Margherita nasce a Laviano, un paesino in provincia di Pisa, nel 1247, da una povera famiglia di contadini. Diventa presto orfana di mamma, suo padre si risposa e Margherita viene allevata da una matrigna gelosa e bisbetica, in mezzo a maltrattamenti ed angherie. Essendo molto bella è ammirata e corteggiata e all'età di 17 anni scappa di casa per realizzare il suo sogno d’amore con un giovane nobile di Montepulciano, Raniero dei Pecora, signori di Valiano, che la porta con sé nel suo castello e la fa sua amante per nove anni, ma che non la sposa, nemmeno quando dalla loro unione nasce un figlio. Raniero nel 1273, durante una battuta di caccia viene assassinato. Si dice che sia stato un cagnolino ad aiutare Margherita a ritrovarne il cadavere. Subito dopo il funerale la famiglia di lui la caccia sdegnosamente di casa insieme al figlio e così Margherita, da un giorno all’altro, passa dalle agiatezze di una vita mondana e dispendiosa alle misere condizioni di una ragazza madre, senza un tetto e senza di che mangiare. Va a stabilirsi a Cortona, trovando una casa e un lavoro come ostetrica, e qui avviene la sua metamorfosi. Conquistata dall’ideale francescano affida la cura del figlio ai frati minori di Arezzo e nel 1277 divenne terziaria e oblata francescana per dedicarsi agli ammalati poveri, visitandoli e curandoli a domicilio. Raduna attorno a sé un gruppo di volontarie e insieme a loro organizza una rete fittissima di carità per chiunque abbia bisogno di aiuto e così nel 1278 apre il primo ospedale per i poveri di Cortona. L’assistenza è assicurata dalla confraternita delle Poverelle e dai Mantellati, per la quale ha scritto gli Statuti di chiara impronta francescana ed alla quale, soprattutto, offre la testimonianza della sua vita interamente votata ai più deboli. Scende in piazza, quando è necessario, per pacificare gli animi e per rasserenare il turbolento clima politico del suo tempo, ma, soprattutto, Margherita si dedica ad una intensa vita di preghiera e ad una grande penitenza, che la portano alle più alte vette della mistica, nella Rocca sopra Cortona, dove ha ricavato una piccola cella in cui vive gli ultimi anni in meditazione e solitudine. Qui muore il 22 febbraio 1297, ad appena 50 anni. Nel 1728 papa Benedetto XIII la proclama santa. Il suo corpo incorrotto è custodito a Cortona.
MITTITE RETE ET INVENIETIS
Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: " Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)
Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)
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mercoledì 22 febbraio 2017
mercoledì 19 novembre 2014
Santa Matilde, monaca benedettina
Della sua vita si sa ben poco, le scarse notizie che si trovano nel libro da lei scritto - Liber Gratiae Specialis - e in quello dell'Araldo del divino amore di Santa Gertrude di Helfta, sono tutto quanto sappiamo di questa importante monaca e mistica dell'Ordine benedettino vissuta nel Medioevo.
Nacque attorno al 1240 nel castello di Helfta, in Sassonia, da una delle più nobili e potenti famiglie della Turingia, i Von Hackerborn imparentata con l’imperatore Federico II.
La sorella maggiore, Gertrude, fu badessa nel convento di Helfta.
All'età di sette anni Matilde venne accolta come educanda nel monastero benedettino di Roderdsdorf. Qui la sua vocazione crebbe e la giovane decise di indossare il velo.
Nel 1258 raggiunse la sorella maggiore a Helfta dove, tre anni più tardi, le venne affidata la cura di una giovane monaca che resterà nella storia con il nome di santa Gertrude la Grande o di Helfta. Proprio a quest'ultima Matilde confessò le proprie visioni mistiche.
Da queste confidenze nascerà poi uno dei libri più noti della mistica medievale: il Libro della Grazia speciale (Liber Gratiae specialis).
Matilde ebbe grandi doti intellettuali ed artistiche. Essendo particolarmente dotata nel canto, veniva chiamata l'usignolo di Helfta, le venne affidata la direzione del coro del monastero. La lode di Dio era per lei l'occupazione primaria della sua vita e l'espressione più profonda ed alta della sua esistenza. Nella recita e nel canto del divino ufficio tutta la sua anima religiosamente vibrava. Le parole fluivano dolci dalle sue labbra e spesso, durante l'ufficiatura, veniva rapita in estasi. Tutto il suo raccoglimento, la sua pietà e la sua devozione convergevano verso la liturgia, donde essa ricavava ampi lumi di contemplazione e ardente amore divino. Con diligente cura custodiva i suoi sensi infliggendosi dure penitenze e con coraggio mortificava il suo delicato corpo per compensare generosamente, dinanzi alla maestà divina, il male commesso dai peccatori.
La sua grande umiltà, nonostante le sua applicazione costante nell'esercizio delle virtù, la portava ad accusarsi talvolta di pigrizia e di tristezza. Soffriva di atroci mal di testa, che negli ultimi anni (dal 1290 e più ancora dal 1295) si aggravarono, unitamente ad altre infermità, sottoponendola a un vero martirio. Ricevette l'Estrema Unzione il 18 ottobre del 1299 e morì «offrendo il suo cuore al Salvatore e immergendolo in quello di lui» il 19 novembre 1299.
La sua grande umiltà, nonostante le sua applicazione costante nell'esercizio delle virtù, la portava ad accusarsi talvolta di pigrizia e di tristezza. Soffriva di atroci mal di testa, che negli ultimi anni (dal 1290 e più ancora dal 1295) si aggravarono, unitamente ad altre infermità, sottoponendola a un vero martirio. Ricevette l'Estrema Unzione il 18 ottobre del 1299 e morì «offrendo il suo cuore al Salvatore e immergendolo in quello di lui» il 19 novembre 1299.
lunedì 29 luglio 2013
Santa Marta
Marta è la sorella di Maria e di Lazzaro, l'amico che Gesù ha risuscitato dal sepolcro. Gesù si fermava spesso nella loro casa e nel Vangelo ne troviamo notizia. In esso Marta viene descritta come la donna di casa, sollecita e indaffarata per accogliere degnamente il gradito ospite, mentre la sorella Maria preferisce starsene quieta in ascolto delle parole del Maestro. Alla rimostranza di Marta verso la sorella che non l'aiuta, Gesù risponde con un benevolo rimprovero: "Marta, Marta, tu t'inquieti e ti affanni per molte cose; una sola è necessaria: Maria invece ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta". La lezione impartitale dal Maestro non riguarda, evidentemente, la sua encomiabile laboriosità, ma l'eccesso di affanno per le cose materiali a scapito della vita interiore. Questa immagine mi piace particolarmente: riassume, in una pennellata di colore, quella che dovrebbe essere la vita di ciascuno di noi, spesa tra azione e preghiera. Bello quel mestolo che sembra d'oro, quasi a significare la preziosità del lavoro manuale e quel libro in mano per ricordarci che tutto è preghiera dalla quale scaturisce ogni nostra azione. Quindi affanniamoci pure nelle attività quotidiane, prendendo come modello santa Marta, che la Chiesa ci addita come esempio di vita contemplativa (Marta è una vera benedettina) ma teniamo alto lo sguardo, a Dio che ci benedice se operiamo nel suo nome e per suo amore, e lasciamo che avanzi un momento importante nella nostra giornata per dire un'Ave Maria ed anche qualcosa di più!
martedì 7 maggio 2013
Venerabile Maria Cristina, Regina
La venerabile Maria Cristina, regina del Regno delle due Sicilie, è nata a Cagliari il 14 novembre 1812 mentre i genitori Vittorio Emanuele I di Savoia e Maria Teresa d’Asburgo d’Austria, erano in esilio. Fu subito consacrata alla Madonna dalla regina sua madre, consacrazione che fu poi rinnovata da Maria Cristina stessa, appena fu in grado d’intendere e volere.
Nel 1815 le quattro principesse Maria Beatrice, le gemelle Marianna e Maria Teresa e Maria Cristina, insieme alla loro madre raggiunsero Torino, dove il re un anno prima aveva fatto ritorno, essendo mutate le condizioni politiche. Le principesse e soprattutto Maria Cristina, crescevano a corte come se fossero in un ambiente oratoriano, guidate dalla regina e dal padre confessore l’olivetano Giovan Battista Terzi.
Crebbe nella sua fanciullezza formandosi ad una cultura consona ad una principessa e ad una spiritualità profonda; quando ebbe nove anni, il re Vittorio Emanuele I, dovette rinunziare al trono e dopo un periodo d’esilio a Nizza si stabilì a Moncalieri con tutta la famiglia e qui morì dopo tre anni nel 1824.
Nei due anni successivi partecipò insieme alla madre ed alla sorella Marianna ai riti del Giubileo del 1825 andando a Roma, al ritorno si stabilì a Genova, riducendo le sue attività alla formazione e alla conduzione della casa, intanto a 20 anni le morì anche la madre e suo unico conforto rimase padre Terzi.
Ritornò a Torino per disposizione del re Carlo Alberto, dove però le incomprensioni in cui si venne a trovare a corte la fecero molto soffrire, qui sorse in lei il desiderio di diventare suora di clausura; ma il suo direttore spirituale la dissuase, essendo al corrente dei piani di Carlo Alberto che l’aveva destinata come sposa al re di Napoli Ferdinando II, al che lei accettò la richiesta di matrimonio come volontà di Dio.
Il rito religioso avvenne a Genova il 21 novembre 1832, nel santuario di Maria SS. dell’Acqua Santa. Il 26 novembre, gli sposi s’imbarcarono per Napoli, dove giunsero il giorno 30; sotto una pioggia torrenziale furono accolti da una folla festante ed in preda ad un entusiasmo che ha sempre contraddistinto l’espansività dei napoletani.
Iniziò il suo regno accanto al ventiduenne Ferdinando, che già regnava da tre anni; a corte leggeva ogni giorno la Bibbia e l’Imitazione di Cristo e la sua religiosità fu ben presto conosciuta nel palazzo e dal popolo; quando in carrozza, incontrava un sacerdote con il Viatico per qualche ammalato, fermava la carrozza, scendeva e si inginocchiava a terra anche nel fango delle strade di allora; fece in modo che a tutti a corte, fosse possibile partecipare alla s. Messa nei giorni festivi.
La carità verso i bisognosi, l’occupò in pieno, si dice che il Terzi avesse presso di sé un baule pieno di ricevute di chi aveva avuto un beneficio. Provvide d’accordo con il re, che una parte del denaro destinato ai festeggiamenti per il loro matrimonio, venisse usato per dare una dote a 240 giovani spose e al riscatto di un buon numero di pegni depositati al Monte di Pietà.
Dopo tre anni di sposa, la mancanza di un figlio che non veniva, faceva molto soffrire Maria Cristina, che pregava incessantemente per ciò e finalmente nel 1835, avvertì in sé il sorgere di una gravidanza; passò gli ultimi mesi nella reggia di Portici per stare più calma, ma già presagiva qualcosa, perché all’avvicinarsi del parto, scriveva alla sorella, duchessa di Lucca: “Questa vecchia va a Napoli per partorire e morire”, purtroppo era vero, infatti l’erede al trono nacque il 16 gennaio e già il 29 Maria Cristina era morente per complicazioni sopravvenute; prendendo in braccio il tanto atteso piccolo Francesco e porgendolo al re suo marito, disse: “ Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui”.
Il 31 gennaio 1836 in piena comunione con Dio, si addormentò per sempre fra la costernazione generale. Aveva poco più di 23 anni ed era stata regina per appena tre anni; i solenni funerali furono celebrati l’8 febbraio e il giorno seguente il suo corpo fu tumulato nella Basilica di s. Chiara, dove è tuttora.
Dopo la sua morte la fama di santità, che già godette in vita, si accrebbe e il popolo accorreva a pregare presso la tomba della ‘Regina santa’ e fatti prodigiosi si avverarono per sua intercessione.
Pio IX nel 1859, firmò il decreto d’introduzione della causa di beatificazione, dandole il titolo di venerabile. La pratica andò avanti nei vari stadi con le relative approvazioni canoniche, anche per l’interessamento del re Francesco II “il figlio della santa”; il 6 maggio 1937, Pio XI dichiarò eroiche le sue virtù.
Nel 1815 le quattro principesse Maria Beatrice, le gemelle Marianna e Maria Teresa e Maria Cristina, insieme alla loro madre raggiunsero Torino, dove il re un anno prima aveva fatto ritorno, essendo mutate le condizioni politiche. Le principesse e soprattutto Maria Cristina, crescevano a corte come se fossero in un ambiente oratoriano, guidate dalla regina e dal padre confessore l’olivetano Giovan Battista Terzi.
Crebbe nella sua fanciullezza formandosi ad una cultura consona ad una principessa e ad una spiritualità profonda; quando ebbe nove anni, il re Vittorio Emanuele I, dovette rinunziare al trono e dopo un periodo d’esilio a Nizza si stabilì a Moncalieri con tutta la famiglia e qui morì dopo tre anni nel 1824.
Nei due anni successivi partecipò insieme alla madre ed alla sorella Marianna ai riti del Giubileo del 1825 andando a Roma, al ritorno si stabilì a Genova, riducendo le sue attività alla formazione e alla conduzione della casa, intanto a 20 anni le morì anche la madre e suo unico conforto rimase padre Terzi.
Ritornò a Torino per disposizione del re Carlo Alberto, dove però le incomprensioni in cui si venne a trovare a corte la fecero molto soffrire, qui sorse in lei il desiderio di diventare suora di clausura; ma il suo direttore spirituale la dissuase, essendo al corrente dei piani di Carlo Alberto che l’aveva destinata come sposa al re di Napoli Ferdinando II, al che lei accettò la richiesta di matrimonio come volontà di Dio.
Il rito religioso avvenne a Genova il 21 novembre 1832, nel santuario di Maria SS. dell’Acqua Santa. Il 26 novembre, gli sposi s’imbarcarono per Napoli, dove giunsero il giorno 30; sotto una pioggia torrenziale furono accolti da una folla festante ed in preda ad un entusiasmo che ha sempre contraddistinto l’espansività dei napoletani.
Iniziò il suo regno accanto al ventiduenne Ferdinando, che già regnava da tre anni; a corte leggeva ogni giorno la Bibbia e l’Imitazione di Cristo e la sua religiosità fu ben presto conosciuta nel palazzo e dal popolo; quando in carrozza, incontrava un sacerdote con il Viatico per qualche ammalato, fermava la carrozza, scendeva e si inginocchiava a terra anche nel fango delle strade di allora; fece in modo che a tutti a corte, fosse possibile partecipare alla s. Messa nei giorni festivi.
La carità verso i bisognosi, l’occupò in pieno, si dice che il Terzi avesse presso di sé un baule pieno di ricevute di chi aveva avuto un beneficio. Provvide d’accordo con il re, che una parte del denaro destinato ai festeggiamenti per il loro matrimonio, venisse usato per dare una dote a 240 giovani spose e al riscatto di un buon numero di pegni depositati al Monte di Pietà.
Dopo tre anni di sposa, la mancanza di un figlio che non veniva, faceva molto soffrire Maria Cristina, che pregava incessantemente per ciò e finalmente nel 1835, avvertì in sé il sorgere di una gravidanza; passò gli ultimi mesi nella reggia di Portici per stare più calma, ma già presagiva qualcosa, perché all’avvicinarsi del parto, scriveva alla sorella, duchessa di Lucca: “Questa vecchia va a Napoli per partorire e morire”, purtroppo era vero, infatti l’erede al trono nacque il 16 gennaio e già il 29 Maria Cristina era morente per complicazioni sopravvenute; prendendo in braccio il tanto atteso piccolo Francesco e porgendolo al re suo marito, disse: “ Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui”.
Il 31 gennaio 1836 in piena comunione con Dio, si addormentò per sempre fra la costernazione generale. Aveva poco più di 23 anni ed era stata regina per appena tre anni; i solenni funerali furono celebrati l’8 febbraio e il giorno seguente il suo corpo fu tumulato nella Basilica di s. Chiara, dove è tuttora.
Dopo la sua morte la fama di santità, che già godette in vita, si accrebbe e il popolo accorreva a pregare presso la tomba della ‘Regina santa’ e fatti prodigiosi si avverarono per sua intercessione.
Pio IX nel 1859, firmò il decreto d’introduzione della causa di beatificazione, dandole il titolo di venerabile. La pratica andò avanti nei vari stadi con le relative approvazioni canoniche, anche per l’interessamento del re Francesco II “il figlio della santa”; il 6 maggio 1937, Pio XI dichiarò eroiche le sue virtù.
Autore: Antonio Borrelli
mercoledì 10 aprile 2013
Santa Maddalena di Canossa
Maddalena Gabriella nasce a Verona il l° marzo 1774 da nobile e ricca famiglia, terzogenita di sei fratelli. A soli cinque anni rimane orfana di padre. Lo zio Gerolamo, scapolo, si prese cura dei figli del fratello perché la madre Teresa, figlia del conte Szluha, ungherese, dopo due anni di vedovanza, abbandona figli e casa per contrasti familiari e passa a seconde nozze. A quindici anni Maddalena fu travagliata prima da una febbre maligna, poi da una dolorosa sciatica e quindi dal vaiolo. Attratta dall'amore di Dio, a 17 anni desidera consacrare la propria vita a Lui e per due volte tenta l'esperienza del Carmelo. Ritorna in famiglia e, costretta da avvenimenti dolorosi e da tragiche situazioni storiche di fine Settecento, racchiude nel segreto del cuore la sua chiamata e si inserisce nella vita di palazzo Canossa, accettando l'amministrazione del vasto patrimonio familiare. Con impegno e dedizione, Maddalena assolve i suoi doveri quotidiani e allarga la cerchia delle sue amicizie, rimanendo aperta all'azione misteriosa dello Spirito che gradualmente plasma il suo cuore. Accesa da questa carità, Maddalena si apre al grido dei poveri affamati di pane, di istruzione, di comprensione, della Parola di Dio. Li scopre nei quartieri periferici di Verona, dove i riflessi della Rivoluzione francese, le alterne dominazioni di Imperatori stranieri, le Pasque veronesi, avevano lasciato segni di evidenti devastazioni e di umane sofferenze.
Maddalena cerca e trova le prime compagne, chiamate a seguire Cristo povero, casto, obbediente e inviate a testimoniare la sua Carità incondizionata tra i fratelli.
Nel 1808, superate le ultime resistenze della sua famiglia, Maddalena lascia definitivamente il palazzo Canossa per dare inizio, nel quartiere più povero di Verona, a quella che interiormente riconosce essere la volontà del Signore: servire gli uomini più bisognosi con il cuore di Cristo!
L'Istituzione delle Figlie della Carità tra il 1819 e il 1820 ottiene l'approvazione ecclesiastica nelle varie Diocesi dove le Comunità sono presenti.
Sua Santità Leone XII approva la Regola dell'Istituto, con il Breve Si Nobis, il 23 dicembre 1828.
Verso la fine della vita, dopo ripetuti falliti tentativi con don Antonio Rosmini e don Antonio Provolo, Maddalena riesce a dare avvio anche all'Istituto maschile da lei progettato sin dal 1799.
Il 23 maggio 1831 a Venezia apre il primo Oratorio dei Figli della Carità per la formazione cristiana dei ragazzi e degli uomini, affidandolo al sacerdote veneziano don Francesco Luzzo, coadiuvato da due laici bergamaschi: Giuseppe Carsana e Benedetto Belloni.
Maddalena chiude la sua intensa e feconda giornata terrena a soli 61 anni. Muore a Verona assistita dalle sue Figlie il 10 aprile 1835, venerdì di Passione! Viene canonizzata il 2 ottobre 1988 da Papa Giovanni Paolo II.
martedì 22 gennaio 2013
Beata Laura Vicuña
Laura nasce a Santiago del Cile il 5 aprile 1891. Il padre, di nobile famiglia, è un militare in carriera che, allo scoppio della guerra civile, è costretto a fuggire con la moglie e la piccola Laura verso il sud del Paese. Muore di lì a poco, lasciando la moglie in gravi difficoltà economiche, Laura che ha solo due anni ed un'altra bambina in arrivo. Così la piccola famiglia si trasferisce in Argentina presso una tenuta agricola dove la mamma trova lavoro, ed in seguito accetta di vivere con il ricco imprenditore agricolo e padrone della tenuta, Manuel Mora, che si prende cura dell'educazione delle due bambine. A tale scopo vengono affidate nel gennaio 1900 ad un piccolo collegio missionario tenuto dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, situato a Junin de los Andes ai confini con il Cile, patria natia di Laura. La situazione di precarietà della madre, la sua convivenza con un uomo fuori dal sacramento cattolico del matrimonio e il suo allontanamento dalla fede sono per Laura fonte di sofferenza e preoccupazione. Sono tre i capisaldi della sua "regola di vita": servire Dio per tutta la vita, preferire la morte piuttosto che offendere Dio con il peccato, fare tutto il possibile per far conoscere e amare Dio alle persone a lei più prossime, in particolare alla madre. Laura emette privatamente i voti di castità, povertà ed obbedienza ed offre la sua giovane vita al Signore per la conversione della madre. Vive la sua giovane età nelle mortificazioni, nella preghiera, nel digiuno. Più volte deve respingere le attenzioni morbose che il convivente della mamma le rivolge e subire le sue percosse. Nel 1903 lascia il collegio perché molto malata e va a vivere con la mamma in un appartamento a Junín de Los Andes. Il 22 gennaio riceve il Viatico e quella sera dice alla madre: “Mamma, io muoio! Io stessa l’ho chiesto a Gesù. Sono quasi due anni che gli ho offerto la vita per te, per ottenere la grazia del tuo ritorno alla fede. Mamma, prima della morte non avrò la gioia di vederti pentita?”. Questa le promette di cambiare completamente vita. Laura muore serenamente dopo aver pronunciato queste ultime gioiose parole: “Grazie, Gesù! Grazie, Maria! Ora muoio contenta!”
In occasione del funerale la mamma tornò ad accostarsi ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia.
La tomba di Laura è collocata nella cappella del Collegio Maria Ausiliatrice di Bahia Blanca, in Argentina. Laura del Carmen Vicuña, poema di candore, di amore filiale e di sacrificio, è stata beatificata dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II il 3 settembre 1988 sul Colle delle beatitudini giovanili, presso Castelnuovo Don Bosco, in provincia di Asti.
In occasione del funerale la mamma tornò ad accostarsi ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia.
La tomba di Laura è collocata nella cappella del Collegio Maria Ausiliatrice di Bahia Blanca, in Argentina. Laura del Carmen Vicuña, poema di candore, di amore filiale e di sacrificio, è stata beatificata dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II il 3 settembre 1988 sul Colle delle beatitudini giovanili, presso Castelnuovo Don Bosco, in provincia di Asti.
giovedì 13 dicembre 2012
Santa Lucia, vergine e martire
Lucia nasce da genitori cristiani a Siracusa intorno al III sec.d.C. Muore martire sotto la persecuzione di Diocleziano, intorno all'anno 304. Esistono gli atti del martirio di Lucia di Siracusa che sono stati rinvenuti in due antiche e diverse redazioni: l’una in lingua greca il cui testo più antico risale al sec. V; l’altra, in quella latina, riconducibile alla fine del sec. V o agli inizi del sec. VI. Da essi si attesta l’esistenza ed il culto di Lucia di Siracusa, che rappresenta così una persona
storicamente esistita, morta nel giorno più corto dell'anno e che riflette
altresì il modello femminile di una giovane donna cristiana, chiamata da Dio
alla verginità, alla povertà e al martirio, che tenacemente affronta tra
efferati supplizi. Il martirio incomincia con la visita di Lucia assieme alla madre Eutichia, al sepolcro di Agata a Catania, per impetrare la guarigione dalla malattia da cui era affetta la madre: un inarrestabile flusso di sangue dal quale non era riuscita a guarire neppure con le dispendiose cure mediche, alle quali si era sottoposta. Lucia ed Eutichia partecipano alla celebrazione eucaristica durante la quale ascoltano proprio la lettura evangelica sulla guarigione di un’emorroissa. Lucia, quindi, incita la madre ad avvicinarsi al sepolcro di Agata e a toccarlo con assoluta fede e cieca fiducia nella guarigione miracolosa per intercessione della potente forza dispensatrice della vergine martire. Lucia, a questo punto, è presa da un profondo sonno che la conduce ad una visione onirica nel corso della quale le appare Agata che, mentre la informa dell’avvenuta guarigione della madre le predice pure il suo futuro martirio, che sarà la gloria di Siracusa così come quello di Agata era stato la gloria di Catania. Al ritorno dal pellegrinaggio, proprio sulla via che le riconduce a Siracusa, Lucia comunica alla madre la sua decisione vocazionale: consacrarsi a Cristo! A tale fine le chiede pure di potere disporre del proprio patrimonio per devolverlo in beneficenza. Lucia è promessa sposa ad un uomo che, forse esacerbato dai continui rinvii del
matrimonio, decide di denunciarne al governatore Pascasio la scelta cristiana. Così ella viene condotta al suo cospetto e sottoposta al
processo e al conseguente interrogatorio, dopo il quale il governatore le infligge la pena del postrìbolo. Ma ella mossa dalla forza di Cristo, reagisce con risposte provocatorie, che incitano Pascasio ad attuare subito il suo tristo proponimento. Lucia, infatti, gli dice che, dal momento che la sua mente non cederà alla concupiscenza della carne, quale che sia la violenza che potrà subire il suo corpo contro la sua volontà, ella resterà comunque casta, pura e incontaminata nello spirito e nella mente. A questo punto si assiste ad un prodigioso evento: ella diventa inamovibile e salda sicché, nessun tentativo riesce a trasportarla al lupanare, nemmeno i maghi appositamente convocati dallo spietato Pascasio. Esasperato da tale straordinario evento, il cruento governatore ordina che sia bruciata e, dato che neanche il fuoco riesce a scalfirla, egli la farà decapitare. Sicché, piegate le ginocchia, la vergine attende il colpo di grazia e, dopo avere profetizzato la caduta di Diocleziano e Massimiano, è decapitata.
A Siracusa un’inveterata tradizione popolare vuole che, dopo avere esalato
l’ultimo respiro, il corpo di Lucia sia stato devotamente tumulato nello stesso
luogo del martirio. Infatti, secondo la pia devozione dei suoi concittadini,
il corpo della santa fu riposto in un arcosolio, cioè in una nicchia ad arco
scavata nel tufo delle catacombe e usata come sepolcro. Fu così che le catacombe
di Siracusa, che ricevettero le sacre spoglie di Lucia presero da lei
anche il nome e ben presto attorno al suo sepolcro si sviluppò una serie
numerosa di altre tombe, perché tutti i cristiani volevano essere tumulati
accanto all’amatissima Lucia. Ma, nell'878 Siracusa fu invasa dai Saraceni per
cui i cittadini tolsero il suo corpo da lì e lo nascosero in un luogo segreto
per sottrarlo alla furia degli invasori. In seguito venne traslato da Siracusa a
Costantinopoli e da Costantinopoli a Venezia. Durante la crociata del 1204 i Veneziani lo trasportarono nel monastero di San
Giorgio a Venezia ed elessero santa Lucia compatrona della città. Le sante spoglie di Lucia vennero deposte in una chiesa a lei dedicata fino al 1863, anno in cui questa chiesa fu demolita per la costruzione della stazione ferroviaria (che per
questo si chiama Santa Lucia), per essere nuovamente traslate nella chiesa dei SS.
Geremia e Lucia, dove sono conservate tutt’oggi.
lunedì 27 agosto 2012
Santa Monica, madre di sant'Agostino
Monica nasce a Tagaste, in Numidia, nel 332 in una famiglia cristiana. Fin da giovinetta conosce e medita le Sacre Scritture. Viene data in sposa a Patrizio, un uomo non cristiano facile all'ira ed autoritario, che non le risparmia, durante la vita matrimoniale, asprezze ed infedeltà. Monica con il suo carattere mite ed amabile e con la sua bontà riuscirà a far fronte ai pettegolezzi delle ancelle, alla suscettibilità della suocera ed al carattere non facile del marito, ottenendo la grazia della sua conversione ed il battesimo sul letto di morte nel 369. Così Monica a 39 anni resta vedova con tre figli, uno dei quali, Agostino, le riserva angustie, pene e preoccupazioni. Per questo figlio dalla condotta immorale e lontano dalla fede, verserà le sue lacrime più dolorose chiedendone al Signore la conversione. Monica è sostenuta da visioni celesti e da una fede granitica. Per non abbandonare Agostino a se stesso lo segue anche a Milano, dove finalmente, dopo aver conosciuto sant'Ambrogio, deciderà di tornare alla fede cattolica e di consacrarsi totalmente al servizio di Dio. Monica ha svolto tutta la sua missione di madre. Ormai non prova più attrattiva per il mondo, è pronta per tornare alla casa del Padre. Muore a 56 anni ad Ostia dopo qualche giorno di febbre. Ora le sue reliquie riposano a Roma nella chiesa di Sant'Agostino. Monica è venerata come modello e patrona della madri cristiane. Donna forte, coraggiosa, intelligente e sensibile, con le sue lacrime e le incessanti preghiere ottenne la salvezza dell'anima di suo figlio, quel figlio che ella ha generato due volte e che il Signore ha voluto colmare di eterne benedizioni.
mercoledì 7 marzo 2012
Sante Perpetua e Felicita, martiri
Perpetua e Felicita unite nello stesso destino di mamme e martiri. Siamo a Cartagine nel 203 d.C., Tibia Perpetua è una nobildonna di 22 anni, è sposa e madre di un bambino ancora in fasce. Felicita è la figlia dei servi di Perpetua, anch'ella in giovane età e in attesa di un bimbo. Entrambe vengono fatte prigioniere e condannate a morte dall'Imperatore Settimio Severo perchè cristiane. Descrive la storia del loro martirio Tertulliano ne la 'PASSIONE DELLE SANTE PERPETUA E FELICITA' riportando gli scritti di Perpetua che descrivono, appunto, le vicende del loro arresto e condanna ad essere sbranate dalle fiere. Ancora rinchiuse, Felicita mette al mondo una bambina. Il suo carceriere le dice: ‘O tu che ora patisci tanto strazio, che farai quando verrai gettata in pasto a quelle belve che disprezzasti rifiutando di sacrificare?’
E quella rispose: ‘Ora sono io che devo sopportare questi strazi; quivi invece vi sarà dentro di me un altro, il quale patirà per me, perché anch’io mi dispongo a patire per lui’.
Molte sono le pressioni dei parenti, in modo particolare del padre di Perpetua, affinchè abiurino la loro fede, ma le due giovani sono irremovibili, scrive Perpetua:
'Sopravvenne allora mio padre col mio bambino tra le braccia; mi trasse indietro supplichevole disse: ‘Abbi pietà di questo bambino’.
Il procuratore Ilariano, che esercitava allora il potere esecutivo in sostituzione del proconsole Minucio Timiniano che era morto, mi disse: ‘Abbi riguardo dei capelli bianchi di tuo padre, e di questo tenero fanciullo! Offri un sacrificio per la salute degli Imperatori’. Risposi: ‘Non lo faccio’. Ilariano disse: ‘Sei tu cristiana?’. Risposi: ‘Sono cristiana’.
Mio padre mi si faceva addosso per farmi rinnegare; Ilariano comandò di trascinarlo via e per di più lo fece cacciare a bastonate. Mi dolse il caso di mio padre, mi parve di sentire quei colpi sulle mie membra; mi piangeva il cuore per quella sua miseranda vecchiaia.
Frattanto il procuratore pronunziò la nostra sentenza condannandoci alle fiere.
Contenti ritornammo alla prigione.
Il mio bambino soleva starmi alle poppe e restare con me in carcere; onde io tosto mandai il diacono Pomponio perché chiedesse il piccino a mio padre. Questi non volle consegnarglielo. E come piacque a Dio, il bambino cessò di domandare la mammella, e io fui libera dall’infiammazione che ciò cagionava, né più fui oppressa dalla cura del fanciullo e dal dolore delle mammelle'.
Questa è la descrizione del martirio:
Per le giovani, il diavolo preparò una vacca ferocissima, cosa veramente inusitata, quasi volesse fare, anche con quella bestia, uno sfregio al loro sesso. Spogliate dunque, e ravviluppate nei reticoli, esse venivano condotte nell’arena. La folla fu presa da un senso di ribrezzo, vedendole tenera fanciulla una, l’altra ancora fresca di parto e con le poppe stillanti. Furono allora richiamate e rivestite con lunghe tuniche.
Perpetua, acciuffata per la prima e sbattuta, ricadde a terra supina. Messasi a sedere, raccolse i lembi della tunica lacerata sul fianco per coprirsi il femore, più ansiosa del proprio pudore che del proprio dolore. Indi raccolse le forcelle, si appuntò la scomposta capigliatura: non s’addiceva davvero a una martire soffrire la passione con le chiome disciolte, sì da sembrare far lutto nella sua gloria! Ciò fatto, s’alzò in piedi, e, veduta Felicita colpita, le si avvicinò porgendole la mano per rialzarla. Così stettero alquanto, fino a che, ammansita la ferocia della folla, furono richiamate e
atte uscire per la porta Sanavivaria.
La folla reclamava che fossero portati in vista, per seguire con i loro occhi omicidi l’entrar del coltello nelle carni di quelli; volevano por fine al martirio con il santo rito della pace. Gli altrii martiri si rizzarono spontaneamente e si trascinarono fin là dove la marmaglia voleva. Già s’erano dato fra loro il bacio, ché ben ricevettero il ferro raccolti in silenzio. Tosto rese lo spirito Sàturo, che era asceso per primo nella scala; egli perché il ferro le si impigliò tra le vertebre della golaattendeva Perpetua che gli tenesse dietro. A questa era ancora riserbato di gustare qualche tormento: Mandò un forte gemito, e prese essa stessa a guidare la incerta mano dell’inetto gladiatore, aggiustandosi la punta alle carni. Ma forse una donna di tanto valore, che incuteva spavento allo spirito immondo, non avrebbe altrimenti potuto essere uccisa se essa non l’avesse voluto!'.
da: P. VANNUTELLI – a cura di –, Atti dei Martiri 1, Città del Vaticano, ristampa 1962, 14-57
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