MITTITE RETE ET INVENIETIS

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: " Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)

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mercoledì 2 marzo 2016

Santa Angela de la Cruz, vergine

Maria de los Angeles Guerrero y González, nacque a Siviglia il 30 gennaio 1846 da Francesco Guerrero e Giuseppina González, genitori di modeste condizioni sociali ma pieni di virtù cristiane.
Crebbe per questo in un ambiente molto religioso, aiutando i suoi genitori nei lavori manuali, specie nel cucito; di carattere molto docile e discreta, suscitava profonda ammirazione in quanti la conoscevano.
Ancora piccola dovette lasciare la scuola per lavorare in un laboratorio di calzature; nonostante ciò amava appartarsi per dedicarsi alla preghiera ed alle mortificazioni; nel 1871 a 25 anni, con un atto privato promise al Signore di vivere secondo i consigli evangelici.
Nella sua lunga esperienza di preghiera, vide una croce vuota davanti a quella di Cristo crocifisso e ciò le ispirò di immolarsi insieme a Gesù per la salvezza delle anime. Spinta da una forte vocazione, desiderò di entrare fra le Carmelitane, ma il suo direttore spirituale la indirizzò verso le Suore di Carità, ma per le precarie condizioni di salute fu costretta ad abbandonare, dopo poco tempo l’Istituto.
Ritornata in famiglia si dedicò tutta alle opere di carità verso i poveri. Seguendo con ubbidienza i consigli del direttore spirituale, prese a scrivere un diario spirituale nel quale esponeva dettagliatamente la regola di vita di una Comunità di religiose, che con la sua spiccata vocazione e con l’esperienza spirituale che viveva, sentiva di poter costituire.
Così nel 1875 a Siviglia, diede inizio alla Congregazione delle “Sorelle della Compagnia della Croce” per la cura degli infermi, nell’esercizio della più ardente carità. Il motto suo e dell’Istituzione fu “Farsi povero con il povero per portarlo a Cristo” che costituisce il fondamento della spiritualità e della missione della “Compagnia della Croce”.
La Santa Sede approvò l’Istituto nel 1904 che ebbe una rapida diffusione, imprimendo un impatto enorme sulla Chiesa e sulla società Sivigliana di quel tempo. Umile ed energica, Angela de la Cruz, questo il nome che prese quando diventò una religiosa, seppe infondere nell’animo delle sue figlie un crescente spirito di dedizione e di carità verso i bisognosi; per questo ammirata da tutti, venne chiamata dal popolo “madre dei poveri”.
Naturale e semplice, rifuggì da ogni gloria umana, ricercò la santità con uno spirito di mortificazione al servizio di Dio e dei fratelli e con questi sentimenti, lasciò questa terra il 2 marzo 1932 nella sua città di Siviglia, all’età di 86 anni.
La causa per la sua beatificazione fu introdotta presso la Congregazione dei Riti il 10 febbraio 1960. Papa Giovanni Paolo II, durante il suo primo pellegrinaggio in Spagna, la beatificò il 5 novembre 1982 nella sua Siviglia e lo stesso pontefice a distanza di 20 anni l’ha elevata agli onori degli altari della Chiesa universale, canonizzandola a Madrid il 4 maggio 2003, durante il suo quinto viaggio in terra spagnola.
Ricorrenza liturgica al 2 marzo. L'arcidiocesi di Siviglia la ricorda il 5 novembre, anniversario della beatificazione.
 

Autore:
Antonio Borrelli
 

martedì 17 marzo 2015

San Patrizio, vescovo

Patrizio nasce nella Britannia Romana nel 385 circa da genitori cristiani appartenenti alla società romanizzata della provincia.
Il padre Calpurnio era diacono e possedeva un podere nel quale Patrizio da giovinetto trascorreva le sue giornate di fanciullo a pascolare il bestiame. A 16 anni venne fatto prigioniero insieme a migliaia di persone dai pirati irlandesi e portato sulle coste nordiche dell’Irlanda e venduto come schiavo.
Purtroppo la vita di Patrizio da schiavo fu triste e grama, si trovava in terra straniera a pascolare le pecore, tra sofferenze, solitudine e privazioni, tanto da tentare per due volte la fuga, ma inutilmente.
Dopo sei anni di servitù, aveva man mano conosciuto i costumi dei suoi padroni, imparato la lingua e conosciuto meglio i popoli Celti, che erano socialmente ben organizzati ma non erano cristiani e adoravano ancora gli idoli. Il terzo tentativo di fuga, nella primavera del 407, riuscì e Patrizio si imbarcò su una nave in partenza e, dopo tre giorni di navigazione, sbarcò su una costa deserta della Gallia per poi fare ritorno in Patria dai suoi familiari. Qui Patrizio sognò che gli Irlandesi lo chiamavano ed interpretando ciò come una vocazione all’apostolato fra quei pagani, decise di farsi chierico per convertirli. Tornò in Gallia, presso il santo vescovo di Auxerre Germano, per continuare gli studi, terminati i quali fu ordinato diacono e poi presbitero.
A Roma Patrizio fu consacrato vescovo e nominato successore di Palladio, primo vescovo d'Irlanda, intorno al 460. L'opera di evangelizzazione procedette con grande entusiasmo e senza che gli fossero risparmiate persecuzioni ed imboscate, soprattutto dai druidi e dagli anziani dei clan che erano restii a lasciare il paganesimo.  In tali territori il vescovo Patrizio introdusse il monachesimo che di recente era sorto in Occidente e un gran numero di giovani aderirono con entusiasmo facendo fiorire conventi di monaci e vergini. Inoltre stabilì delle diocesi territoriali con vescovi dotati di piena giurisdizione nel rispetto dell'organizzazione delle singole tribù. Benché il santo vescovo vivesse per carità di Cristo fra ‘stranieri e barbari’ da anni, in cuor suo si sentì sempre romano con il desiderio di rivedere la sua patria la Britannia e quella spirituale la Gallia; ma la sua vocazione missionaria non gli permise mai di lasciare la Chiesa d’Irlanda che Dio gli aveva affidato, in quella che fu la terra della sua schiavitù. L’infaticabile apostolo concluse la sua vita nel 461 nell’Ulster a Down.

 

giovedì 27 marzo 2014

Beato Francesco Faà di Bruno, sacerdote

Francesco Faà di Bruno, ultimo di dodici fratelli,  nasce ad Alessandria il 29 marzo 1825 da genitori nobili e benestanti che lo educano cristianamente. Francesco resta orfano di madre a nove anni. Dopo aver frequentato il collegio dei Padri Somaschi a Novi Ligure, avrebbe desiderato seguire l’esempio dei fratelli religiosi ma, consigliato da una zia, entrò a quindici anni nell’Accademia militare di Torino, emulando così il fratello Emilio. A ventitré anni partecipa alla Prima Guerra d’Indipendenza come aiutante di campo del principe ereditario Vittorio Emanuele.
Per un periodo viene nominato precettore dei figli del Re Vittorio Emanuele II, ma dopo il rientro a Torino da Parigi, nel 1851, dove aveva studiato per conseguire la licenza in Scienze Matematiche ed Astronomia, gli viene revocato l'incarico. Dopo essersi dimesso dall'esercito, si dedica alle opere di carità, soprattutto in difesa delle donne e delle ragazze madri. Apre il 2 febbraio 1859 la Pia Opera di s. Zita e la pone sotto la protezione della Santa lucchese. Nel 1861 viene nominato dottore aggregato alla Facoltà di Scienze fisiche e matematiche e tre anni dopo inizia ad insegnare topografia, geodesia, trigonometria nella Scuola d’Applicazione dell’esercito. Nel 1864 comincia la costruzione di una chiesa dedicata a Nostra Signora del Suffragio dedicato ai Caduti di tutte le guerre, luogo di preghiera per le anime dei defunti. La Chiesa viene benedetta il 31 ottobre 1876. All'età di  cinquantuno anni, Francesco decide di diventare sacerdote, realizzando quella vocazione che per tanti anni aveva custodito nel cuore. Don Bosco lo sostiene. Viene ordinato a Roma il 22 ottobre 1876.
Francesco è stato anche uno scienziato, inventò un barometro differenziale a mercurio, uno scrittoio per ciechi, che fu premiato in alcune esposizioni universali, uno svegliarino elettrico e uno ellipsigrafo. Nel 1867 pubblicò un saggio scientifico sulla teoria delle forme binarie. Visse non senza contraddizioni il periodo risorgimentale, considerandolo necessario, era però angustiato dagli attacchi alla Chiesa. Era un uomo di preghiera, “un asceta cittadino”, tra i primi ad introdurre le adorazioni notturne in città. Nel 1868 nasce la Congregazione alle Suore Minime di N. S. del Suffragio. Le chiamò Minime in omaggio del suo Patrono s. Francesco di Paola.  Al Beato si devono opere non solo scientifiche ma anche teologiche. Amava studiare e documentarsi, conosceva l’inglese, il tedesco ed il francese; era solito affermare: “l’istruirmi e l’essere utile agli altri, sono i cardini della porta della mia felicità”. Muore a Torino il 27 marzo 1888, due mesi dopo l’amico don Bosco. Francesco Faà di Bruno è stato beatificato il 25 settembre 1988. Le sue reliquie sono venerate nella Chiesa di N.S. del Suffragio annessa alla Casa Madre dell’Istituto. Un museo raccoglie i suoi ricordi, libri antichi, molti strumenti scientifici e alcune sue invenzioni. Le Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio sono oggi missionarie in diverse paesi del mondo, nello spirito che il Fondatore ha racchiuso nel suo motto: PREGARE, AGIRE, SOFFRIRE.

giovedì 21 marzo 2013

San Nicola di Flue

Nicola nasce il 21 marzo del 1417  in Svizzera, è figlio di poveri contadini del cantone di Unterwalden.  Uomo saggio e di grande fede, ricopre cariche sia civili che militari. Dall’età di 23 anni serve come capitano nell’esercito della Confederazione Svizzera, battendosi con la spada in una mano ed il rosario nell’altra. Tornato a casa carico di decorazioni, rifiuta di assumere la carica di sindaco che gli è offerta, affermando che le sue umili origini non lo rendono adatto al ruolo. Accetta invece l’incarico di giudice, che esercita in modo esemplare per nove anni. Nel 1445 si sposa con Dorothea Wyss dalla quale ebbe dieci figli. Dalla più giovane età e per tutta la vita è favorito da visioni celesti. A 50 anni con il permesso della moglie, si ritira a vita eremitica a Ranft, a poche miglia dalla sua casa. Per 19 anni Nicola si ciba soltanto dell' Eucarestia,  dedicandosi alla cura della sua anima e dei molti pellegrini, tra i quali alti dignitari cantonali, che lo interpellano per consigli di natura spirituale e non. La sua è una vita di rigore, di preghiera, di penitenza. Muore il 21 marzo 1487 giorno del suo 70' compleanno.  Nel 1501 venne compilata da Enrico Wólflin una sua biografia sulla base di "fatti accertati con giuramento da testimoni oculari ed auricolari". Beatificato nel 1669, venne canonizzato da Pio XII nel 1947. Nicola è riconosciuto 'Padre della Patria' per i servigi militari resi alla Svizzera in varie occasioni.

lunedì 11 marzo 2013

Sant'Eulogio di Cordoba


Sant’Eulogio non è che il più importante fra la folta schiera dei “Martiri di Cordoba”. Numerosissimi cristiani, infatti, testimoniarono la loro fede in Cristo con il supremo sacrificio dell’effusione del loro sangue presso Cordoba, importante città spagnola dell’Andalusia. Strappata ai Visigoti dagli Arabi nel 771, la città raggiunse il suo apogeo culturale nel X secolo, prima di essere riconquistata nel 1236 dal celebre sovrano san Ferdinando III di Castiglia.
Bisogna constatare, ad onor del vero, che i musulmani non si mostrarono sempre feroci persecutori dei cristiani, ai quali solitamente si limitavano ad imporre di non testimoniare pubblicamente la loro fede cristiana e soprattutto di versare periodicamente un cospicuo tributo: se ciò da un punto di vista puramente politico portava a provocare uno spirito d’indipendenza e di autonomia da parte della popolazione indigena, quest’ultima in quanto cristiana non poteva certo tollerare una sorta di ibernazione religiosa. Nacquero così sporadiche reazioni alla dominazione dei mori, che venivano facilmente soffocate con altrettanto sporadiche persecuzioni.
Fu proprio in tale contesto che si collocò il martirio di Eulogio, sacerdote, vescovo eletto di Toledo. Non potendo a qualunque costo accettare o tollerare la passività dei cristiani, egli scrisse e predicò apertamente contro il Corano. Imprigionato una prima volta, venne rilasciato dopo che egli aveva confortato e rianomato i suoi compagni di prigionia con un’efficace “Esortazione ai martiri”. Nominato vescovo di Toledo, non poté neppure essere consacrato e prendere possesso della sua sede: l’11 marzo 859 venne infatti decapitato, in esaudimento del suo grande desiderio.

Autore:
Fabio Arduino

lunedì 12 marzo 2012

San Luigi Orione, sacerdote

Luigi nasce il 12 marzo 1872 a Pontecurone in provincia di Alessandria, un paesino di campagna, dove Luigi lavora aiutando il papà sino all'età di 13 anni, quando decide di entrare a Voghera (PV) tra i Frati Minori. Una polmonite però lo costringe a rientrare in famiglia, fino a quando nel 1886 conosce don Bosco ed entra nel suo Oratorio. Nel 1889 entra in Seminario a Tortona (AL). Qui, da chierico, apre il suo primo oratorio. Il 13 aprile 1895 viene ordinato sacerdote. Don Orione è il fondatore di diverse congregazioni religiose: i Figli della Divina Provvidenza, le Piccole missionarie della carità, gli Eremiti della Divina Provvidenza e le Suore Sacramentine due ordini contemplativi che ammettono anche persone non vedenti. Don Luigi Orione è un santo straordinario per doti umane e spirituali. La sua vita è un canto d'amore a Maria e un esempio di abbandono e di fiducia alla Divina Provvidenza. Sostiene grandi opere di carità a favore degli ultimi, dei poveri, dei miseri, dei fanciulli orfani o abbandonati. Viaggia moltissimo, per sostenere le sue Opere e i suoi Figli, organizza scuole, colonie agricole, orfanotrofi, case di carità. Ovunque porta il suo sorriso, la sua bontà. Conduce vita molto austera, nonostante sia cagionevole di salute, che peggiorando lo costringe a fermarsi durante gli ultimi tre anni della sua vita, che trascorre a Tortona. Cedendo alle continue pressioni dei medici e dei suoi confratelli si reca a San Remo per godere di un periodo di riposo ma  vi muore di lì a poco, il 12 marzo 1940. Viene proclamato santo dal Papa Giovanni Paolo II il 16 maggio 2004. Ora riposa, intatto, nella Basilica della Divina Provvidenza a Tortona. San Luigi Orione non si può raccontare in due righe. Di lui sono state scritte moltissime biografie, alle quali rimando per conoscere meglio questo grandissimo e straordinario santo dei nostri tempi!  E' un santo a me particolarmente caro perchè ho abitato a Tortona. Mi propongo di farvelo conoscere a poco a poco.

venerdì 9 marzo 2012

San Domenico Savio

Domenico è il fiore più bello e profumato del giardino della santità di don Bosco. Egli stesso ha provveduto a scriverne una biografia dai tratti teneri ed appassionati. Domenico nasce a Riva presso Chieri in provincia di Torino il 2 aprile 1842. I suoi genitori Carlo e Brigida sono poveri, umili e persone di comprovata fede e si impegnano seriamente a dare a Domenico un'educazione cristiana. Scrive don Bosco nel suo libro VITA DI DOMENICO  SAVIO: ' I suoi genitori hanno affermato: "Anche all'età in cui i fanciulli mettono a dura prova la pazienza delle mamme perchè vogliono vedere tutto, toccare tutto, e finiscono per rompere gli oggetti di casa, Domenico non ci diede mai dispiaceri. Era obbediente, eseguiva ogni nostro comando. Anzi, se vedeva che desideravamo qualche cosa, lo faceva prima che glielo chiedessimo" (pag 18).
Quando papà tornava a casa dal lavoro, gli correva incontro col volto sorridente. Lo prendeva per mano, se poteva gli gettava le braccia al collo. Gli diceva: "Caro papà, voi siete stanco. Lavorate tanto per me, e io sono capace a combinare solo pasticci. Pregherò il buon Dio che vi dia tanta salute, e per me che mi faccia buono".
Questo diceva il padre - era per me un conforto dolce nella fatica. Quando il lavoro stava per finire, ero impaziente di tornare a casa per baciare il mio Domenico, che amavo teneramente (pag 18).

A sette anni riceve la Prima Comunione e scrive: Ricordi fatti da me Savio Domenico, l'anno 1849 quando ho fatto la Prima Comunione essendo di sette anni.
1. Mi confesserò molto sovente e farò la Comunione tutte le volte che il confessore me lo permetterà.
2. Voglio santificare i giorni festivi.
3. I miei amici saranno Gesù e Maria.
4. La morte, ma non peccati.

Questi ricordi Domenico li legge sovente e sono la guida delle sue azioni sino alla fine della sua vita.
Scrive don Bosco: "Domenico era di costituzione gracile, debole, di aspetto serio e dolce insieme. La sua presenza era piacevole. Aveva un carattere mitissimo e dolcissimo, e il suo umore non aveva sbalzi di allegria e di musoneria: era inalterabile. Questo contegno tranquillo lo aveva in scuola e fuori, in Chiesa e dappertutto. (....) Domenico fu 'Savio' di nome di fatto,e questo per sempre: nello studio, nella preghiera, nel parlare con i suoi compagni, in ogni azione. (...) Domenico tenne costantemente il primo posto nella sua classe, e meritò i premi e i voti più belli in quasi tutte le materie che insegnavo. Questo felice risultato nell'istruzione non era solo frutto dell'intelligenza non comune di cui era fornito, ma anche del suo grande amore allo studio e delle buone qualità della sua anima" (pag 42).
Il 2 ottobre 1854 Domenico incontra per la prima volta don Bosco che così ricorda quel momento: "In quel ragazzo scoprii una persona che viveva completamente secondo lo spirito del Signore. Rimasi sbalordito del lavoro che la grazia di Dio aveva compiuto in lui in così pochi anni" (pag 54).
Così il 29 ottobre Domenico entra nell'Oratorio di don Bosco a Torino. All'inizio della novena all'Immacolata ha un lungo colloquio con don Bosco in cui gli confida i suoi propositi di bene. Intanto la salute comincia a vacillare e nonostante il suo desiderio di mortificarsi con digiuni e penitenze don Bosco glielo proibisce e gli dice: "La penitenza che il Signore vuole da te è l'obbedienza. Obbedisci e per te è tutto".
"E nessun'altra penitenza?" (chiese Domenico)
"Sì. Ti permetto di sopportare con pazienza gli insulti se qualcuno ti insulterà, di sopportare con pazienza il caldo, il freddo, il vento, la pioggia, la stanchezza e tutte quelle difficoltà di salute che Dio permetterà" (dice don Bosco).
"Ma questo si sopporta per necessità" (risponde Domenico).
"E tu, invece di sopportarlo per necessità, offrilo a Dio con amore. Diventerà il tuo sacrificio per il Signore" (rispose don Bosco).
Un pò contento e un pò rassegnato (scrive ancora don Bosco), Domenico riprese con serenità la sua vita ((pag 112).
La vita di Domenico è un lungo dialogo d'amore con Maria Santissima, così pensa di renderle omaggio formando un gruppo chiamato la Compagnia dell'Immacolata. Domenico vive costantemente raccolto in Dio. Egli stesso dice: "Mi prendono le solite distrazioni. Mi pare che il paradiso mi si apra sopra la testa. Allora devo allontanarmi dai compagni, per non dire cose che loro prenderebbero in giro" (pag 148). Nonostante sia gracile e senza forze continua la sua vita regolarmente e la frequentazione agli studi, senza nulla tralasciare dei suoi doveri. Ma, all'inizio dell'anno, deve rientrare a casa a Mondonio per il precipitare della sua salute. Il 9 marzo 1857 dopo 10 salassi le sue forze sono completamente prostrate, si gira verso il crocifisso e dice: "Signor, la libertà tutta vi dono, ecco le mie potenze, il corpo mio, tutto vi do, che tutto è vostro, o Dio, e nel vostro voler io mi abbandono".
Ricorda don Bosco: "Il suo volto era sereno, l'aria allegra, lo sguardo luminoso, la mente vivace: tutte cose che facevano meravigliare. Nessuno poteva persuadersi che quel ragazzo fosse sul limitare della vita" (pag 174).
Rivolto al padre gli dice: "Mio caro papà, è tempo. Prendete il mio libro di preghiere, e leggetemi le preghiere della buona morte" (pag 175).
Scrive don Bosco: "A quelle parole, la madre scoppiò a piangere e si allontanò dalla camera. Al padre scoppiava il cuore di dolore, e le lacrime soffocavano la voce. Tuttavia si fece coraggio e si mise a leggere quelle preghiere. (...) Addio, caro papà, addio. (...) Oh! che bella cosa io vedo mai...
Così dicendo e ridendo, con aria di paradiso spirò colle mani giunte innanzi al petto in forma di croce, senza fare il minimo movimento. Il cielo si è aperto per te, Domenico. Gli angeli e i santi ti hanno preparato una grande festa. Quel Gesù che hai tanto amato ti chiama dicendo:"Vieni servo buono e fedele, vieni. Tu hai combattuto, hai vinto. Ora vieni a possedere la gioia che non finirà mai. Entra nella gioia del tuo Signore" (pag 176).

Il padre avvisa don Bosco della morte del suo amato Domenico con una lettera datata 10 marzo 1857: "Con le lacrime agli occhi mi presento con questo biglietto a V.S. molto reverenda ad annunziarle una più che triste novella la quale sì è che il mio caro figliolino Domenico, di lei discepolo, qual candido giglio qual Luigi Gonzaga, rese l'anima al Signore la sera delli 9 andante marzo, ben inteso però dopo d'aver ricevuto li SS. Sacramenti una cum la benedizione Papale" (pag 181).
Il 12 giugno 1954 papa Pio XII lo proclama santo.

  

giovedì 8 marzo 2012

San Giovanni di Dio

Quando all'inizio del XVI secolo la bufera si abbattè su tutta la Cattolicità con la funesta eresia luterana che spezzò l'unità della Cristianità, per un misterioso e provvidenziale disegno dello spirito, fiorì nella chiesa di Dio un esercito di Santi, alcuni dei quali veri giganti di santità. Tra questi grandi possiamo annoverare S.Giovanni di Dio, apostolo di carità. "Fate bene fratelli, per amore di Dio, a voi stessi" . Con questo grido il nostro santo percorreva le strade di Granada, chiedendo l'elemosina per i suoi malati poveri e abbandonati. Giovanni era originario del Portogallo dove nacque nel 1495. Ancora bambino lasciò la sua famiglia e si trasferì in Spagna. Visse la sua gioventù in modo alquanto movimentato e assai avventuroso. Fece il pastorello, il manovale, il contadino e anche il sodato nelle milizie di Carlo V.
Infine si stabilì a Granada, nell'Andalusia, dove per vivere vendeva libri. In questa città assistendo ad una predica del beato Giovanni d'Avila, ebbe la grazia della conversione.
Spinto da un ardente anelito di perfezione cambiò radicalmente vita.
Per prima cosa si spogliò di tutto quello che possedeva e lo donò ai poveri.
Per tale suo gesto fu considerato pazzo e rinchiuso in ospedale. E proprio a contatto di tanti fratelli emarginati e sofferenti capì quello che il Signore voleva da lui.
Da allora si dedicò totalmente alla cura dei malati. Vedeva in ogni infermo lo stesso Gesù che gli diceva: "Ogni volta che fai questo ad uno dei miei fratelli, lo fai a me".
Così scelse di spendere i suoi giorni e le sue energie al servizio di quanti soffrivano. Attuò pienamente l'insegnamento evangelico. Non certo per falsi umanitarismi, ma per bisogno interiore di servire il suo Signore in quelle creature che l'egoismo del mondo lasciava languire nel dolore e nella miseria.
Organizzò un'assistenza medica con tali criteri igienici che, considerando i tempi, suscitò la meraviglia degli stessi sanitari dell'epoca. Capirono i suoi denigratori di un tempo, che Giovanni non era pazzo, ma un santo suscitato da Dio. Così da allora lo chiamarono 'Giovanni di Dio'. Molti spinti dal suo esempio lo seguirono e nacque, in modo del tutto spontaneo, l'Ordine Ospedaliero, ovvero i FATEBENEFRATELLI.
Quando l'8 marzo 1550 san Giovanni di Dio morì, il suo ospedale era l'opera di carità e di assistenza ai poveri più poderosa di tutta la Spagna. 
PER GENTILE CONCESSIONE DELL'AMICO PATERNO GIOVANNI MANGANO  

mercoledì 7 marzo 2012

Sante Perpetua e Felicita, martiri

Perpetua e Felicita unite nello stesso destino di mamme e martiri. Siamo a Cartagine nel 203 d.C., Tibia Perpetua è una nobildonna di 22 anni, è sposa e madre di un bambino ancora in fasce. Felicita è la figlia dei servi di Perpetua, anch'ella in giovane età e in attesa di un bimbo. Entrambe vengono fatte prigioniere e condannate a morte dall'Imperatore Settimio Severo perchè cristiane. Descrive la storia del loro martirio Tertulliano ne la 'PASSIONE DELLE SANTE PERPETUA E FELICITA' riportando gli scritti di Perpetua che descrivono, appunto, le vicende del loro arresto e condanna ad essere sbranate dalle fiere. Ancora rinchiuse, Felicita mette al mondo una bambina. Il suo carceriere le dice: ‘O tu che ora patisci tanto strazio, che farai quando verrai gettata in pasto a quelle belve che disprezzasti rifiutando di sacrificare?’


E quella rispose: ‘Ora sono io che devo sopportare questi strazi; quivi invece vi sarà dentro di me un altro, il quale patirà per me, perché anch’io mi dispongo a patire per lui’.
Molte sono le pressioni dei parenti, in modo particolare del padre di Perpetua, affinchè abiurino la loro fede, ma le due giovani sono irremovibili, scrive Perpetua:
'Sopravvenne allora mio padre col mio bambino tra le braccia; mi trasse indietro supplichevole disse: ‘Abbi pietà di questo bambino’.
Il procuratore Ilariano, che esercitava allora il potere esecutivo in sostituzione del proconsole Minucio Timiniano che era morto, mi disse: ‘Abbi riguardo dei capelli bianchi di tuo padre, e di questo tenero fanciullo! Offri un sacrificio per la salute degli Imperatori’. Risposi: ‘Non lo faccio’. Ilariano disse: ‘Sei tu cristiana?’. Risposi: ‘Sono cristiana’.
Mio padre mi si faceva addosso per farmi rinnegare; Ilariano comandò di trascinarlo via e per di più lo fece cacciare a bastonate. Mi dolse il caso di mio padre, mi parve di sentire quei colpi sulle mie membra; mi piangeva il cuore per quella sua miseranda vecchiaia.

 Frattanto il procuratore pronunziò la nostra sentenza condannandoci alle fiere.
Contenti ritornammo alla prigione.

Il mio bambino soleva starmi alle poppe e restare con me in carcere; onde io tosto mandai il diacono Pomponio perché chiedesse il piccino a mio padre. Questi non volle consegnarglielo. E come piacque a Dio, il bambino cessò di domandare la mammella, e io fui libera dall’infiammazione che ciò cagionava, né più fui oppressa dalla cura del fanciullo e dal dolore delle mammelle'.

Questa è la descrizione del martirio:

Per le giovani, il diavolo preparò una vacca ferocissima, cosa veramente inusitata, quasi volesse fare, anche con quella bestia, uno sfregio al loro sesso. Spogliate dunque, e ravviluppate nei reticoli, esse venivano condotte nell’arena. La folla fu presa da un senso di ribrezzo, vedendole tenera fanciulla una, l’altra ancora fresca di parto e con le poppe stillanti. Furono allora richiamate e rivestite con lunghe tuniche.  
Perpetua, acciuffata per la prima e sbattuta, ricadde a terra supina. Messasi a sedere, raccolse i lembi della tunica lacerata sul fianco per coprirsi il femore, più ansiosa del proprio pudore che del proprio dolore. Indi raccolse le forcelle, si appuntò la scomposta capigliatura: non s’addiceva davvero a una martire soffrire la passione con le chiome disciolte, sì da sembrare far lutto nella sua gloria! Ciò fatto, s’alzò in piedi, e, veduta Felicita colpita, le si avvicinò porgendole la mano per rialzarla. Così stettero alquanto, fino a che, ammansita la ferocia della folla, furono richiamate e
atte uscire per la porta Sanavivaria.

La folla reclamava che fossero portati in vista, per seguire con i loro occhi omicidi l’entrar del coltello nelle carni di quelli; volevano por fine al martirio con il santo rito della pace. Gli altrii martiri si rizzarono spontaneamente e si trascinarono fin là dove la marmaglia voleva. Già s’erano dato fra loro il bacio, ché ben ricevettero il ferro raccolti in silenzio. Tosto rese lo spirito Sàturo, che era asceso per primo nella scala; egli perché il ferro le si impigliò tra le vertebre della golaattendeva Perpetua che gli tenesse dietro. A questa era ancora riserbato di gustare qualche tormento: Mandò un forte gemito, e prese essa stessa a guidare la incerta mano dell’inetto gladiatore, aggiustandosi la punta alle carni. Ma forse una donna di tanto valore, che incuteva spavento allo spirito immondo, non avrebbe altrimenti potuto essere uccisa se essa non l’avesse voluto!'.

da: P. VANNUTELLI – a cura di –, Atti dei Martiri 1, Città del Vaticano, ristampa 1962, 14-57

PASSIONE DELLE SANTE