MITTITE RETE ET INVENIETIS

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: " Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)

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mercoledì 2 marzo 2016

Santa Angela de la Cruz, vergine

Maria de los Angeles Guerrero y González, nacque a Siviglia il 30 gennaio 1846 da Francesco Guerrero e Giuseppina González, genitori di modeste condizioni sociali ma pieni di virtù cristiane.
Crebbe per questo in un ambiente molto religioso, aiutando i suoi genitori nei lavori manuali, specie nel cucito; di carattere molto docile e discreta, suscitava profonda ammirazione in quanti la conoscevano.
Ancora piccola dovette lasciare la scuola per lavorare in un laboratorio di calzature; nonostante ciò amava appartarsi per dedicarsi alla preghiera ed alle mortificazioni; nel 1871 a 25 anni, con un atto privato promise al Signore di vivere secondo i consigli evangelici.
Nella sua lunga esperienza di preghiera, vide una croce vuota davanti a quella di Cristo crocifisso e ciò le ispirò di immolarsi insieme a Gesù per la salvezza delle anime. Spinta da una forte vocazione, desiderò di entrare fra le Carmelitane, ma il suo direttore spirituale la indirizzò verso le Suore di Carità, ma per le precarie condizioni di salute fu costretta ad abbandonare, dopo poco tempo l’Istituto.
Ritornata in famiglia si dedicò tutta alle opere di carità verso i poveri. Seguendo con ubbidienza i consigli del direttore spirituale, prese a scrivere un diario spirituale nel quale esponeva dettagliatamente la regola di vita di una Comunità di religiose, che con la sua spiccata vocazione e con l’esperienza spirituale che viveva, sentiva di poter costituire.
Così nel 1875 a Siviglia, diede inizio alla Congregazione delle “Sorelle della Compagnia della Croce” per la cura degli infermi, nell’esercizio della più ardente carità. Il motto suo e dell’Istituzione fu “Farsi povero con il povero per portarlo a Cristo” che costituisce il fondamento della spiritualità e della missione della “Compagnia della Croce”.
La Santa Sede approvò l’Istituto nel 1904 che ebbe una rapida diffusione, imprimendo un impatto enorme sulla Chiesa e sulla società Sivigliana di quel tempo. Umile ed energica, Angela de la Cruz, questo il nome che prese quando diventò una religiosa, seppe infondere nell’animo delle sue figlie un crescente spirito di dedizione e di carità verso i bisognosi; per questo ammirata da tutti, venne chiamata dal popolo “madre dei poveri”.
Naturale e semplice, rifuggì da ogni gloria umana, ricercò la santità con uno spirito di mortificazione al servizio di Dio e dei fratelli e con questi sentimenti, lasciò questa terra il 2 marzo 1932 nella sua città di Siviglia, all’età di 86 anni.
La causa per la sua beatificazione fu introdotta presso la Congregazione dei Riti il 10 febbraio 1960. Papa Giovanni Paolo II, durante il suo primo pellegrinaggio in Spagna, la beatificò il 5 novembre 1982 nella sua Siviglia e lo stesso pontefice a distanza di 20 anni l’ha elevata agli onori degli altari della Chiesa universale, canonizzandola a Madrid il 4 maggio 2003, durante il suo quinto viaggio in terra spagnola.
Ricorrenza liturgica al 2 marzo. L'arcidiocesi di Siviglia la ricorda il 5 novembre, anniversario della beatificazione.
 

Autore:
Antonio Borrelli
 

giovedì 9 luglio 2015

Santa Veronica Giuliani, vergine

Orsola nasce il 27 dicembre del 1660 a Mercatello sul Metauro (Pesaro) da Francesco e Benedetta Mancini. E' una delle più grandi mistiche della storia. Ebbe numerose rivelazioni e ricevette le stimmate. Fin dalla più tenera età fu fatta oggetto di grandi doni da parte del Signore: a soli cinque mesi prese a camminare da sola per recarsi a venerare un quadro raffigurante la SS. Trinità. Non aveva ancora sette mesi quando ammonì un negoziante poco onesto. A due o tre anni cominciò a godere delle frequenti visioni di Gesù e Maria. 
Nella fanciullezza, sentendo leggere la vita dei martiri, la santa concepì grande desiderio di patire per amore di Gesù e, desiderosa di soffrire  tutto quello che aveva patito il Signore, che nella settimana santa  le appariva coperto di piaghe, si disciplinava con una grossa corda e si sottoponeva a grandissimi sacrifici.
Il 17 luglio 1677 entrò nel monastero delle Cappuccine di Città di Castello (Perugia).  Qui Dio le elargì un'innumerevole quantità di grazie, doni, privilegi, visioni, estasi, carismi singolari, fenomeni mistici, che in obbedienza al vescovo e confessore del monastero riportò in un diario. Scrisse 21.000 pagine raccolte in 44 volumi! Dopo che Gesù elevò Suor Veronica al suo mistico sposalizio, fu soddisfatta nella sua ardente brama di patire per Lui. In modo misterioso, ma reale e visibile, sperimentò a uno a uno tutti i martiri e gli oltraggi della sua Passione. Nel 1694 divenne maestra delle novizie e ricevette nel capo l'impressione delle spine. Dopo tre anni di digiuno a pane e acqua, il venerdì santo del 1697 le apparvero le stimmate e nel cuore ebbe impressi gli strumenti della Passione. Soffriva talmente, anche in modo visibile agli altri, che veniva chiamata la "sposa del crocifisso".
 
A causa dei fenomeni soprannaturali suor Veronica venne  controllata a lungo e severamente dalle autorità ecclesiastiche competenti e di proposito, fu trattata come una folle, una simulatrice e una bugiarda, fino a  chiuderla in una cella simile ad una prigione. A queste sofferenze suor Veronica univa di continuo indicibili penitenze, accesissime preghiere per la conversione dei peccatori. Sottomessa sempre in vita ai superiori, la santa volle morire il 9 luglio del 1727 dopo 33 giorni di malattia, appena il confessore, il P. Guelfi, le disse: "Suor Veronica, se è volontà di Dio che l'ordine del suo ministro intervenga in quest'ora suprema, vi comando di rendere lo spirito". Il suo corpo riposa sotto l'altare maggiore della chiesa delle Cappuccine in Città di Castello.  E' santa dal 1839.

giovedì 5 febbraio 2015

Santa Agata, vergine e martire

 
Agata, il cui nome in greco Agathé, significava buona, fu martirizzata verso la metà del III secolo, alcuni reperti archeologici risalenti a pochi decenni dalla morte, avvenuta secondo la tradizione il 5 febbraio 251, attestano il suo antichissimo culto.
Agata nacque nei primi decenni del III secolo (235?) a Catania; la Sicilia, come l’intero immenso Impero Romano era soggetta in quei tempi alle persecuzioni contro i cristiani, che erano cominciate, sia pure occasionalmente, intorno al 40 d.C. con Nerone, per proseguire più intense nel II secolo, giustificate da una legge che vietava il culto cristiano.
Nel III secolo, l’editto dell’imperatore Settimio Severo, stabilì che i cristiani potevano essere prima denunciati alle autorità e poi invitati ad abiurare in pubblico la loro nuova fede. Se essi accettavano di ritornare al paganesimo, ricevevano un attestato (libellum), che confermava la loro appartenenza alla religione pagana, in caso contrario se essi rifiutavano di sacrificare agli dei, venivano prima torturati e poi uccisi.
Era un sistema spietato e calcolato, perché l’imperatore tendeva a fare più apostati possibile che martiri, i quali venivano considerati più pericolosi dei cristiani vivi. Nel 249 l’imperatore Decio, visto il diffondersi comunque del cristianesimo, fu ancora più drastico; tutti i cristiani denunciati o no, dovevano essere ricercati automaticamente dalle autorità locali, arrestati, torturati e poi uccisi.
In quel periodo Catania era una città fiorente e benestante, posta in ottima posizione geografica; il suo grande porto, costituiva un vivace punto di scambio commerciale e culturale dell’intero Mediterraneo.
E come per tutte le città dell’Impero Romano, anche Catania aveva un proconsole o governatore, che rappresentava il potere decentrato dell’impero, ormai troppo vasto; il suo nome era Quinziano, uomo brusco, superbo e prepotente e circondato da una corte numerosa, con i familiari, un numero enorme di schiavi e con le guardie imperiali, dimorava nel ricco palazzo Pretorio con annessi altri edifici, in cui si svolgevano tutte le attività pubbliche della città.
Secondo la ‘Passio Sanctae Agathae’ risalente alla seconda metà del V secolo e di cui esistono due traduzioni, una latina e due greche, Agata apparteneva ad una ricca e nobile famiglia catanese, il padre Rao e la madre Apolla, proprietari di case e terreni coltivati, sia in città che nei dintorni, essendo cristiani, educarono Agata secondo la loro religione.
Cresciuta nella sua fanciullezza e adolescenza in bellezza, candore e purezza verginale, sin da piccola sentì nel suo cuore il desiderio di appartenere totalmente a Cristo e quando giunse sui 15 anni, sentì che era giunto il momento di consacrarsi a Dio. Nei primi tempi del cristianesimo le vergini consacrate, con il loro nuovissimo stile di vita, costituivano un’irruzione del divino in un mondo ancora pagano e in disfacimento.
Il vescovo di Catania accolse la sua richiesta e durante una cerimonia ufficiale chiamata ‘velatio’, le impose il ‘flammeum’, cioè il velo rosso portato dalle vergini consacrate. 

Il proconsole di Catania Quinziano, ebbe l’occasione di vederla e se ne incapricciò, e in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, l’accusò di vilipendio della religione di Stato, accusa comune a tutti i cristiani, quindi ordinò che la catturassero e la conducessero al Palazzo Pretorio.
Il proconsole quando la vede viene conquistato dalla sua bellezza e una passione ardente s’impadronisce di lui, ma i suoi tentativi di seduzione non vanno in porto, per la resistenza ferma della giovane Agata.
Egli allora mette in atto un programma di rieducazione della ragazza affidandola ad una cortigiana di facili costumi di nome Afrodisia, affinché la rendesse più disponibile. Trascorse un mese, sottoposta a tentazioni immorali di ogni genere, con festini, divertimenti osceni, banchetti; ma lei resistette indomita nel proteggere la sua verginità consacrata al suo Sposo celeste, al quale volle rimanere fedele ad ogni costo. Sconfitta e delusa, Afrodisia riconsegna a Quinziano Agata dicendo: “Ha la testa più dura della lava dell’Etna”. Allora furioso, il proconsole imbastì un processo contro di lei, che si presentò vestita da schiava come usavano le vergini consacrate a Dio; “Se sei libera e nobile” le obiettò il proconsole, “perché ti comporti da schiava?” e lei risponde “Perché la nobiltà suprema consiste nell’essere schiavi del Cristo”.
Il giorno successivo altro interrogatorio accompagnato da torture. Ad Agata vengono stirate le membra, lacerata con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate, ma ogni tormento invece di spezzarle la resistenza, sembrava darle nuova forza, allora Quinziano al colmo del furore le fece strappare o tagliare i seni con enormi tenaglie.
Questo risvolto delle torture, costituirà in seguito il segno distintivo del suo martirio, infatti Agata viene rappresentata con i due seni posati su un piatto e con le tenaglie. Riportata in cella sanguinante e ferita, soffriva molto per il bruciore e dolore, ma sopportava tutto per l’amore di Dio; verso la mezzanotte mentre era in preghiera nella cella, le appare s. Pietro apostolo, accompagnato da un bambino porta lanterna, che la risana le mammelle amputate. Trascorsi altri quattro giorni nel carcere, viene riportata alla presenza del proconsole, il quale visto le ferite rimarginate, domanda incredulo cosa fosse accaduto, allora la vergine risponde: “Mi ha fatto guarire Cristo”. Ormai Agata costituiva una sconfitta bruciante per Quinziano, che non poteva sopportare oltre, intanto il suo amore si era tramutato in odio e allora ordina che venga bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate.
A questo punto, secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni, non brucia il velo che lei portava; per questa ragione “il velo di sant’Agata” diventò da subito una delle reliquie più preziose; esso è stato portato più volte in processione di fronte alle colate della lava dell’Etna, avendo il potere di fermarla.
Mentre Agata spinta nella fornace ardente brucia, un forte terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla parzialmente seppellendo due carnefici consiglieri di Quinziano; la folla dei catanesi spaventata, si ribella all’atroce supplizio della giovane vergine, allora il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo.
Dopo un anno esatto, il 5 febbraio 252, una violenta eruzione dell’Etna minacciava Catania, molti cristiani e cittadini anche pagani, corsero al suo sepolcro, presero il prodigioso velo che la ricopriva e lo opposero alla lava di fuoco che si arrestò; da allora s. Agata divenne non soltanto la patrona di Catania, ma la protettrice contro le eruzioni vulcaniche e poi contro gli incendi.
(Antonio Borrelli)
Tratto da qui

mercoledì 19 novembre 2014

Santa Matilde, monaca benedettina

 
Della sua vita si sa ben poco, le scarse notizie che si trovano nel libro da lei scritto - Liber Gratiae Specialis - e in quello dell'Araldo del divino amore di Santa Gertrude di Helfta, sono tutto quanto sappiamo di questa importante monaca e mistica dell'Ordine benedettino vissuta nel Medioevo.
 
Nacque attorno al 1240 nel castello di Helfta, in Sassonia, da una delle più nobili e potenti famiglie della Turingia, i Von Hackerborn imparentata con l’imperatore Federico II.
La sorella maggiore, Gertrude, fu badessa nel convento di Helfta.
All'età di sette anni Matilde venne accolta come educanda nel monastero benedettino di Roderdsdorf. Qui la sua vocazione crebbe e la giovane decise di indossare il velo.
Nel 1258 raggiunse la sorella maggiore a Helfta dove, tre anni più tardi, le venne affidata la cura di una giovane monaca che resterà nella storia con il nome di santa Gertrude la Grande o di Helfta. Proprio a quest'ultima Matilde confessò le proprie visioni mistiche.
Da queste confidenze nascerà poi uno dei libri più noti della mistica medievale: il Libro della Grazia speciale (Liber Gratiae specialis).
Matilde ebbe grandi doti intellettuali ed artistiche. Essendo particolarmente dotata nel canto, veniva chiamata l'usignolo di Helfta, le venne affidata la direzione del coro del monastero.  La lode di Dio era per lei l'occupazione primaria della sua vita e l'espressione più profonda ed alta della sua  esistenza. Nella recita e nel canto del divino ufficio tutta la sua anima religiosamente vibrava. Le parole fluivano dolci dalle sue labbra e spesso, durante l'ufficiatura, veniva rapita in estasi. Tutto il suo raccoglimento, la sua pietà e la sua devozione convergevano verso la liturgia, donde essa ricavava ampi lumi di contemplazione e ardente amore divino. Con diligente cura custodiva i suoi sensi infliggendosi dure penitenze e con coraggio mortificava il suo delicato corpo per compensare generosamente, dinanzi alla maestà divina, il male commesso dai peccatori.
La sua grande umiltà, nonostante le sua applicazione costante nell'esercizio delle virtù, la portava ad accusarsi talvolta di pigrizia e di tristezza. Soffriva di atroci mal di testa, che negli ultimi anni (dal 1290 e più ancora dal 1295) si aggravarono, unitamente ad altre infermità, sottoponendola a un vero martirio. Ricevette l'Estrema Unzione il 18 ottobre del 1299 e morì «offrendo il suo cuore al Salvatore e immergendolo in quello di lui» il 19 novembre 1299.

 
 
 

mercoledì 24 luglio 2013

Santa Cristina di Bolsena

Cristina visse a Bolsena in prov. di Viterbo al tempo dell’imperatore Diocleziano (243-312) era  figlia del ‘magister militum’ di Bolsena, Urbano, che decise di rinchiuderla, con altre dodici fanciulle, in una torre affinché venerasse i simulacri degli dei come fosse una vestale.
Ma l’undicenne Cristina, che in cuor suo aveva già conosciuto ed aderito alla fede cristiana, si rifiutò di venerare le statue e dopo una visione di angeli le spezzò.
Invano supplicata di tornare alla fede tradizionale, fu arrestata e flagellata dal padre, che poi la deferì al suo tribunale che la condannò ad una serie di supplizi, tra cui quello della ruota sotto la quale ardevano le fiamme.
Dopo di ciò fu ricondotta in carcere piena di lividi e piaghe; qui la giovane Cristina venne consolata e guarita miracolosamente da tre angeli scesi dal cielo.
Risultato vano anche questo tentativo, lo snaturato ed ostinato padre la condannò all’annegamento, facendola gettare nel lago di Bolsena con una mola legata al collo.
Prodigiosamente la grossa pietra si mise a galleggiare invece di andare a fondo e riportò alla riva la fanciulla, la quale calpestando la pietra una volta giunta, lasciò impresse le impronte dei suoi piedi; questa pietra fu poi trasformata in mensa d’altare.
Di fronte a questo miracolo, il padre scosso e affranto morì, ma le pene di Cristina non finirono, perché il successore di Urbano, il magistrato Dione, infierì ancora di più.
La fece flagellare ma inutilmente, poi gettare in una caldaia bollente piena di pece, resina e olio, da cui Cristina uscì incolume, la fece tagliare i capelli e trascinare nuda per le strade della cittadina lagunare, infine trascinatala nel tempio di Apollo, gli intimò di adorare il dio, ma la fanciulla con uno sguardo fulminante fece cadere l’idolo riducendolo in polvere.
Anche Dione morì e fu sostituito dal magistrato Giuliano, che seguendo i suoi predecessori continuò l’ostinata opera d’intimidazione di Cristina, gettandola in una fornace da cui uscì ancora una volta illesa; questa fornace chiamata dal bolsenesi ‘Fornacella’, si trova a circa due km a sud della città; in un appezzamento di terreno situato fra la Cassia e il lago, nel Medioevo fu inglobata in un oratorio campestre.
Cristina fu indomabile nella sua fede, allora Giuliano la espose ai morsi dei serpenti, portati da un serparo marsicano, i quali invece di morderla, presero a leccarle il sudore. Infine gli arcieri la trafissero mortalmente con due frecce.
A Bolsena il culto a santa Cristina vergine e martire è vivo fin dal IV secolo e perdura ai nostri giorni.
 
 
 
 

mercoledì 10 aprile 2013

Santa Maddalena di Canossa

Maddalena Gabriella nasce a Verona il l° marzo 1774 da nobile e ricca famiglia, terzogenita di sei fratelli. A soli cinque anni rimane orfana di padre. Lo zio Gerolamo, scapolo, si prese cura dei figli del fratello perché la madre Teresa, figlia del conte Szluha, ungherese, dopo due anni di vedovanza, abbandona figli e casa per contrasti familiari e passa a seconde nozze. A quindici anni Maddalena fu travagliata prima da una febbre maligna, poi da una dolorosa sciatica e quindi dal vaiolo. Attratta dall'amore di Dio, a 17 anni desidera consacrare la propria vita a Lui e per due volte tenta l'esperienza del Carmelo. Ritorna in famiglia e, costretta da avvenimenti dolorosi e da tragiche situazioni storiche di fine Settecento, racchiude nel segreto del cuore la sua chiamata e si inserisce nella vita di palazzo Canossa, accettando l'amministrazione del vasto patrimonio familiare. Con impegno e dedizione, Maddalena assolve i suoi doveri quotidiani e allarga la cerchia delle sue amicizie, rimanendo aperta all'azione misteriosa dello Spirito che gradualmente plasma il suo cuore. Accesa da questa carità, Maddalena si apre al grido dei poveri affamati di pane, di istruzione, di comprensione, della Parola di Dio. Li scopre nei quartieri periferici di Verona, dove i riflessi della Rivoluzione francese, le alterne dominazioni di Imperatori stranieri, le Pasque veronesi, avevano lasciato segni di evidenti devastazioni e di umane sofferenze.
Maddalena cerca e trova le prime compagne, chiamate a seguire Cristo povero, casto, obbediente e inviate a testimoniare la sua Carità incondizionata tra i fratelli.
Nel 1808, superate le ultime resistenze della sua famiglia, Maddalena lascia definitivamente il palazzo Canossa per dare inizio, nel quartiere più povero di Verona, a quella che interiormente riconosce essere la volontà del Signore: servire gli uomini più bisognosi con il cuore di Cristo!
L'Istituzione delle Figlie della Carità tra il 1819 e il 1820 ottiene l'approvazione ecclesiastica nelle varie Diocesi dove le Comunità sono presenti.
Sua Santità Leone XII approva la Regola dell'Istituto, con il Breve Si Nobis, il 23 dicembre 1828.
Verso la fine della vita, dopo ripetuti falliti tentativi con don Antonio Rosmini e don Antonio Provolo, Maddalena riesce a dare avvio anche all'Istituto maschile da lei progettato sin dal 1799.
Il 23 maggio 1831 a Venezia apre il primo Oratorio dei Figli della Carità per la formazione cristiana dei ragazzi e degli uomini, affidandolo al sacerdote veneziano don Francesco Luzzo, coadiuvato da due laici bergamaschi: Giuseppe Carsana e Benedetto Belloni.
Maddalena chiude la sua intensa e feconda giornata terrena a soli 61 anni. Muore a Verona assistita dalle sue Figlie il 10 aprile 1835, venerdì di Passione! Viene canonizzata il 2 ottobre 1988 da Papa Giovanni Paolo II.  

lunedì 18 febbraio 2013

Santa Gertrude Comensoli, monaca

 
Caterina nasce  a Bienno in provincia di Brescia, da famiglia povera  il 18 gennaio 1847.  Vive un’infanzia serena in famiglia e con le amiche, frequenta la scuola elementare del paese. Papà Carlo è fucinaro e la mamma Anna Maria Milesi è sarta. Svela fin da bambina la sua sensibilità eucaristica; impaziente di ricevere Gesù, a 6 anni, un mattino, al suon dell’Ave Maria, entra nella chiesina dove si celebra la “Messa prima” e accostatasi alla balaustra tra la gente, riceve la sua Comunione “segreta”. Nel 1867 si consacra nella Compagnia di Sant’Angela Merici.
Ammalatosi il padre nel 1869, per portare aiuto alla famiglia è disposta a lasciare Bienno. La superiora di Brescia, Maddalena Girelli, la indirizza a Chiari (BS) in qualità di domestica, nella rinomata e numerosa famiglia di don Giovanni Battista Rota, che ha ben 3 sorelle appartenenti alla Compagnia di santa Angela.
Nel 1874 la mamma la prega di recarsi a Milano dai conti Vitali Fè residenti a Milano nel Palazzo di Corso Venezia 36, nei ruoli di dama di compagnia e di cura dei due figlioletti maschi: Bartolomeo e Giulio. Caterina si occupa di Bartolomeo fino all’età scolare, Giulio muore a pochi mesi; segue la contessa Ippolita nei suoi movimenti e nei suoi viaggi: Milano, Brescia, Bergamo, San Gervasio d’Adda e in diverse località termali. Rimane a servizio tra Milano e San Gervasio per 8 anni.
Fattasi ormai donna saggia, ricca di capacità umane e di sensibilità interiori, portata a una spiritualità profonda e a una crescente attenzione alle necessità educative delle giovinette, ai poveri e ai malati, matura sempre più in lei l’ideale di fondare un Istituto dedito all’Adorazione e all’Educazione dei piccoli e dei giovani, che si concretizza con l’incontro a Bergamo del sacerdote don Francesco Spinelli. Dal 1879 al 1882 il progetto che delinea con don Francesco, si precisa e, dopo essere stato sottoposto al vescovo di Bergamo mons. Gaetano Camillo Guindani, l’Istituto si fonda il 15 dicembre 1882. In città e in diocesi l’iniziativa è ben accolta, perché è l’unica sul territorio bergamasco con lo scopo primario dell’Adorazione perpetua. La Casa Madre è in Bergamo, ma altre case si aprono, vivente la Fondatrice, in Lombardia e nel Veneto.
Un crollo finanziario sembra portare tutto alla rovina, ma Santa Geltrude, dopo un fugace smarrimento, lo considera una prova richiesta dal Signore e reagisce con forte fede e tenacia, fiduciosa nella Divina Provvidenza, sebbene debba rifugiarsi a Lodi con le suore che le restano vicino nel dolore, nella pazienza e nella speranza della ricostruzione. Tuttavia si sottopone totalmente alla Volontà di Dio “Fate quello che piace a Voi mio Dio, purché restate glorificato eleggo di soffrire qualunque pena. La vostra volontà, non la mia, non cerco me, no, [cerco] la pura gloria del mio Dio;… Amen Fiat”. (Gli Scritti, p. 58, Brescia 1981)
Rinasce l’Istituto rigoglioso e vivo come un tenero albero, che ha trovato le sue radici nel terreno ubertoso della preghiera, della sofferenza, della fede e dell’umiltà; rinasce grazie all’energia e all’equilibrio di Santa Geltrude, delle suore che hanno collaborato con tutte le forze e con tutto l’amore di cui erano capaci per la realizzazione di un sogno che ormai era diventato comune; rinasce grazie al concreto e premuroso sostegno del vescovo di Lodi mons. Giovanni Battista Rota, di Chiari, nella cui famiglia la Comensoli era stata domestica per 5 anni; rinasce grazie al vescovo di Bergamo mons. G.C. Guindani, che nel 1889 raccomanda con premura le Suore Sacramentine a mons. Rota, il quale viene alla determinazione di riconoscere, con decreto 8 settembre 1891, l’Istituto delle Suore Sacramentine di Bergamo, canonicamente eretto in Lodi con Casa Madre temporanea in Lavagna di Comazzo.
La finalità dell’Istituto è duplice: “Adorare Gesù in Sacramento e Attendere ad opere di carità verso il prossimo a seconda delle disposizioni della Divina Provvidenza, avendo di mira specialmente l’educar la gioventù”. Nel 1892 la Comensoli riconquista, sia pur in affitto, la prima casa di Bergamo e ritorna, dopo due anni, con le suore all’amata Casa Madre, culla della Congregazione alla quale dà un impulso decisivo e vitale.
Santa Geltrude lascia aperte 16 case prima della sua morte e l’Istituto con 179 suore; assistono: le operaie nei convitti, nelle filande, nelle tessiture e altri laboratori, le orfane, le ragazze coatte minorenni, le studenti nei pensionati, gli anziani nei ricoveri, i malati di pellagra e le cucine economiche, insegnano il ricamo in oro. Inoltre operano nelle parrocchie e negli oratori, aprono scuole di studio e di lavoro, doposcuola, insegnano in diverse scuole comunali.
Santa Geltrude vede il primo riconoscimento pontificio dell’Istituto nel Decreto di Lode dell’11 aprile 1900 promulgato da Leone XIII.
L’opera di Dio è compiuta!
Santa Geltrude ormai ha dato tutte le garanzie di continuità per l’Adorazione pubblica perpetua a Gesù Sacramentato, ha trasfuso nelle suore il prezioso patrimonio spirituale di preghiera, di umiltà e di carità soprattutto verso i poveri quindi può andare incontro al suo sposo Gesù.
A mezzogiorno del 18 febbraio 1903, piegando il capo verso la finestrella per un ultimo sguardo a Gesù Esposto, muore. Ha solo 56 anni.
Il Decreto del riconoscimento pontificio dell’Istituto avviene nel 1906 e quello delle Costituzioni nel 1910, entrambi emanati da Papa Pio X, che Santa Geltrude aveva conosciuto quando era arcivescovo di Venezia.
Nel mondo, presenti saranno “sempre” le Suore Sacramentine, che con gioia e “brio” prolungano il Carisma di santa Geltrude nell’Adorazione del Mistero Eucaristico e s’impegnano a farlo conoscere ed amare
L’Istituto è presente in tutta l’Italia 1882, in Brasile 1946, in Malawi 1976, in Ecuador 1987, in Kenya 1991, in Bolivia 2005, in Croazia 2006. Nel 1939/1940 le Suore Sacramentine raggiunsero anche l’Etiopia e la Cina, ma in seguito a rivolgimenti politici, le Suore furono internate in “campi” maltrattate e derise e poi espulse nel 1943 dall’Etiopia e nel 1951 dalla Cina.
“Gesù, amarti e farti amare” è stato il desiderio di tutta la vita di santa Geltrude e l’Eredità Spirituale lasciata a tutte le Suore Sacramentine e a tutti gli uomini di buona volontà nel mondo.
E’ stata dichiarata Venerabile, per l’Eroicità delle Virtù, da Papa Giovanni XXIII il 26 aprile 1961.
E’ stata proclamata Beata da Papa Giovanni Paolo II l’1 ottobre 1989.
E’ stata proclamata Santa da Papa Benedetto XVI il 26 aprile 2009.                                  
 


Autore:

Sr Rosetta Morelli



Fonte:

Archivio Storico Suore Sacramentine di Bergamo

giovedì 13 dicembre 2012

Santa Lucia, vergine e martire



Lucia nasce da genitori cristiani a Siracusa intorno al III sec.d.C. Muore martire sotto la persecuzione di Diocleziano, intorno all'anno 304. Esistono gli atti del martirio di Lucia di Siracusa che sono stati rinvenuti in due antiche e diverse redazioni: l’una in lingua greca il cui testo più antico risale al sec. V; l’altra, in quella latina, riconducibile alla fine del sec. V o agli inizi del sec. VI. Da essi si attesta l’esistenza ed il culto di Lucia di Siracusa, che rappresenta così una persona storicamente esistita, morta nel giorno più corto dell'anno e che riflette altresì il modello femminile di una giovane donna cristiana, chiamata da Dio alla verginità, alla povertà e al martirio, che tenacemente affronta tra efferati supplizi.  Il martirio incomincia con la visita di Lucia assieme alla madre Eutichia, al sepolcro di Agata a Catania, per impetrare la guarigione dalla malattia da cui era affetta la madre: un inarrestabile flusso di sangue dal quale non era riuscita a guarire neppure con le dispendiose cure mediche, alle quali si era sottoposta. Lucia ed Eutichia partecipano alla celebrazione eucaristica durante la quale ascoltano proprio la lettura evangelica sulla guarigione di un’emorroissa. Lucia, quindi, incita la madre ad avvicinarsi al sepolcro di Agata e a toccarlo con assoluta fede e cieca fiducia nella guarigione miracolosa per intercessione della potente forza dispensatrice della vergine martire. Lucia, a questo punto, è presa da un profondo sonno che la conduce ad una visione onirica nel corso della quale le appare Agata che, mentre la informa dell’avvenuta guarigione della madre le predice pure il suo futuro martirio, che sarà la gloria di Siracusa così come quello di Agata era stato la gloria di Catania. Al ritorno dal pellegrinaggio, proprio sulla via che le riconduce a Siracusa, Lucia comunica alla madre la sua decisione vocazionale: consacrarsi a Cristo! A tale fine le chiede pure di potere disporre del proprio patrimonio per devolverlo in beneficenza. Lucia è promessa sposa ad un uomo che, forse esacerbato dai continui rinvii del matrimonio, decide di denunciarne al governatore Pascasio la scelta cristiana. Così ella viene condotta al suo cospetto e sottoposta al processo e al conseguente interrogatorio, dopo il quale il governatore le infligge la pena del postrìbolo. Ma ella mossa dalla forza di Cristo, reagisce con risposte provocatorie, che incitano Pascasio ad attuare subito il suo tristo proponimento. Lucia, infatti, gli dice che, dal momento che la sua mente non cederà alla concupiscenza della carne, quale che sia la violenza che potrà subire il suo corpo contro la sua volontà, ella resterà comunque casta, pura e incontaminata nello spirito e nella mente. A questo punto si assiste ad un prodigioso evento: ella diventa inamovibile e salda sicché, nessun tentativo riesce a trasportarla al lupanare, nemmeno i maghi appositamente convocati dallo spietato Pascasio. Esasperato da tale straordinario evento, il cruento governatore ordina che sia bruciata e, dato che neanche il fuoco riesce a scalfirla, egli la farà decapitare. Sicché, piegate le ginocchia, la vergine attende il colpo di grazia e, dopo avere profetizzato la caduta di Diocleziano e Massimiano, è decapitata.

A Siracusa un’inveterata tradizione popolare vuole che, dopo avere esalato l’ultimo respiro, il corpo di Lucia sia stato devotamente tumulato nello stesso luogo del martirio. Infatti, secondo la pia devozione dei suoi concittadini, il corpo della santa fu riposto in un arcosolio, cioè in una nicchia ad arco scavata nel tufo delle catacombe e usata come sepolcro. Fu così che le catacombe di Siracusa, che ricevettero le sacre spoglie di Lucia presero da lei anche il nome e ben presto attorno al suo sepolcro si sviluppò una serie numerosa di altre tombe, perché tutti i cristiani volevano essere tumulati accanto all’amatissima Lucia. Ma, nell'878 Siracusa fu invasa dai Saraceni per cui i cittadini tolsero il suo corpo da lì e lo nascosero in un luogo segreto per sottrarlo alla furia degli invasori. In seguito venne traslato da Siracusa a Costantinopoli e da Costantinopoli a Venezia. Durante la crociata del 1204 i Veneziani lo trasportarono nel monastero di San Giorgio a Venezia ed elessero santa Lucia compatrona della città. Le sante spoglie di Lucia vennero deposte in una chiesa a lei dedicata fino al 1863, anno in cui questa chiesa fu demolita per la costruzione della stazione ferroviaria (che per questo si chiama Santa Lucia), per essere nuovamente traslate nella chiesa dei SS. Geremia e Lucia, dove sono conservate tutt’oggi. 



martedì 16 ottobre 2012

Santa Margherita Maria Alacoque





Margherita nasce il 22
luglio 1647 a Verosvres (Francia) figlia di Claude, notaio e Philiberte. Entra nel Monastero della Visitazione di Paray-le-Monial a ventiquattro anni, vincendo le resistenze dei familiari che invece avevano deciso di sposarla. Il 27 dicembre 1673 Margherita ha un'apparizione, è Gesù che le domanda una particolare devozione al suo Sacro Cuore. Per tali 'incontri mistici' (ne avrà in tutto 17) Margherita subisce maltrattamenti e persecuzioni per l'incomprensione da parte delle sue consorelle e dei superiori, che la giudicavano una fanatica visionaria, fino al provvidenziale incontro col Beato Claudio La Colombière, che divenne preziosa e autorevole guida della mistica suora della Visitazione, che le ordina di scrivere le sue esperienze mistiche, rendendo pubbliche le rivelazioni da lei avute. Margherita Maria sin dall'ingresso nel Monastero si offre vittima al Cuore di Gesù in cambio riceve grazie straordinarie che vive nell'umiltà, nel nascondimento, tra aspre penitenze e mortificazioni, come lei stessa scrive nella sua autobiografia:


« Dormivo sopra un asse o sopra bastoni nodosi, e poi mi battevo con la disciplina, cercando rimedio ai conflitti e ai dolori che sentivo dentro me. Tutto quanto potevo soffrire esteriormente, sebbene le umiliazioni e le contraddizioni di cui ho parlato prima fossero continue e aumentassero invece di diminuire, mi pareva un sollievo in confronto alle pene che soffrivo dentro me e che mi facevo violenza per sopportare in silenzio e tenere nascoste, come il mio buon Maestro m'insegnava. ».
 
Muore il 17 ottobre 1690. Per ispirazione di santa Margherita Maria nasce la devozione al Sacro Cuore di Gesù e la pratica dei primi nove venerdi del mese.  

  

 


lunedì 15 ottobre 2012

Santa Teresa d'Avila

Teresa Sanchez de Cepeda Dávila y Ahumada nasce ad Avila il 28 marzo del 1515. Quei pochi tratti che si conoscono della vita familiare di Teresa sono stati descritti direttamente dalla sua penna nella sua autobiografia. Ebbe tanti fratelli e sorelle, suo padre Alfonso era uomo di grande fede e caritevole verso gli ammalati e i poveri; la madre Beatrice, sposata in seconde nozze, era donna molto virtuosa, bella, intelligente ed onesta. Teresa entra nel Carmelo dell'Incarnazione ad Avila nel 1535, contro la volontà del padre. Comincia per lei un cammino, tracciato dal Signore, di grandi avvenimenti mistici, di fatiche spirituali e fisiche, che la vedono protagonista della storia dell'Ordine Carmelitano come riformatrice e fondatrice di 17 Monasteri, nonchè Madre e Maestra con i suoi scritti spirituali e di Dottrina. Teresa è donna di eccezionali talenti di cuore e di mente, la sua vita è attraversata da dolori e patimenti (misteriose malattie e la salute malferma l'accompagneranno per tutta la vita), ma non si sottrae mai a quello che il Signore le chiede per la salvezza della sua anima e dei suoi fratelli nella fede. Muore ad Alba de Tormes (Salamanca) il 15 ottobre 1582. Viene canonizzata nel 1622. Papa Paolo VI la proclama Dottore della Chiesa nel 1970.         

lunedì 1 ottobre 2012

Santa Teresa di Gesù Bambino

 

Teresa nasce ad Alençon in Francia il 2 gennaio 1873, in una famiglia profondamente cattolica. (I suoi genitori Luigi e Zelia Martin sono stati beatificati da poco). La mamma muore quattro anni dopo e la famiglia si trasferisce a Lisieux. A soli 15 anni entra nel Carmelo. Trascorre gli anni in Monastero nell'umiltà e nella semplicità, compiendo con gioia e nell'obbedienza, desiderando di piacere a Dio solo, le piccole cose di ogni giorno. Santa Teresa è Vergine e Dottore della Chiesa. E' maestra di sapienza perchè ha dimostrato come le piccole e semplici cose fatte con amore e con spirito di oblazione sono gradite a Dio; ha trovato la 'piccola via' , la via dell'infanzia spirituale che nel nascondimento e nell'umiltà fa vivere abbandonata alla volontà di Dio. Disse il Papa Giovanni Paolo II nell' Omelia di proclamazione a Dottore della Chiesa il 19 ottobre 1997: " Tra i "Dottori della Chiesa" Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo è la più giovane, ma il suo cammino spirituale è così maturo ed ardito, le intuizioni di fede presenti nei suoi scritti sono così vaste e profonde, da meritarle un posto tra i grandi maestri dello spirito ". ( Omelia dal sito www.vatican.va ) Possiamo leggere le sue memorie ed esperienze spirituali (che lei scrisse per obbedire alla sua madre Abbadessa) in un volume dal titolo "Storia di un'anima". Si ammala di tubercolosi, soffre moltissimo, il medico che la visita poco prima della morte, dice: " Non ho mai visto soffrire tanto e con tale espressione di gioia soprannaturale. Non riuscirò purtroppo a guarirla; e poi non è fatta per rimanere quaggiù. E' un angelo!" ( tratto dal libro ' Santa Teresa di Lisieux' di Suor Gesualda ed. Paoline 1989). Muore il 30 settembre 1897 a soli 24 anni. " La nostra sorella serbò in morte un sorriso ineffabile e una beltà incantevole. Stringeva talmente il crocifisso, che occorse toglierlo a forza dalle mani per prepararla alla sepoltura". (ibidem)





Questa è la foto vera della santa dopo morta.
Viene dichiarata beata da Papa Pio XI il 29 aprile 1923, e il 17 maggio 1925 viene dichiarata Santa. Il 19 ottobre 1989 il Papa Giovanni Paolo II la dichiara Dottore della Chiesa.
Leggete qui l' Omelia del Papa






lunedì 17 settembre 2012

Santa Hildegarde di Bingen

Hildegarde nasce a Bermersheim vor der Höhe(Assia) nel Castello di Boeckenheim, nel 1098 ultima di dieci figli, da famiglia di nobili origini. Viene portata nel Monastero Benedettino di Disinbodenberg all'età di otto anni come scolara, ma vi resta prendendo i voti come monaca. Nel 1136 diventa Abbadessa. Nel 1147 fonda un Monastero a Bingen, dove si trasferisce, e nel 1165 ne fonda un altro ad Eibingen. Hildegarde è una monaca che ha esperienze mistiche, parla del Cielo e della terra, è colta, scrive musica, riceve messaggi dal Signore, discute con maestri di teologia, di dogmatica e di morale, è esperta di medicina e di scienze naturali, cosmologia, drammaturgia, linguistica, è scrittrice, naturalista, filosofa, poetessa, compositrice. Sono documentati i suoi incontri con Federico Barbarossa, Filippo d'Alsazia, san Bernardo (al quale scrive delle sue esperienze mistiche), Eugenio III. Nonostante sia delicata e di salute cagionevole, intraprende numerosi viaggi per visitare i monasteri, predicare nelle piazze, affrontando una lunga vita piena di lavoro, lotte, contrasti spirituali e di sacrifici. Il suo carattere e le sue capacità esprimono appieno il significato del suo nome 'colei che è audace in battaglia'. Il 17 settembre 1179 termina questa sua battaglia fatta nel nome del Signore. Il suo processo di canonozzazione iniziato tanti secoli fa non si è mai concluso, ma Hildegarde è sempre stata venerata come santa. Papa Benedetto XVI il 10 maggio 2012 l'ha ufficialmente elevata agli onori degli altari e il 7 ottobre la proclamerà Dottore della Chiesa.
Le sue reliquie si trovano nel Monastero Benedettino di Rüdesheim am Rhein (sito ufficiale) .
Oggi la Chiesa ricorda anche san Roberto Bellarmino (qui)   Federico Barbarossa, Filippo d'Alsazia, san Bernardo, Eugenio III 

sabato 11 agosto 2012

Santa Chiara d'Assisi

Chiara nasce ad Assisi nel 1194 da una ricca e nobile famiglia. Ancora giovinetta conosce San Francesco e ne resta affascinata, tanto che appena diciottenne fugge di casa per raggiungerlo alla Porziuncola e condividere lo stesso ideale di vita consacrata. Francesco le taglia i capelli e le fa indossare il saio. Per sfuggire al padre, che tenta anche con la violenza di riportarla a casa, si rifugia nella chiesa di San Damiano, luogo dove nasce l'Ordine femminile delle Clarisse. Chiara viene nominata badessa, è donna di grande austerità, pietà e carità. Mangia solo pane che le viene donato in elemosina, veste panni ruvidi ed indossa un aspro cilicio. Per sè e per le sue monache chiede di vivere in povertà assoluta. Prima della morte ottiene l'approvazione della Regola. Dal 25 luglio 1253 malata, non si alimenta più, resta in attesa che Papa Innocenzo IV, in visita ad Assisi, conceda anche alle monache il privilegio di vivere in povertà come Francesco ha voluto per i suoi fraticelli. L'11 agosto un messo papale porta la bolla con l'approvazione delle Regola. Chiara è rapita in estasi, nelle sue mani stringe la pergamena, sorride e rende serenamente l'anima a Dio. Solo due anni dopo la morte il Papa Alessandro IV la proclama santa. Il corpo incorrotto riposa ad Assisi nella chiesa del Monastero delle Clarisse, dove possiamo anche vedere abiti ed oggetti a lei appartenuti. Santa Chiara nella sua vita in monastero operò tanti miracoli, uno in particolare merita di essere ricordato per la valenza storica e religiosa. Nel 1243 Assisi è minacciata dall'esercito dell'imperatore Federico II che conta tra le sue fila anche soldati Saraceni. Chiara sbaragliò quegli uomini, salvando Assisi, mostrando loro la pisside contenente il Santissimo Sacramento!
 
Da leggere anche l'articolo di M. Introvigne su Santa Chiara

giovedì 9 agosto 2012

Santa Teresa Benedetta della Croce, Patrona d'Europa

 
Edith Stein, filosofo, discepola e assistente personale di Husserl, donna autonoma, assetata di sapere, determinata, di grandi capacità intellettuali. Nasce da famiglia ebrea, praticante ed osservante, a Breslavia il 12 ottobre 1891. Ancora giovinetta rinuncia ad ogni pratica religiosa, ma ha una grande deferenza verso la religiosità di sua madre. Nel frattempo studia, si laurea, scrive libri, e pian piano matura in lei la ferma convinzione di diventare cattolica. La lettura della biografia di Santa Teresa d'Avila le dona la certezza della sua conversione, ed esclama: '...questa è la verità'. Il 1 gennaio del 1922 riceve il battesimo. La cosa più difficile è dirlo alla madre che resta sconvolta dalla decisione della figlia prediletta. Si abbracciano e piangono in silenzio avvolte dal mistero di un amore disinteressato, profondo ed autentico che provano l'una per l'altra. Edith resta in famiglia per sei mesi. Il dolore della madre è per Edith una dura prova, che cerca di alleggerire con la tenerezza e le attenzioni. Intanto cresce nel suo cuore il desiderio di entrare nel Carmelo di Colonia. Il momento più duro arriva quando Edith deve informare la madre della sua decisione. Emblematica è la frase della sorella Erna: 'Ciò che è terribile nella vita è che quello che rende felici gli uni rappresenta per gli altri la peggiore delle catastrofi'. Il 14 ottobre 1933 varca la soglia del Carmelo. Il 15 aprile 1934 riceve il sacro abito ed il nome Teresia benedicta a Cruce (Teresa benedetta dalla Croce). Nel frattempo lo spettro nazionalsocialista ha cominciato a stendere il suo velo di morte decretato da Hitler il 30 gennaio 1939. Suor Teresa si affida alla volontà del Signore. Parte della sua famiglia si salverà mentre altri moriranno nei campi di concentramento. Viene trasferita al Carmelo di Echt (Olanda) e la sorella Rosa convertitasi al Cattolicesimo entrerà nello stesso Monastero. Ormai insieme, le due sorelle passano molto tempo in preghiera. Il 2 agosto 1942 vengono prelevate dalla Gestapo e deportate ad Auschwitz, dove muoiono nella camera a gas il 9 agosto. Edith Stein viene canonizzata da Papa Giovanni Paolo II nel 1998. Il Papa l'ha proclamata per la sua saggezza ed i suoi scritti anche Dottore della Chiesa e Patrona d'Europa insieme a Santa Caterina da Siena e Santa Brigida di Svezia.        

 
L'Opera di Edith Stein non è stata ancora intreramente pubblicata. Gli scritti più importanti sono stati raccolti in diciassette volumi. Il primo volume in basso è una sua biografia scritta da Joachim Bouflet edito da Paoline nel 1998.
 

Per saperne di più andate qui

Questo è un pezzo tratto dal libro di V. Messori 'Pensare la storia'