MITTITE RETE ET INVENIETIS

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: " Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)

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mercoledì 2 marzo 2016

Santa Angela de la Cruz, vergine

Maria de los Angeles Guerrero y González, nacque a Siviglia il 30 gennaio 1846 da Francesco Guerrero e Giuseppina González, genitori di modeste condizioni sociali ma pieni di virtù cristiane.
Crebbe per questo in un ambiente molto religioso, aiutando i suoi genitori nei lavori manuali, specie nel cucito; di carattere molto docile e discreta, suscitava profonda ammirazione in quanti la conoscevano.
Ancora piccola dovette lasciare la scuola per lavorare in un laboratorio di calzature; nonostante ciò amava appartarsi per dedicarsi alla preghiera ed alle mortificazioni; nel 1871 a 25 anni, con un atto privato promise al Signore di vivere secondo i consigli evangelici.
Nella sua lunga esperienza di preghiera, vide una croce vuota davanti a quella di Cristo crocifisso e ciò le ispirò di immolarsi insieme a Gesù per la salvezza delle anime. Spinta da una forte vocazione, desiderò di entrare fra le Carmelitane, ma il suo direttore spirituale la indirizzò verso le Suore di Carità, ma per le precarie condizioni di salute fu costretta ad abbandonare, dopo poco tempo l’Istituto.
Ritornata in famiglia si dedicò tutta alle opere di carità verso i poveri. Seguendo con ubbidienza i consigli del direttore spirituale, prese a scrivere un diario spirituale nel quale esponeva dettagliatamente la regola di vita di una Comunità di religiose, che con la sua spiccata vocazione e con l’esperienza spirituale che viveva, sentiva di poter costituire.
Così nel 1875 a Siviglia, diede inizio alla Congregazione delle “Sorelle della Compagnia della Croce” per la cura degli infermi, nell’esercizio della più ardente carità. Il motto suo e dell’Istituzione fu “Farsi povero con il povero per portarlo a Cristo” che costituisce il fondamento della spiritualità e della missione della “Compagnia della Croce”.
La Santa Sede approvò l’Istituto nel 1904 che ebbe una rapida diffusione, imprimendo un impatto enorme sulla Chiesa e sulla società Sivigliana di quel tempo. Umile ed energica, Angela de la Cruz, questo il nome che prese quando diventò una religiosa, seppe infondere nell’animo delle sue figlie un crescente spirito di dedizione e di carità verso i bisognosi; per questo ammirata da tutti, venne chiamata dal popolo “madre dei poveri”.
Naturale e semplice, rifuggì da ogni gloria umana, ricercò la santità con uno spirito di mortificazione al servizio di Dio e dei fratelli e con questi sentimenti, lasciò questa terra il 2 marzo 1932 nella sua città di Siviglia, all’età di 86 anni.
La causa per la sua beatificazione fu introdotta presso la Congregazione dei Riti il 10 febbraio 1960. Papa Giovanni Paolo II, durante il suo primo pellegrinaggio in Spagna, la beatificò il 5 novembre 1982 nella sua Siviglia e lo stesso pontefice a distanza di 20 anni l’ha elevata agli onori degli altari della Chiesa universale, canonizzandola a Madrid il 4 maggio 2003, durante il suo quinto viaggio in terra spagnola.
Ricorrenza liturgica al 2 marzo. L'arcidiocesi di Siviglia la ricorda il 5 novembre, anniversario della beatificazione.
 

Autore:
Antonio Borrelli
 

giovedì 27 marzo 2014

Beato Francesco Faà di Bruno, sacerdote

Francesco Faà di Bruno, ultimo di dodici fratelli,  nasce ad Alessandria il 29 marzo 1825 da genitori nobili e benestanti che lo educano cristianamente. Francesco resta orfano di madre a nove anni. Dopo aver frequentato il collegio dei Padri Somaschi a Novi Ligure, avrebbe desiderato seguire l’esempio dei fratelli religiosi ma, consigliato da una zia, entrò a quindici anni nell’Accademia militare di Torino, emulando così il fratello Emilio. A ventitré anni partecipa alla Prima Guerra d’Indipendenza come aiutante di campo del principe ereditario Vittorio Emanuele.
Per un periodo viene nominato precettore dei figli del Re Vittorio Emanuele II, ma dopo il rientro a Torino da Parigi, nel 1851, dove aveva studiato per conseguire la licenza in Scienze Matematiche ed Astronomia, gli viene revocato l'incarico. Dopo essersi dimesso dall'esercito, si dedica alle opere di carità, soprattutto in difesa delle donne e delle ragazze madri. Apre il 2 febbraio 1859 la Pia Opera di s. Zita e la pone sotto la protezione della Santa lucchese. Nel 1861 viene nominato dottore aggregato alla Facoltà di Scienze fisiche e matematiche e tre anni dopo inizia ad insegnare topografia, geodesia, trigonometria nella Scuola d’Applicazione dell’esercito. Nel 1864 comincia la costruzione di una chiesa dedicata a Nostra Signora del Suffragio dedicato ai Caduti di tutte le guerre, luogo di preghiera per le anime dei defunti. La Chiesa viene benedetta il 31 ottobre 1876. All'età di  cinquantuno anni, Francesco decide di diventare sacerdote, realizzando quella vocazione che per tanti anni aveva custodito nel cuore. Don Bosco lo sostiene. Viene ordinato a Roma il 22 ottobre 1876.
Francesco è stato anche uno scienziato, inventò un barometro differenziale a mercurio, uno scrittoio per ciechi, che fu premiato in alcune esposizioni universali, uno svegliarino elettrico e uno ellipsigrafo. Nel 1867 pubblicò un saggio scientifico sulla teoria delle forme binarie. Visse non senza contraddizioni il periodo risorgimentale, considerandolo necessario, era però angustiato dagli attacchi alla Chiesa. Era un uomo di preghiera, “un asceta cittadino”, tra i primi ad introdurre le adorazioni notturne in città. Nel 1868 nasce la Congregazione alle Suore Minime di N. S. del Suffragio. Le chiamò Minime in omaggio del suo Patrono s. Francesco di Paola.  Al Beato si devono opere non solo scientifiche ma anche teologiche. Amava studiare e documentarsi, conosceva l’inglese, il tedesco ed il francese; era solito affermare: “l’istruirmi e l’essere utile agli altri, sono i cardini della porta della mia felicità”. Muore a Torino il 27 marzo 1888, due mesi dopo l’amico don Bosco. Francesco Faà di Bruno è stato beatificato il 25 settembre 1988. Le sue reliquie sono venerate nella Chiesa di N.S. del Suffragio annessa alla Casa Madre dell’Istituto. Un museo raccoglie i suoi ricordi, libri antichi, molti strumenti scientifici e alcune sue invenzioni. Le Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio sono oggi missionarie in diverse paesi del mondo, nello spirito che il Fondatore ha racchiuso nel suo motto: PREGARE, AGIRE, SOFFRIRE.

giovedì 6 febbraio 2014

Beato Alfonso Maria Fusco, sacerdote

Il beato Alfonso Maria Fusco nasce il 23 Marzo 1839 ad Angri, un paese in provincia di Salerno.
La sua nascita era stata molto desiderata ed attesa dai genitori, Aniello Fusco e Giuseppina Schiavone, sposati già dal 1834. I giovani sposi che desideravano tanto un figlio e dopo 4 anni di matrimonio non avevano ancora avuto la gioia di una gravidanza, si recarono a Pagani per chiedere l’intercessione del Beato Alfonso Maria dei Liguori. Un Redentorista, Francesco Saverio Pecorelli, li tranquillizzò dicendo loro che avrebbero presto avuto un figlio. Aggiunse anche che il bambino si sarebbe chiamato Alfonso e avrebbe avuto la vocazione al sacerdozio. E così fu.
Alfonso crebbe serenamente, educato con tenero affetto dai genitori, i quali erano pieni di pietà religiosa .Presto giunse il momento di pensare alla sua educazione scolastica primaria, per la quale non esistevano scuole pubbliche. Così i coniugi Fusco pensarono bene di affidare il loro primogenito a sacerdoti dotati di buona cultura, i quali gli avrebbero anche garantito una educazione cristiana. Ad 11 anni Alfonso aveva concluso gli studi elementari ed entrò , il 5 Novembre 1850 , nel seminario di Nocera per iniziare il ciclo di studi medi e superiori. Venne ordinato sacerdote dopo tredici anni il 29 maggio 1863. Già durante gli anni del seminario, il Beato coltivava il desiderio di occuparsi di tutti i bambini poveri e abbandonati che non potevano contare su nessuna guida, né culturale né spirituale. Negli ultimi anni di seminario, una notte, aveva sognato Gesù Nazareno, che gli aveva chiesto di fondare, non appena ordinato sacerdote, un istituto di suore e un orfanotrofio maschile e femminile.  Ordinato sacerdote tenta di attuare il suo desiderio e l'incontro con una giovane fanciulla, Maddalena Caputo, che desiderava consacrare la sua vita al Signore per aiutare i bambini più bisognosi di Angri, diventa determinante. Entrambi infatti ardevano per lo stesso sogno ed erano guidati dalla volontà del Signore ed unirono le loro forze per la realizzazione. Il 25 settembre 1878 la Caputo ed altre tre giovanette si ritirarono nella fatiscente casa Scarcella, nel rione di Ardinghi in Angri. Le giovani intendevano dedicarsi alla propria santificazione attraverso una vita di povertà, di unione con Dio, di carità impegnata nella cura e nella istruzione delle orfanelle povere.
La Congregazione delle Suore Battistine del Nazareno era così fondata; il seme era caduto nella terra buona di quei quattro cuori ardenti e generosi; le privazioni, le lotte, le opposizioni, le prove lo irrorarono ed il Signore lo fece sviluppare abbondantemente. Casa Scarcella prese ben presto il nome di Piccola Casa della Provvidenza. Don Alfonso non ha lasciato molti scritti. Amava parlare con la testimonianza della vita. Dirigeva l'Istituto con grande saggezza e prudenza e, come padre amoroso, vegliava sulle Suore e sulle orfane. Era di una tenerezza quasi materna per tutte, specialmente per le orfane più bisognose. La tenacia della sua volontà, totalmente ancorata alla divina Provvidenza, la collaborazione saggia e prudente di Maddalena Caputo, divenuta la prima superiora del nascente Istituto, col nome di Suor Crocifissa, lo stimolo continuo dell'amore per Dio e per il prossimo, permisero, in breve tempo, lo sviluppo straordinario dell'opera.Le crescenti richieste di assistenza per un numero sempre maggiore di orfani e di bambini spinsero don Fusco ad aprire nuove case, prima in Campania, poi in altre regioni d'Italia. Per la sua opera don Fusco ebbe molto a soffrire ed in particolare a causa della suora da lui più stimata e rispettata, suor Crocifissa, per divergenze organizzative. Muore ad Angri (SA), dopo essere stato a Roma nel tentativo di appianare i dissidi, il 6 febbraio 1910.
 

lunedì 4 novembre 2013

San Carlo Borromeo, vescovo

Carlo nasce ad Arona in provincia di Novara, nella Rocca dei Borromeo, padroni e signori del Lago Maggiore e delle terre rivierasche, il 2 ottobre del 1538. E' il secondo figlio del Conte Gilberto e Margherita dè Medici, sorella di Papa Pio IV, quindi, secondo l'uso delle famiglie nobiliari, viene tonsurato a 12 anni. Carlo non disdegna affatto la sua condizione di uomo avviato alla carriera ecclesiastica, anzi si impegna con profitto e grandi capacità morali, spirituali ed intellettuali. Studia diritto canonico e civile a Pavia, dove si laurea in utroque iure nel 1559.  Lo zio materno  Giovanni Angelo dè Medici viene eletto papa il 26 dicembre 1559 col nome di Pio IV e lo chiama a Roma affidandogli la direzione degli affari più importanti della Chiesa e creandolo cardinale di Santa Romana Chiesa a soli 22 anni. Nel 1562 muore improvvisamente il fratello Federico, il primogenito della famiglia e a Carlo viene consigliato di lasciare l'ufficio ecclesiastico e di sposarsi per non estinguere la dinastia familiare. Carlo invece preferisce lo stato ecclesiastico e decide di farsi ordinare sacerdote e nel 1563 a 25 anni viene consacrato vescovo. Nel 1566 lascia la corte pontificia e prende possesso della Diocesi di Milano. Si dedica alle anime, alla restaurazione e moralizzazione del clero e degli ordini religiosi, nonché alla loro formazione religiosa. Fonda seminari, edifica ospedali e ospizi, è organizzatore e ispiratore di confraternite religiose, di opere pie, di istituti benefici. Dona, inoltre, a piene mani, le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. San Carlo Borromeo è uno dei più grandi Vescovi nella storia della Chiesa: grande nella carità, grande nella dottrina, grande nell'apostolato, ma grande soprattutto nella pietà e nella devozione.
"Le anime - diceva- si conquistano con le ginocchia". Si conquistano cioè con la preghiera e la preghiera umile. San Carlo Borromeo fu uno dei maggiori conquistatori di anime di tutti i tempi. Carlo è di fibra molto robusta, si sottopone a grandi fatiche, mangia e dorme poco, fino a logorarsi completamente. Il 3 novembre 1584, il titanico e santo Vescovo di Milano crolla sotto il peso della sua insostenibile fatica, ha soltanto 46 anni.
 

martedì 4 giugno 2013

San Filippo Smaldone

Filippo Smaldone nasce a Napoli il 27 luglio 1848,  l’anno dei famosi «moti di Napoli ». L’arco di vita di Filippo, che si stende dal 1848 al 1923, fu contrassegnato da decenni particolarmente densi di tensioni e contrasti nei vari campi e settori della vita della società italiana, specialmente nella sua patria d’origine, e della stessa Chiesa. Quando egli era ragazzo di dodici anni, la monarchia borbonica, alla quale era fortemente attaccata la sua famiglia, conobbe il suo rovesciamento politico, e la Chiesa, con la conquista di Garibaldi, conobbe momenti drammatici con l’esilio del suo Cardinale Arcivescovo Sisto Riario Sforza. Non erano tempi certamente favorevoli e ben promettenti per il futuro, specialmente per la gioventù, che subiva il forte travaglio del nuovo corso socio-politico-religioso. Fu in quella fase di crisi istituzionale e sociale che Filippo prese la decisione irrevocabile di ascendere al sacerdozio e di legarsi per sempre al servizio della Chiesa, che vedeva osteggiata e perseguitata e, mentre era ancora studente di filosofia e di teologia, volle già dare un’impronta di servizio caritatevole alla sua carriera ecclesiastica dedicandosi all’assistenza di una categoria di soggetti emarginati, che erano particolarmente numerosi e fin troppo abbandonati in quei tempi a Napoli: i sordi.
Viene ordinato sacerdote il 23 settembre 1871. Appena sacerdote, iniziò un fervido ministero sacerdotale come assiduo catechista nelle cappelle serotine, che da fanciullo aveva frequentato con profitto, come collaboratore zelante in varie parrocchie, specialmente in quella di Santa Caterina in Foro Magno, come visitatore assiduo e ricercato di ammalati in cliniche, in ospedali e in case private. La sua carità raggiunse l’acme della generosità e dell’eroismo in occasione di una forte pestilenza a Napoli, dalla quale restò anche lui colpito e portato in fin di vita, e dalla quale fu guarito dalla Madonna di Pompei, che divenne la sua devozione prediletta per tutta la vita. Il 25 marzo 1885 partì per Lecce per aprire, insieme con Don Lorenzo Apicella, un istituto per sordi. Vi condusse alcune suore, che egli era andato formando in precedenza, e gettò così le basi della Congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori. Poiché il cuore compassionevole del sacerdote Smaldone non sapeva dire di no alle richieste di tante famiglie povere, ad un certo punto cominciò ad ospitare, oltre le sorde, anche le fanciulle cieche e le bambine orfane ed abbandonate. Né dimenticava i bisogni umani e morali della gioventù in genere. Aprì, infatti, diverse case con annesse scuole materne, con laboratori femminili, con pensioni per studentesse, tra le quali una anche in Roma. Fu assiduo e stimato confessore di sacerdoti e seminaristi, confessore e direttore spirituale di diverse comunità religiose. Muore a Lecce il 4 giugno 1923.

martedì 30 aprile 2013

San Giuseppe Benedetto Cottolengo

 
 
Giuseppe Benedetto Cottolengo nasce il 3 maggio 1786 a Bra, una cittadina della provincia di Cuneo, in una famiglia medio borghese con salde radici cristiane. È il primogenito di 12 figli di cui 6 muoiono in tenera età. Fin dalla sua fanciullezza aveva mostra grande sensibilità verso i poveri. Sceglie la via del sacerdozio, seguito anche da due fratelli. Gli anni della sua giovinezza sono attraversati dall’avventura napoleonica e dai conseguenti disagi in campo religioso e sociale. Compiuti gli studi filosofici e teologici, viene ordinato sacerdote l’8 giugno 1811 nella cappella del seminario di Torino e nominato viceparroco a Corneliano d’Alba. Successivamente riprende gli studi e si trasferisce a Torino, dove nel 1816 si laurea in teologia presso la Regia Università. Due anni dopo viene nominato canonico e aggregato al gruppo di sacerdoti teologi addetti alla chiesa del Corpus Domini di Torino. Trascorre serenamente quel periodo e si distingue per il suo impegno nel predicare, nel confessare e nella dedizione ai poveri. Gli anni tra il 1822 e il 1827 sono caratterizzati da una crescente sensibilità spirituale, che assume l’impronta di un deciso distacco dagli interessi materiali, accompagnato da una tensione per la ricerca di un nuovo modo di vivere la sua vocazione sacerdotale; la meditazione della biografia di S. Vincenzo de’ Paoli lo conduce ad una maturazione della sua dimensione umana e spirituale. Il 2 settembre 1827 viene chiamato per amministrare i sacramenti ad una donna in fin di vita, respinta dagli ospedali della città. In quel tragico episodio, riesce a percepire con più chiarezza i disegni di Dio per la sua vita. Per evitare il ripetersi di simili tragedie umane, animato da divina ispirazione, decide di impegnarsi a soccorrere e assistere le persone abbandonate. È il 17 gennaio 1828 quando prende in affitto alcune stanze non lontano dalla chiesa del Corpus Domini. Qui, grazie alle generosa disponibilità di alcune signore, in particolare della Signora Marianna Nasi Pullino, e di volontari, ha inizio l’opera. Anche se sprovvisto di fondi e di rendite Giuseppe Cottolengo continua ad accogliere persone in stato di grave bisogno o abbandonate. Questa condizione di povertà di mezzi lo fa sentire pienamente libero di confidare in Dio ed essere aiutato dalla Sua Provvidenza. La prima struttura di accoglienza di malati in stato di abbandono incontra una seria di contrasti che ne segnano presto la fine. Tuttavia, sorretto dalla fede nell’azione di Dio, il Cottolengo viene ispirato ad aprire, nel 1832, una nuova casa nel quartiere torinese Valdocco (dove attualmente trova ancora la sua collocazione), e che denomina “Piccola Casa della Divina Provvidenza”, più comunemente conosciuta col nome del suo fondatore : il Cottolengo(SITO UFFICIALE).
Aumenta il numero dei ricoverati e Giuseppe Cottolengo pone alcune famiglie religiose al loro servizio: le Suore Vincenzine, i Fratelli di S. Vincenzo e i Sacerdoti della SS. Trinità. Dà inoltre vita ad alcune famiglie religiose: l’Istituto religioso delle Suore, i Fratelli e la Società dei Sacerdoti a lui intitolati. Pur attraversando nella sua vita momenti drammatici, Giuseppe Cottolengo ha sempre mantenuto serena fiducia di fronte agli eventi: attento a cogliere il ruolo della paternità divina, riconosce in tutte le situazioni la presenza e la misericordia di Dio e, nei poveri, l’immagine più amabile della Sua grandezza. Per mantenere in vita l’opera iniziata, Giuseppe Cottolengo vive tra difficoltà e ostacoli ma non dimentica mai di trattare i poveri con grande rispetto e stima, rivelando speciale affetto per i più indifesi. In tutti i modi possibili al suo tempo, opera per tutelare la loro dignità di essere umani. Con tratti profondamente paterni, con loro si mostra gioioso, pieno di iniziative, rispettoso della loro personalità e dei loro gusti. Si ammala di tifo e capisce che i suoi giorni sono contati. Si distacca allora volontariamente dalle opere che aveva compiuto per Dio e conclude il suo cammino di fede e di vita nella casa di suo fratello Luigi a Chieri (TO). Qui muore santamente il 30 aprile 1842. Giuseppe Benedetto Cottolengo viene sepolto a Torino nella Piccola Casa, in una cappella della chiesa principale, dove riposa ancora oggi. In seguito ai numerosi miracoli verificatisi per sua intercessione, Papa Benedetto XV (Giacomo della Chiesa, 1914-1922)lo beatificò il 28 aprile 1917 e Papa Pio XI (Ambrogio Damiano Achille Ratti, 1922-1939) lo canonizzò il 19 marzo 1934. Oltre alla commemorazione nel Martyrologium Romanum, il santo Cottolengo, per le sue peculiari opere caritatevoli, ha meritato di essere citato nella prima lettera enciclica di Papa Benedetto XVI Deus Caritas Est (Par. 40). San Giuseppe B. Cottolengo amava ripetere, infatti, “Charitas Christi urget nos” (L’Amore di Cristo ci spinge), consapevole che ogni attività assistenziale deve trarre ispirazione dalla pagina evangelica del giudizio finale (Mt 25, 31-40) e dall’ammonimento di Gesù ad abbandonarsi con fiducia alla Provvidenza celeste (cfr Mt 6, 25-34). Era la carità cristiana illuminata dalla fede che gli diceva: “Amen dico vobis : quamdiu fecistis uni de his fratribus meis minimis mihi fecistis.” (“In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.) (Mt 25,40). La “Piccola Casa della Divina Provvidenza”, grazie al suo crescente sviluppo, attualmente estende il raggio della sua azione fuori delle proprie originarie strutture, allargando le braccia ai poveri di altre città d’Italia e nazioni, dal Kenya agli Stati Uniti, alla Svizzera, all’India, all’Ecuador e alla Tanzania.(Tratto da QUI).

Oggi la Santa Chiesa fa anche memoria di
 
 

 

martedì 4 dicembre 2012

San Giovanni Calabria

 
GIOVANNI CALABRIA nacque a Verona l'8 ottobre 1873, settimo e ultimo figlio di Luigi, ciabattino, e di Angela Foschio, serva di signori e donna di grande fede, educata dal Servo di Dio don Nicola Mazza nel suo Istituto per ragazze povere.
La povertà gli fu maestra di vita fin dalla nascita. Alla morte del babbo, dovette interrompere la IV elementare per cercarsi un lavoro come garzone. Accortosi delle virtù del ragazzo, il Rettore di San Lorenzo don Pietro Scapini, lo preparò privatamente agli esami di ammissione al liceo presso il Seminario. Superata la prova, vi fu ammesso e frequentò il liceo come esterno. Ma dovette interromperlo al 13° anno per il servizio militare.
 
La carità fu la caratteristica di tutta la sua vita
E qui il giovane si distinse soprattutto per la sua grande carità. Si mise infatti al servizio di tutti, prestandosi agli uffici più umilianti e rischiosi. Si conquistò l'animo dei suoi commilitoni e dei suoi superiori, portandone parecchi alla conversione e alla pratica della fede.
Terminato il servizio militare, riprese nuovamente gli studi. In una fredda nottata di novembre del 1897 - frequentava il 1 ° anno di teologia - tornando da una visita agli infermi dell'ospedale, trovò accovacciato sull'uscio di casa un bambino fuggito dagli zingari. Lo raccolse, lo portò in casa, lo tenne con sé e condivise con lui la sua cameretta. Fu l'inizio delle sue opere in favore degli orfani e degli abbandonati.
Pochi mesi dopo, fondò la "Pia Unione per l'assistenza agli ammalati poveri ", riunendo attorno a sé un folto gruppo di chierici e di laici.
Questi sono solo gli inizi di una vita caratterizzata tutta dalla carità. "Ogni istante della sua vita fu la personificazione del meraviglioso cantico di San Paolo sulla Carità" scriverà in una sua lettera postulatoria a Paolo VI una dottoressa ebrea da don Calabria salvata dalla persecuzione nazifascista, nascondendola, vestita da suora, tra le religiose del suo Istituto.
 
Sacerdote e Fondatore di due Congregazioni
Ordinato sacerdote l'11 agosto 1901, fu nominato Vicario Cooperatore nella parrocchia di S. Stefano e confessore nel Seminario. Si dedicò con particolare zelo alle confessioni e all'esercizio della carità privilegiando soprattutto i più poveri e gli emarginati.
Nel 1907, nominato Vicario della Rettoria di San Benedetto al Monte, intraprese anche l'accoglienza e la cura spirituale dei soldati. Il 26 novembre di quell'anno, in Vicolo Case Rotte, diede ufficiale inizio all'Istituto "Casa Buoni Fanciulli", che trovò l'anno seguente la sistemazione definitiva in Via San Zeno in Monte, attuale Casa Madre.
Con i ragazzi, il Signore gli mandò anche dei laici desiderosi di condividere con lui la propria donazione al Signore. Con questo manipolo di uomini donati totalmente al Signore nel servizio dei poveri con una vita radicalmente evangelica, fece rivivere alla Chiesa di Verona il clima della Chiesa Apostolica. E quel primo nucleo di uomini fu la base della " Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza " che verrà approvata dal Vescovo di Verona l' 11 febbraio 1932 e otterrà l'Approvazione Pontificia il 25 aprile 1949.
Subito dopo l'approvazione diocesana, la Congregazione si diffuse in varie parti d'Italia, sempre al servizio dei poveri, degli abbandonati e degli emarginati. Allargò la sua azione anche agli anziani e agli ammalati dando vita per essi alla " Cittadella della carità ". Il cuore apostolico di don Calabria pensò anche ai Paria dell'India, mandando nel 1934 quattro Fratelli a Vijayavada.
Nel 1910 fondò anche il ramo femminile, le "Sorelle", che diventeranno Congregazione di diritto diocesano il 25 marzo 1952 col nome di " Povere Serve della Divina Provvidenza " e il 25 dicembre 1981 otterranno l'Approvazione Pontificia.
Profeta della paternità di Dio e della ricerca del suo Regno
Alle sue due Congregazioni don Calabria affidò la stessa missione ispiratagli dal Signore fin da giovane sacerdote: " Mostrare al mondo che la divina Provvidenza esiste, che Dio non è straniero, ma che è Padre, e pensa a noi, a patto che noi pensiamo a lui e facciamo la nostra parte, che è quella di cercare in primo luogo il santo Regno di Dio e la sua giustizia " (cfr. Mt 6, 25-34).
E per testimoniare tutto questo, accolse gratuitamente nelle sue case ragazzi materialmente e moralmente bisognosi, creò ospedali e case di accoglienza per assistere nel corpo e nello spirito ammalati e anziani. Aprì le sue case di formazione ai giovani e anche agli adulti poveri, per aiutarli a raggiungere la propria vocazione sacerdotale o religiosa, assistendoli gratuitamente fino alla teologia o alla definitiva decisione per la vita religiosa, lasciandoli poi liberi di scegliere quella Diocesi o Congregazione che il Signore avesse loro ispirato. Stabilì che i suoi religiosi esercitassero l'apostolato nelle zone più povere, " dove nulla c'è umanamente da ripromettersi ".
 
"Rifulse quale faro luminoso nella Chiesa di Dio"
Sono proprio queste le parole che il Beato Card. Schuster fece scolpire sulla sua tomba.
A cominciare infatti dal 1939-40 fino alla morte, in contrasto col suo innato desiderio di nascondimento, allargò i suoi orizzonti fino a raggiungere le frontiere della Chiesa, " gridando " a tutti che il mondo si può salvare solo ritornando a Cristo e al suo Vangelo.
Fu così che divenne una voce profetica, un punto di riferimento. Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici videro in lui la guida sicura per loro stessi e per le loro iniziative. Per questo i Vescovi della Conferenza Episcopale del Triveneto, nella loro lettera postulatoria al Papa Giovanni Paolo II, poterono scrivere: " Don Calabria, proprio per preparare la Chiesa del Duemila - espressione a lui familiare -, fece della sua vita tutto un sofferto e accorato appello alla conversione, al rinnovamento, all'ora di Gesù con accenti impressionanti di incalzante urgenza... Ci pare che la vita di don Calabria e la sua stessa persona costituisca una "profezia" del vostro appassionato grido a tutto il mondo: Aperite portas Christo Redemptori!".
Capì che in questo radicale e profondo rinnovamento spirituale del mondo dovevano essere coinvolti anche i laici. Per questo, nel 1944 fondò la " Famiglia dei Fratelli Esterni ", composta appunto da laici.
Pregò, scrisse, agì e soffrì anche per l'unità dei cristiani. Per questo intrattenne fraterni rapporti con protestanti, ortodossi ed ebrei: scrisse, parlò, amò, mai discusse. Conquistò con l'amore. Lo stesso Pastore luterano Sune Wiman di Eskilstuna (Svezia) che ebbe con lui un copioso scambio epistolare, rivolse il 6 marzo 1964 una lettera postulatoria al Santo Padre Paolo VI per domandargli la glorificazione del suo venerato amico.
E questo fu anche il periodo più misteriosamente doloroso della sua vita. Sembrava che il Cristo l'avesse associato all'agonia del Getsemani e del Calvario, accettando la sua offerta di "vittima" per la santificazione della Chiesa e per la salvezza del mondo. Il Beato card. Schuster lo paragonò al Servo di Jahvé.
Morì il 4 dicembre 1954. Alla vigilia però, fece il suo ultimo gesto di carità offrendo la sua vita al Signore per il papa Pio XII, agonizzante. Il Signore aveva accettato la sua offerta e, mentre lui moriva, il Papa, misteriosamente e improvvisamente, ricuperava la salute vivendo in piena efficienza per altri quattro anni.
Lo stesso Pontefice, ignaro dell'ultimo gesto di offerta di don Calabria, ma conoscitore profondo di tutta la sua vita, alla notizia della sua morte, in un telegramma di condoglianze alla Congregazione, l'aveva definito "campione di evangelica carità".
Don Giovanni Calabria è stato beatificato dal Papa Giovanni Paolo II il 17 aprile 1988.
tratto da www.vatican.va



sabato 17 novembre 2012

Santa Elisabetta d'Ungheria

 


Elisabetta nasce a Bratislava ( Capitale del Regno d'Ungheria ) nel 1207. E' figlia di Andrea II Re d'Ungheria e di Gertrude. A 14 anni va in sposa a Ludovico IV dei Duchi di Turingia di anni 20. Il loro è un matrimonio felice, allietato dalla nascita di tre figli, Ermanno, Sofia e Gertrude, che nasce già orfana, perchè il Duca Ludovico muore a 27 anni l' 11 settembre 1227 ad Otranto durante la sesta Crociata. Elisabetta rimane vedova a soli 20 anni, i cognati le tolgono i figli, la allontanano dal Castello di Wartburg, così si trasferisce a Marburg ( Germania) , entra nel Terz' Ordine Francescano, si riduce volontariamente in povertà, costruendo, con i suoi beni, un ospedale, dove ella stessa si dedica alla cura degli ammalati. Muore a soli 24 anni il 17 novembre 1231. Viene proclamata santa da Papa Gregorio IX nel 1235. E' una della mie sante preferite. Magnifico esempio di sposa e madre.


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 20 ottobre 2010





Santa Elisabetta d’Ungheria

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlarvi di una delle donne del Medioevo che ha suscitato maggiore ammirazione; si tratta di santa Elisabetta d’Ungheria, chiamata anche Elisabetta di Turingia.

Nacque nel 1207; gli storici discutono sul luogo. Suo padre era Andrea II, ricco e potente re di Ungheria, il quale, per rafforzare i legami politici, aveva sposato la contessa tedesca Gertrude di Andechs-Merania, sorella di santa Edvige, la quale era moglie del duca di Slesia. Elisabetta visse nella Corte ungherese solo i primi quattro anni della sua infanzia, assieme a una sorella e tre fratelli. Amava il gioco, la musica e la danza; recitava con fedeltà le sue preghiere e mostrava già particolare attenzione verso i poveri, che aiutava con una buona parola o con un gesto affettuoso.

La sua fanciullezza felice fu bruscamente interrotta quando, dalla lontana Turingia, giunsero dei cavalieri per portarla nella sua nuova sede in Germania centrale. Secondo i costumi di quel tempo, infatti, suo padre aveva stabilito che Elisabetta diventasse principessa di Turingia. Il langravio o conte di quella regione era uno dei sovrani più ricchi ed influenti d’Europa all’inizio del XIII secolo, e il suo castello era centro di magnificenza e di cultura. Ma dietro le feste e l’apparente gloria si nascondevano le ambizioni dei principi feudali, spesso in guerra tra di loro e in conflitto con le autorità reali ed imperiali. In questo contesto, il langravio Hermann accolse ben volentieri il fidanzamento tra suo figlio Ludovico e la principessa ungherese. Elisabetta partì dalla sua patria con una ricca dote e un grande seguito, comprese le sue ancelle personali, due delle quali le rimarranno amiche fedeli fino alla fine. Sono loro che ci hanno lasciato preziose informazioni sull’infanzia e sulla vita della Santa.

Dopo un lungo viaggio giunsero ad Eisenach, per salire poi alla fortezza di Wartburg, il massiccio castello sopra la città. Qui si celebrò il fidanzamento tra Ludovico ed Elisabetta. Negli anni successivi, mentre Ludovico imparava il mestiere di cavaliere, Elisabetta e le sue compagne studiavano tedesco, francese, latino, musica, letteratura e ricamo. Nonostante il fatto che il fidanzamento fosse stato deciso per motivi politici, tra i due giovani nacque un amore sincero, animato dalla fede e dal desiderio di compiere la volontà di Dio. All’età di 18 anni, Ludovico, dopo la morte del padre, iniziò a regnare sulla Turingia. Elisabetta divenne però oggetto di sommesse critiche, perché il suo modo di comportarsi non corrispondeva alla vita di corte. Così anche la celebrazione del matrimonio non fu sfarzosa e le spese per il banchetto furono in parte devolute ai poveri. Nella sua profonda sensibilità Elisabetta vedeva le contraddizioni tra la fede professata e la pratica cristiana. Non sopportava i compromessi. Una volta, entrando in chiesa nella festa dell’Assunzione, si tolse la corona, la depose dinanzi alla croce e rimase prostrata al suolo con il viso coperto. Quando la suocera la rimproverò per quel gesto, ella rispose: “Come posso io, creatura miserabile, continuare ad indossare una corona di dignità terrena, quando vedo il mio Re Gesù Cristo coronato di spine?”. Come si comportava davanti a Dio, allo stesso modo si comportava verso i sudditi. Tra i Detti delle quattro ancelle troviamo questa testimonianza: “Non consumava cibi se prima non era sicura che provenissero dalle proprietà e dai legittimi beni del marito. Mentre si asteneva dai beni procurati illecitamente, si adoperava anche per dare risarcimento a coloro che avevano subito violenza” (nn. 25 e 37). Un vero esempio per tutti coloro che ricoprono ruoli di guida: l’esercizio dell’autorità, ad ogni livello, dev’essere vissuto come servizio alla giustizia e alla carità, nella costante ricerca del bene comune.

Elisabetta praticava assiduamente le opere di misericordia: dava da bere e da mangiare a chi bussava alla sua porta, procurava vestiti, pagava i debiti, si prendeva cura degli infermi e seppelliva i morti. Scendendo dal suo castello, si recava spesso con le sue ancelle nelle case dei poveri, portando pane, carne, farina e altri alimenti. Consegnava i cibi personalmente e controllava con attenzione gli abiti e i giacigli dei poveri. Questo comportamento fu riferito al marito, il quale non solo non ne fu dispiaciuto, ma rispose agli accusatori: “Fin quando non mi vende il castello, ne sono contento!”. In questo contesto si colloca il miracolo del pane trasformato in rose: mentre Elisabetta andava per la strada con il suo grembiule pieno di pane per i poveri, incontrò il marito che le chiese cosa stesse portando. Lei aprì il grembiule e, invece del pane, comparvero magnifiche rose. Questo simbolo di carità è presente molte volte nelle raffigurazioni di santa Elisabetta.

Il suo fu un matrimonio profondamente felice: Elisabetta aiutava il coniuge ad elevare le sue qualità umane a livello soprannaturale, ed egli, in cambio, proteggeva la moglie nella sua generosità verso i poveri e nelle sue pratiche religiose. Sempre più ammirato per la grande fede della sposa, Ludovico, riferendosi alla sua attenzione verso i poveri, le disse: “Cara Elisabetta, è Cristo che hai lavato, cibato e di cui ti sei presa cura”. Una chiara testimonianza di come la fede e l’amore verso Dio e verso il prossimo rafforzino la vita familiare e rendano ancora più profonda l’unione matrimoniale.

La giovane coppia trovò appoggio spirituale nei Frati Minori, che, dal 1222, si diffusero in Turingia. Tra di essi Elisabetta scelse frate Ruggero (Rüdiger) come direttore spirituale. Quando egli le raccontò la vicenda della conversione del giovane e ricco mercante Francesco d’Assisi, Elisabetta si entusiasmò ulteriormente nel suo cammino di vita cristiana. Da quel momento, fu ancora più decisa nel seguire Cristo povero e crocifisso, presente nei poveri. Anche quando nacque il primo figlio, seguito poi da altri due, la nostra Santa non tralasciò mai le sue opere di carità. Aiutò inoltre i Frati Minori a costruire ad Halberstadt un convento, di cui frate Ruggero divenne il superiore. La direzione spirituale di Elisabetta passò, così, a Corrado di Marburgo.

Una dura prova fu l’addio al marito, a fine giugno del 1227 quando Ludovico IV si associò alla crociata dell’imperatore Federico II, ricordando alla sposa che quella era una tradizione per i sovrani di Turingia. Elisabetta rispose: “Non ti tratterrò. Ho dato tutta me stessa a Dio ed ora devo dare anche te”. La febbre, però, decimò le truppe e Ludovico stesso cadde malato e morì ad Otranto, prima di imbarcarsi, nel settembre 1227, all’età di ventisette anni. Elisabetta, appresa la notizia, ne fu così addolorata che si ritirò in solitudine, ma poi, fortificata dalla preghiera e consolata dalla speranza di rivederlo in Cielo, ricominciò ad interessarsi degli affari del regno. La attendeva, tuttavia, un’altra prova: suo cognato usurpò il governo della Turingia, dichiarandosi vero erede di Ludovico e accusando Elisabetta di essere una pia donna incompetente nel governare. La giovane vedova, con i tre figli, fu cacciata dal castello di Wartburg e si mise alla ricerca di un luogo dove rifugiarsi. Solo due delle sue ancelle le rimasero vicino, la accompagnarono e affidarono i tre bambini alle cure degli amici di Ludovico. Peregrinando per i villaggi, Elisabetta lavorava dove veniva accolta, assisteva i malati, filava e cuciva. Durante questo calvario sopportato con grande fede, con pazienza e dedizione a Dio, alcuni parenti, che le erano rimasti fedeli e consideravano illegittimo il governo del cognato, riabilitarono il suo nome. Così Elisabetta, all’inizio del 1228, poté ricevere un reddito appropriato per ritirarsi nel castello di famiglia a Marburgo, dove abitava anche il suo direttore spirituale Corrado. Fu lui a riferire al Papa Gregorio IX il seguente fatto: “Il venerdì santo del 1228, poste le mani sull’altare nella cappella della sua città Eisenach, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni frati e familiari, Elisabetta rinunziò alla propria volontà e a tutte le vanità del mondo. Ella voleva rinunziare anche a tutti i possedimenti, ma io la dissuasi per amore dei poveri. Poco dopo costruì un ospedale, raccolse malati e invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili e i più derelitti. Avendola io rimproverata su queste cose, Elisabetta rispose che dai poveri riceveva una speciale grazia ed umiltà” (Epistula magistri Conradi, 14-17).

Possiamo scorgere in quest’affermazione una certa esperienza mistica simile a quella vissuta da san Francesco: il Poverello di Assisi dichiarò, infatti, nel suo testamento, che, servendo i lebbrosi, quello che prima gli era amaro fu tramutato in dolcezza dell’anima e del corpo (Testamentum, 1-3). Elisabetta trascorse gli ultimi tre anni nell’ospedale da lei fondato, servendo i malati, vegliando con i moribondi. Cercava sempre di svolgere i servizi più umili e lavori ripugnanti. Ella divenne quella che potremmo chiamare una donna consacrata in mezzo al mondo (soror in saeculo) e formò, con altre sue amiche, vestite in abiti grigi, una comunità religiosa. Non a caso è patrona del Terzo Ordine Regolare di San Francesco e dell’Ordine Francescano Secolare.

Nel novembre del 1231 fu colpita da forti febbri. Quando la notizia della sua malattia si propagò, moltissima gente accorse a vederla. Dopo una decina di giorni, chiese che le porte fossero chiuse, per rimanere da sola con Dio. Nella notte del 17 novembre si addormentò dolcemente nel Signore. Le testimonianze sulla sua santità furono tante e tali che, solo quattro anni più tardi, il Papa Gregorio IX la proclamò Santa e, nello stesso anno, fu consacrata la bella chiesa costruita in suo onore a Marburgo.

Cari fratelli e sorelle, nella figura di santa Elisabetta vediamo come la fede, l'amicizia con Cristo creino il senso della giustizia, dell'uguaglianza di tutti, dei diritti degli altri e creino l'amore, la carità. E da questa carità nasce anche la speranza, la certezza che siamo amati da Cristo e che l'amore di Cristo ci aspetta e così ci rende capaci di imitare Cristo e di vedere Cristo negli altri. Santa Elisabetta ci invita a riscoprire Cristo, ad amarLo, ad avere la fede e così trovare la vera giustizia e l'amore, come pure la gioia che un giorno saremo immersi nell'amore divino, nella gioia dell'eternità con Dio.





(Tratto da sito ufficiale della Santa Sede)




Mi piace segnalare anche questa biografia tratta dal sito di radici cristiane

Santa Elisabetta d'Ungheria, luminoso esempio di santità francescana

La ricorrenza dell’VIII centenario della nascita di santa Elisabetta d’Ungheria e di Turingia (1207-1231) offre l’opportunità di ripercorrere l’itinerario temporale e spirituale di una delle maggiori figure del Terzo Ordine francescano, che giustamente la venera come sua Patrona. Le manifestazioni previste per il suo anno giubilare, dal 17 novembre 2006 al 17 novembre 2007, dovrebbero servire anche a divulgare il suo messaggio, che è alla base della spiritualità del Terzo Ordine francescano: uniformità alla volontà di Dio mediante l’attuazione delle opere di misericordia corporale. Modello più attuale che mai, perché l’uomo oggi in genere si illude di poter risolvere i problemi sociali e temporali prescindendo dalla sfera superiore, quella spirituale e divina.

di Alberto Carosa









Autentica opzione per i poveri
Figlia di Andrea II, potente re d’Ungheria, Galizia e Lodomeria, Elisabetta nacque nel 1207 a Pozsony, odierna Bratislava, sul Danubio. Fin dalla tenera età la maggiore gioia di Elisabetta era fare l’elemosina per alleviare le sofferenze dei poveri.

Il padre, per rinforzare i legami politici, sposò la contessa tedesca Gertrude di Andechs-Meran, discendente di Carlo Magno e la cui sorella, Hedwig, fu proclamata Santa. Sempre per ragioni politiche, il padre stabilì che Elisabetta sarebbe diventata Duchessa di Turingia, andando in sposa al giovane figlio Ludovico di Ermanno I, Langravio di Turingia, regione della Germania orientale, che dal suo storico castello di Wartburg signoreggiava su uno dei reami più ricchi ed influenti di tutta Europa al principio del XIII secolo.
Questa unione era stata preceduta dalla sbalorditiva profezia di un famoso sapiente dell’epoca. “Vedo una stella sorgere a oriente”, disse in trance, “è così bella che sparge i suoi raggi per tutto il mondo (…) Sappiate che questa notte è nata una figliuola al Re d’Ungheria, il cui nome sarà Elisabetta, verrà data in sposa al figlio del vostro principe Ermanno e sarà santa”.
A soli quattro anni Elisabetta si trasferì nella reggia del futuro marito, ma fin dal principio disprezzò le vanità, desiderando invece con tutto il cuore di ricevere subito Gesù Cristo nella Santa Comunione, senza aspettare i 12 anni, secondo tradizione. Solo a Guda, la sua più cara amica, confidò che Gesù si era mostrato a lei molte volte nell’Eucaristia e nella povertà.
Un giorno, mentre distribuiva il cibo al cancello del castello, vide Gesù tra i mendicanti. Lui toccò quelli intorno ed i loro volti cambiarono in Lui, mostrandole che poteva vederlo nei poveri e negli ammalati. Questa sua particolare “opzione per i poveri” causò un tumulto a corte, dove cominciò ad essere accusata di essere troppo santa per il troppo tempo passato in preghiera.

Miracoli sulle orme di San Francesco
Ad un certo puntò sembrò che l’alleanza ungherese non fosse così promettente e si cominciò a riconsiderare la scelta di Elisabetta, ma Ludovico fu perentorio in suo favore e mise a tacere tutte le malelingue: “Mi è cara più di ogni altra cosa sulla terra e non avrò nessun’altra come sposa se non lei”.
Finalmente, nel 1221, si sposarono. Si dice che Ludovico fosse il ritratto perfetto del cavaliere medievale, «alto, ben proporzionato, affascinante, attirava chiunque gli si avvicinasse, abile nei discorsi, prode ed intrepido». Ma fu Elisabetta ad elevare queste qualità ad un livello soprannaturale, insegnandogli ad agire per amore di Dio. Lei aveva quattordici anni mentre lui ne aveva ventuno. Nel suo nuovo status di sovrana, Elisabetta prese a moltiplicare le attività caritative verso i suoi sudditi.
Una notte apparve a castello nell’abito grigio dei Frati Minori un trovatore tedesco, che parlò del “povero piccolo ricco uomo” Francesco e del suo nuovo ordine. Elisabetta ne fu impressionata e desiderò diventare una seguace di San Francesco. Capì che la sua strada era aiutare i poveri e, perfetto modello di Carità, usò i molti mezzi per pagare debiti, comprare cibo e vestiti e per prendersi cura dei morti, ripulendoli e seppellendoli.
Si mortificava spesso alzandosi nella notte per pregare al lato del letto. Allora Ludwig le stringeva le fredde mani dicendole: “Risparmiati, piccola sorella”. Una volta la incontrò con il suo grembiule pieno di pane per i poveri. Quando le chiese cosa stesse portando, lei lasciò cadere il grembiule… ed invece di pane comparvero magnifiche e fresche rose...
Un’altra volta vennero a farle visita alcuni nobili ungheresi, anche per riferire a Re Andrea della situazione della figlia. Elisabetta, che aveva appena dato via i suoi bellissimi abiti, era stata tutto il giorno a distribuire elemosina ed indossava una grezza camicia di lana.
Vedendo la preoccupazione di Ludwig, disse: “Non mi sono mai vantata di ciò che indossavo. Ma parlerò di ciò con Dio, cosicché possa darsi che non notino i miei vestiti”. Quando entrò nella sala, gli ungheresi la guardarono compiaciuti poiché “i suoi abiti erano di seta, giacinto e brillavano con una rugiada di perle!” Successivamente, quando Ludwig la interrogò, lei rispose dolcemente: “Quando piace a Dio, Lui sa il modo per fare tali cose”.
In quegli anni i Frati Minori giunsero in Germania con il loro appello a tutti i cristiani di praticare la carità. Elisabetta e Ludwig gli fecero costruire una cappella al loro castello e in segno di gratitudine Francesco le mandò il suo logoro mantello, che lei custodì come uno dei più grandi tesori. In risposta alle sue preghiere, uno dei frati divenne suo maestro spirituale: così lei si avvicinò sempre di più a Gesù, la cui Passione era la sua devozione primaria e la fonte della sua forza.

“Rinunciare alla tua volontà”
Nel 1222, mentre il marito era assente, le nacque il primo figlio. Ora la preoccupazione che questo figlio potesse essere un legame verso la terra, tenendo il suo cuore lontano da Dio, la ossessionava, ma il suo confessore le disse: “Il tuo dovere ora è verso tuo figlio… Dio si rallegra se ognuno pratica la virtù secondo la sua posizione di vita. Tu sei una sovrana, una moglie ed una madre. È molto difficile, ma non impossibile praticare la povertà pur essendo un ricco sovrano. Ma tu potrai praticare altre virtù come la pazienza, l’umiltà e la carità così come fai ora. Potrebbe essere la volontà di Dio che tu rimanga così come sei. La tua più grande offerta potrebbe essere rinunciare alla tua volontà”. E così divenne una vera seguace di San Francesco.
Ludwig si accorse che non aveva a che fare con una donna comune, e qualche volta i suoi miracoli lo spaventavano. Scrisse al Papa per chiedere un direttore spirituale per lei e venne inviato Padre Conrad. Ma prima del suo arrivo nacque un altro figlio, questa volta una bambina.
Il nuovo confessore di Elisabetta provò ad essere aspro e severo. Col permesso di Ludwig, Elisabetta promise a Padre Conrad che gli avrebbe obbedito in tutto tranne in ciò che riguardava i suoi obblighi matrimoniali. Fece anche il voto di osservare la castità perpetua nel caso in cui fosse divenuta vedova. Padre Conrad rivelò, dopo la morte di Elisabetta, che nel momento in cui fece questo voto, Dio gli permise di vedere la radiosità della sua anima in tutta la sua bellezza.
L’inverno 1225 fu uno dei peggiori a causa di allagamenti, carestia, peste e vaiolo. Ludwig era fuori al servizio dell’Imperatore, lasciando così nelle mani di Elisabetta, che aveva solo 19 anni, la responsabilità del reame.
Quando i contadini presero d’assalto il castello di Wartburg per il grano, gli amministratori, sostenuti dalla corte, si opposero ad Elisabetta, che invece voleva dare fondo a tutte le riserve per sfamare il popolo, convinta che “non moriremo di fame se saremo generosi. Dobbiamo avere fede”. Alla fine la spuntò: furono distribuite 900 pagnotte di pane cotte ogni giorno, furono aperte cucine per le zuppe e fu costituito un ospizio per bambini e ragazzi.
Seguì subito un’epidemia di vaiolo, con i morti sparsi per le strade. Così Elisabetta uscì per curare i malati e seppellire i morti, approntando un piccolo ospedale ai piedi del castello, il primo costruito da laici in Germania.
Al suo ritorno Ludwig fu prontamente informato del comportamento della moglie. “Mia moglie sta bene?”, si limitò a chiedere. “Questo è tutto ciò che voglio sapere; il resto non ha importanza. Lasciate che dia ai poveri ciò che vuole; fin quando avrò il suo amore, sono contento”. Poi si recò ai granai e si accorse che erano miracolosamente pieni fino all’orlo. La spiegazione di Elisabetta fu: “Ho dato a Dio ciò che è di Dio e Lui ha conservato ciò che è vostro e mio”.
La separazione dal marito, partito per la crociata al seguito dell’Imperatore, fu straziante, ma più ancora lo fu la notizia della sua morte ad Otranto l’11 settembre del 1227, all’età di ventisette anni, divorato dalla febbre mentre aspettava di imbarcarsi alla volta della Terrasanta.

La cattiva notizia fu comunicata ad Elisabetta quando aveva appena dato alla luce il terzo figlio, una bambina. Quando infine la udì urlò: “Non questo! È morto! È morto! Il mio caro fratello è morto! Ora per me tutto il mondo e le sue gioie sono morte”. Svenne e fu riportata a letto. Per otto giorni pianse in solitudine.

Cacciata dal castello
Prima dell’inverno, il fratello di Ludwig assunse le redini del regno come erede ed estromise la cognata. Ora che il marito non la poteva più difendere, Elisabetta fu cacciata dal castello di Wartburg e messa sulla strada, dopo che il cognato si era impadronito dei suoi averi e di quelli dei figli.
Grazie all’intervento dei nobili rimasti fedeli al marito, Elisabetta venne reintegrata nella sua posizione, ma preferì ritirarsi nel castello di Marbourg-Hess, col desiderio di tendere alla più alta perfezione. Così p. Conrad le ordinò di usare tutti i suoi averi per i poveri e le fu permesso, prima donna a farlo, di unirsi al Terz’Ordine di San Francesco, conosciuto allora come “Fratelli e Sorelle della penitenza”.
I membri indossavano abiti grezzi, recitavano l’ora canonica, digiunavano la maggior parte dell’anno e si astenevano dal mangiare carne quattro giorni a settimana. Elisabetta si adeguò perfettamente a queste penitenze e prese i voti il Venerdì Santo.
Nel 1231 Padre Conrad fu sul punto di morire. La sua preoccupazione principale era la cura dell’anima di Elisabetta, ma lei lo rassicurò con queste parole: “Caro Padre, non avrò bisogno di protezione. Non sei tu che morirai, ma io”. Quattro giorni dopo Elisabetta fu colpita dalla febbre. Quando si diffuse la notizia che era gravemente malata, grandi folle accorsero a vederla. Alla fine Elisabetta chiese che le porte fossero chiuse, per rimanere da sola con Dio e preparare la sua anima.
Padre Conrad le diede il Viatico. Ai suoi amici più fedeli regalò ciò che di più caro possedeva, il mantello di San Francesco. Intorno alla mezzanotte spirò dopo queste parole: “O Maria, assistimi! Il momento è arrivato quando Dio convoca il Suo amico alla festa nuziale. Lo Sposo cerca la sua sposa… Silenzio!... Silenzio!”.
Era la notte del 19 novembre 1232 e non aveva ancora compiuto ventiquattro anni. La morte non bloccò gli atti di carità di Elisabetta e ai miracoli che aveva nascosto in vita si aggiunsero quelli a favore di coloro che accorrevano a invocare la sua intercessione presso la sua tomba.
I rapporti con i 130 miracoli della santa furono mandati a Roma e la Domenica di Pentecoste del 1235, solo quattro anni dopo la sua morte, Elisabetta fu canonizzata a Perugia dal Papa Gregorio IX, alla presenza di familiari e amici.

Nella traslazione delle sue reliquie, nel 1236, giunse l’Imperatore Federico II, che posò la sua corona sulla sua tomba e disse: “Poiché non ho potuto incoronarla Imperatrice in questo mondo, almeno la incorono oggi come regina immortale nel regno di Dio”.
Santa Elisabetta d’Ungheria, prega per noi!
(RC n. 18 - Ottobre 2006)

giovedì 27 settembre 2012

San Vincenzo dè Paoli

Nato a Pouy in Guascogna il 24 aprile 1581, fino a quindici anni fece il guardiano di porci per poter pagarsi gli studi. Ordinato sacerdote a 19 anni. Nel 1605 mentre viaggiava da Marsiglia a Narbona fu fatto prigioniero dai pirati turchi e venduto come schiavo a Tunisi. Venne liberato dal suo stesso «padrone», che convertì. Da questa esperienza nacque in lui il desiderio di recare sollievo materiale e spirituale ai galeotti. Nel 1612 diventò parroco nei pressi di Parigi. Alla sua scuola si formarono sacerdoti, religiosi e laici che furono gli animatori della Chiesa di Francia, e la sua voce si rese interprete dei diritti degli umili presso i potenti. Promosse una forma semplice e popolare di evangelizzazione. Fondò i Preti della Missione (Lazzaristi) e insieme a santa Luisa de Marillac, le Figlie della Carità (1633). Diceva ai sacerdoti di S. Lazzaro: «Amiamo Dio, fratelli miei, ma amiamolo a nostre spese, con la fatica delle nostre braccia, col sudore del nostro volto». Per lui la regina di Francia inventò il Ministero della Carità. E da insolito «ministro» organizzò gli aiuti ai poveri su scala nazionale. Morì a Parigi il 27 settembre 1660 e fu canonizzato nel 1737. (Avvenire)

domenica 12 agosto 2012

Santa Giovanna Francesca de Chantal

Nasce il 23 gennaio 1572 a Digione (Francia) da Benigno Frémyot e Margherita di Berbisey, famiglia nobile. A un anno di età rimane orfana di madre. Viene educata virilmente dal padre, secondo presidente del parlamento di Francia, uomo insigne per pietà e fede. A vent'anni sposa Cristoforo de Rabutin barone di Chantal. Il loro è un matrimonio d'amore dal quale nascono sei figli, due dei qulai moriranno alla nascita. La baronessa de Chantal viene chiamata 'la dama perfetta', è dolce, buona, intelligente, umile, generosa, virtuosa, saggia amministratrice dei beni di famiglia, premurosa verso tutti e soprattutto verso i poveri ed i bisognosi della sua città, senza trascurare la preghiera e la vita di fede. Purtroppo a ventinove anni rimane vedova, il marito muore in seguito ad un incidente di caccia.

Il suocero, barone di Chantal, la informa che deve subito trasferirsi da lui, a Monthélon se desidera che i figli prendano parte all’eredità e lei accetta, pur sapendo che nella residenza dell’anziano barone comanda una «servapadrona». Per lungo tempo dovrà sopportare le angherie di quest’ultima.
Anche nella sua nuova residenza il suo nome inizia a rendersi noto per la sua carità. Non è più chiamata 'dama perfetta', ma la 'nostra buona signora'.
A Digione il 5 marzo 1604 conosce il vescovo di Ginevra san Francesco di Sales che diventerà il suo direttore spirituale. Nasce così un sodalizio spirituale e fraterno tra i due che si interromperà solo con la morte del santo vescovo il 28 dicembre 1622.
Nel 1610 firma, di fronte al notaio, un atto con il quale si spoglia di tutti i beni in favore dei figli. Lascia la famiglia e parte per Annecy e il 6 giugno, insieme a due compagne, Giacomina Favre e Giovanna Carlotta de Bréchard entra nella piccola ed umile «casa della Galleria», culla dell’Ordine della Visitazione.
Giovanna Francesca vede morire, dopo il marito, tutti i suoi figli, tranne una, generi, fratelli e nuora ed anche le sue prime e preziose collaboratrici. Il Signore la spoglia dei suoi affetti più cari e lei si aggrappa sempre più alla croce del suo Amore Divino, sempre più protesa a servirlo e ad amarlo nei fratelli. San Vincenzo dè Paoli sarà suo discepolo ed ammiratore. Guiderà l'Ordine fino alla morte avvenuta il 13 dicembre 1641 nel monastero di Moulins, lasciando 87 Monasteri da lei fondati. Lascia un epistolario ben nutrito in cui traspare la sua vita mistica, la sua personalità forte ed equilibrata, la lotta durissima contro le tentazioni verso la fede che la tormentarono per quarant'anni.
Viene canonizzata nel 1767.    
  

lunedì 23 luglio 2012

Santa Brigida di Svezia, patrona d'Europa


Brigida nasce nel  Castello di Finsta (Svezia) nel 1303 da genitori pii e di alto rango, legati alla Casa regnante di Svezia. Suo padre Birger Persson è il Governatore di Uplandia, sua madre Ingeborg Bengsdotter appartiene alla vecchia stirpe reale dei Folkunghi. A soli dieci anni Brigida ha la sua prima conversazione con Cristo. A quattordici anni sposa il diciottenne Ulf Gudmarsson anch'egli di nobile famiglia e Governatore di Ostrogotia. 'Per circa due anni Ulf e Brigida vissero come fratello e sorella, finchè non ebbero raggiunto tra di loro una comunione di cuori sufficientemente robusta per sopportare insieme le passioni. E questa offerta a Dio della primizia della loro unione richiamò su di loro per tutta la vita le benedizioni celesti; una pace benedetta fondata sulla verace unione dei cuori. Non ardeva il fuoco dei sensi sul loro focolare, e perciò la loro casa era piena di calore, di luce e di tranquillità.'( Santa Brigida di Svezia - Giovanni Joergensen - Ed. Morcelliana ). In seguito la coppia ebbe otto figli, quattro maschi e quattro femmine, che Brigida educò con grande saggezza alla vita cristiana. Visse alla Corte svedese, fu dama della Regina Bianca di Namur. Oltre a questa alta carica di corte, la vita di santa Brigida si divise tra l'amministrazione dei numerosi beni di famiglia e i suoi doveri di sposa e di madre. Inoltre la vita di corte la mise in diretto contatto con la travagliata vita politica del tempo, suscitando un vivo interesse anche per la politica europea. Al centro della sua vita, però, resta indiscutibilmente la religione. Chiamò presso il Castello di Ulsàva, dove dimorava, il primo teologo svedese del suo tempo, il Canonico Magister Matthias, quale confessore e consigliere personale. Attraverso il suo insegnamento prese conoscenza della letteratura mistica ed apocalittica, nonchè si perfezionò nello studio delle Sacre Scritture e nella meditazione delle opere di san Bernardo di Chiaravalle. Nel 1341 i coniugi si recano in pellegrinaggio a Santiago di Compostela; nel viaggio di ritorno Ulf viene miracolosamente salvato da morte certa, così decidono al ritorno in Patria di abbracciare la vita religiosa. Ulf entra nel Monastero Cistercense ad Alvastra dove vi muore assistito da Brigida nel 1344. Brigida, rimasta vedova, decide di ritirarsi in un edificio annesso al Monastero. Qui comincia ad avere esperienze mistiche e rivelazioni sulle Passione del Signore, che ella trascrive in otto volumi. Nel 1350 si reca a Roma per lucrare l'Anno Santo. Vi rimane fino al 1373 anno della sua morte. Prima di partire traccia la Regola di una comunità monastica ma fu sua figlia, Santa Caterina di Svezia, a poter dar vita al Monastero di San Salvatore a Vadstena secondo i desideri della madre. A Roma prende dimora in piazza Farnese 96, luogo dove ancora oggi è possibile visitare le celle dove santa Brigida e sua figlia Caterina soggiornarono. Dopo la morte le sue spoglie mortali vengono riportate in Svezia, a Vadstena.
Santa Brigida è una grande figura di donna, è la Santa nazionale della Svezia, nonchè Patrona d'Europa insieme a santa Caterina da Siena e a santa Teresa Benedetta della Croce.  

mercoledì 4 luglio 2012

Santa Elisabetta del Portogallo, Regina

Elisabetta nasce a Saragozza (Spagna) nel 1271. Suo Padre è il Re di Spagna Pietro III d'Aragona, la madre è figlia di Manfredi, successo nel Regno di Sicilia, al padre, l'Imperatore Federico II. Al battesimo le viene imposto il nome della santa prozia la Regina Elisabetta d'Ungheria. Elisabetta cresce in fretta, ad otto anni, recita l'ufficio divino, si mortifica, digiuna e compie opere di carità. A soli dodici anni viene data in sposa a Dionisio, Re del Portogallo. Alla corte della Casa Reale, pur non trascurando i doveri del suo stato, continua la sua intensa vita di fede. Nel 1290 nasce Costanza, la prima figlia che andrà in sposa a Ferdinando IV di Castiglia. L'anno dopo nasce l'erede al trono Alfonso IV. Il matrimonio di Elisabetta fu molto travagliato a causa delle continue infedeltà del marito, che ella sopporta con grande coraggio e forza, non venendo mai meno alla sua opera come pacificatrice in famiglia e consigliera del marito stesso, riuscendo a smorzare le tensioni tra Aragona, Portogallo e Spagna. Dionisio si converte dalla sua cattiva condotta e trascorre gli ultimi anni della sua vita accanto alla sua santa sposa, che neanche le calunnie contro di lei per presunta infedeltà coniugale avevano potuto distrarla dal suo amore e rispetto dovuti allo sposo. Nel 1325 Dionisio muore ed Elisabetta  rinuncia al mondo, si taglia i capelli, e veste l'abito del terz'ordine Francescano e si reca pellegrina a San Giacomo de Compostela. In suffragio del re defunto, offre al santuario la corona d'oro che aveva portato il giorno del matrimonio, con altri ricchissimi doni. Il vescovo della città le dona in cambio un bastone di pellegrino e una borsa che la santa  porterà con sé nella tomba. Rientrata a corte fa fondere le sue argenterie a favore delle chiese, divide i diademi e le altre insegne regali tra la sovrana Beatrice e le sue nipoti e, a Coimbra, fa terminare la costruzione del monastero di Santa Chiara. In esso intendeva terminare la vita, ma ne fu distolta da savi sacerdoti, per ragioni di Stato e per non privare tanti bisognosi dei suoi aiuti. Elisabetta si accontentò di portare sempre l'abito della penitenza e di fare costruire presso il monastero un appartamento che le consentisse, con il permesso della Santa Sede, di ritirarvisi sovente a pregare, a conversare e a pranzare con le religiose. 
Muore il 4 luglio 1336 dopo che la Vergine Maria le era apparsa. Viene canonizzata il 24 giugno 1626 da Papa Urbano VIII. 
Il suo corpo incorrotto si trova a Coimbra nella chiesa della Clarisse.     


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