studiare in seminario. E' studente brillante, molto intelligente, con una memoria strabiliante! Viene ordinato sacerdote il 5 giugno 1841 e inviato come aiutante del parroco a Castelnuovo (AT). Il 3 novembre 1841 entra, su invito di don Cafasso, nel 'Convitto ecclesiastico' per studiare la morale e la predicazione. Così don Bosco, predicando nelle chiese di Torino, comincia a conoscere la triste realtà della città in quegli anni di precarietà, di povertà e di stravolgimenti sociali che vedono concretizzarsi l'unità d'Italia, tra moti, ribellioni ed usurpazioni. L'8 dicembre 1841 nasce il suo primo Oratorio. Il primo giovane è Bartolomeo Garelli, sedicenne, orfano ed analfabeta. Lo seguiranno in molti fino a diventare più di trecento nel 1846. Don Bosco si occupa di loro come un padre: insegna loro a leggere e scrivere, ma soprattutto li educa alla fede e al lavoro. Nel 1844 conosce la marchesa Giulia Colbert de Maulevrier, aristocratica vandeana, con drammatici ricordi della rivoluzione francese, vedova del marchese Tancredi Falletti di Barolo che sarà sempre pronta ad aiutarlo anche economicamente. Nel 1846, dopo molte peregrinazioni l'Oratorio si trasferisce a Valdocco, presso casa Pinardi. Mamma Margherita si trasferisce a Torino per aiutare il figlio e diventa la mamma di tutti i giovani che lo frequentano. Don Bosco è scrittore ed editore; scrive libri di storia, sul sistema metrico decimale. Nel 1869 nasce la Pia Società Salesiana che avrà case in tutto il mondo. Muore il 31 gennaio 1888. Ci lascia una grande eredità di santità. E' un grande santo forte e intraprendente, ci insegna l'amore e la fedeltà a Dio, alla Sua Chiesa e il grande senso di carità verso il prossimo più bisognoso.

I luoghi di don Bosco mi sono particolarmente cari e familiari, essi non distano molto dal luogo dove vivo e ritornarci di tanto in tanto mi fa bene. Mi piace incontrarlo nel paese dove nacque, visitare la sua casa ma soprattutto respirare la presenza di mamma Margherita! 


Ho tante foto dei luoghi di don Bosco, ma nessuna (a parte questa) digitale. Prometto di andarvi al più presto per fare altre foto da poter pubblicare e farvi così conoscere dove visse questo straordinario santo!