...perchè per trovare bisogna avere il coraggio di gettare le reti....
MITTITE RETE ET INVENIETIS
Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: " Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)
Non esitò a donare la vita per non perdere la purezza verginale.
Prima di morire, il 6 luglio 1902, perdonò il suo aggressore Alessandro Serenelli, che per l'omicidio scontò 30 anni di carcere. Egli passò il resto della sua vita in un convento.
Ecco il suo testamento spirituale:
'Sono vecchio di quasi 80 anni, prossimo a chiudere la mia giornata. Dando uno sguardo al passato, riconosco che nella mia prima giovinezza infilai una strada falsa: la via del male che mi condusse alla rovina. Vedevo attraverso la stampa, gli spettacoli e i cattivi esempi che la maggior parte dei giovani segue quella via, senza darsi pensiero: ed io pure non me ne preoccupai. Persone credenti e praticanti le avevo vicino a me, ma non ci badavo, accecato da una forza bruta che mi sospingeva per una strada cattiva. Consumai a vent’anni il delitto passionale, del quale oggi inorridisco al solo ricordo. Maria Goretti, ora santa, fu l’angelo buono che la Provvidenza aveva messo avanti ai miei passi. Ho impresse ancora nel cuore le sue parole di rimprovero e di perdono. Pregò per me, intercedette per me, suo uccisore. Seguirono trent’anni di prigione. Se non fossi stato minorenne, sarei stato condannato a vita. Accettai la sentenza meritata; rassegnato espiai la mia colpa. Maria fu veramente la mia luce, la mia Protettrice; col suo aiuto mi diportai bene e cercai di vivere onestamente, quando la società mi riaccettò tra i suoi membri. I figli di San Francesco, i Minori Cappuccini delle Marche, con carità serafica mi hanno accolto fra loro non come un servo, ma come fratello. Con loro vivo dal 1936.
Ed ora aspetto sereno il momento di essere ammesso alla visione di Dio, di riabbracciare i miei cari, di essere vicino al mio angelo protettore e alla sua cara mamma, Assunta. Coloro che leggeranno questa mia lettera vogliano trarre il felice insegnamento di fuggire il male, di seguire il bene, sempre, fin da fanciulli. Pensino che la religione coi suoi precetti non è una cosa di cui si può fare a meno, ma è il vero conforto, la unica via sicura in tutte le circostanze, anche le più dolorose della vita.'
John Fisher nasce a Beverly (Yorkshire-Inghilterra)nel 1469. Ordinato sacerdote nel 1491, viene nominato cancelliere dell'Università di Cambridge e nel 1514 Vescovo di Rochester. John Fisher è teologo ed umanista di grande cultura, scrive diversi sermoni dottrinali e libri tra cui il 'De veritate corporis et sanguinis Christi in Eucharistia' nel 1522 per arginare l'avanzata luterana in Inghilterra e difendere la Chiesa di Roma. In quegli anni il Re d'Inghilterra è Enrico VIII che, ancora cattolico, si assurge a 'defensor fidei', fino al momento in cui deciderà di divorziare da Caterina d'Aragona per sposare Anna Bolena. Così scoppia un conflitto tra il Re e la Chiesa d'Inghilterra. John Fisher si rifiuta di firmare l'Atto di Supremazia redatto dal Re, che impone la totale sottomissione del clero alla Corona. Così, in seguito all'approvazione da parte di un Parlamento alquanto intimorito, dell' Atto di Tradimento il santo Vescovo viene imprigionato nell'estate del 1535 nella Torre di Londra, in attesa della condanna a morte. Il Papa Paolo III nel vano tentativo di salvarlo lo nomina cardinale di Santa Romana Chiesa. Viene decapitato il 22 giugno 1535 dopo aver rifiutato per tre volte di accettare l'Atto di Supremazia in totale sottomissione alla Corona. La sua testa viene esposta in pubblico all’ingresso del Ponte sul Tamigi. Quindici giorni dopo uno dei carnefici la butterà nel fiume, per fare posto alla testa di Thommas More che ha condiviso con John Fisher insieme ad una grande amicizia anche la fede ed infine il martirio.
Thomas More, nasce il 7 febbraio 1477 a Londra. In gioventù avrebbe voluto consacrarsi totalmente a Dio in un monastero certosino; intraprende invece la carriera legale, toccando l’apice della notorietà con la nomina a Cancelliere d’Inghilterra nel 1529. Si sposa con Jane Colt dalla quale avrà quattro figli. E' un avvocato, scrittore, uomo politico di grande spessore e notorietà. Scrive diverse opere, ma viene soprattutto ricordato per il suo saggio 'L'Utopia', in cui descrive un'isola immaginaria dotata di una società ideale, governata dalla giustizia e dalla libertà. E’ un umanista che porta il cilicio, che studia i Padri della Chiesa e vive la fede con fermezza, coerenza e gioia: si alza alle due del mattino per pregare e studiare fino alle sette, poi si reca a Messa. Neppure una convocazione del re interrompe i suoi pii esercizi.
Quando Lutero inizia la sua lotta contro Roma, il re Enrico VIII d’Inghilterra scrive un trattato in difesa della dottrina cattolica sui sacramenti, ricevendo lodi da papa Leone X e accuse da Lutero. A queste risponde Tommaso Moro, che Re Enrico stima per la cultura e l’integrità. Spesso lo consulta, gli affida missioni importanti all’estero e nel 1529 lo nomina Lord Cancelliere, al vertice dell’ordinamento giudiziario. Un posto di primissima importanza, ma molto pericoloso.
Anche Sir Thomas More, come il suo amico il Vescovo John Fisher, non si sottomette all'Atto di Supremazia del Re, con il quale egli stesso si autoproclama Capo della Chiesa d'inghilterra. La fede vieta a Thomas More di accettare il divorzio del Re e la sua supremazia nelle cose della fede. La sua fedeltà al Papa, la sua coerenza ed onestà saranno la causa del suo imprigionamento nella Torre di Londra dove si trova anche il suo amico il Vescovo John Fisher, con il quale si scambiano doni e lettere.
Viene decapitato il 6 luglio 1535, invita a pregare per Enrico VIII e dichiara di morire da suddito fedele al Re, ma anzitutto a Dio. Papa Pio XI li proclamerà santi insieme nel 1935 ed insieme la Chiesa Cattolica li ricorda come martiri per la fede. Sir Thomas More, in una lettera accorata e tenera alla figlia Margaret prima di morire scrive: "Nulla accade che Dio non voglia, ed io sono sicuro che, qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio".
Papa Giovanni Paolo II ha proclamato Thomas More patrono dei politici e dei governanti.
Il matrimonio dei suoi genitori - il marchese Ferrante Gonzaga e Marta dei conti Tana di Chieri (Torino) - si è celebrato nel palazzo reale di Madrid, perché Ferrante è al servizio di re Filippo II di Spagna, ma Luigi nasce nel castello di famiglia a Castiglione dello Stiviere (Mantova) il 19 marzo 1568: è il primo di otto figli, erede del titolo e naturalmente con un futuro da soldato. Perciò il padre lo porta in mezzo alla truppa già da bambino. Poi cominciano per lui i soggiorni in varie corti e gli studi. A 10 anni decide di consacrarsi a Dio facendo voto di castità.
Nel 1580, dodicenne, Luigi riceve la prima Comunione dalle mani di san Carlo Borromeo. Nel 1581 va a Madrid per due anni, come paggio di corte e studente. È di questa epoca un suo ritratto. Autore è il grande El Greco.
In Spagna, Luigi è brillante alunno di lettere, scienza e filosofia e tiene la tradizionale dissertazione universitaria; insieme, legge testi spirituali e relazioni missionarie, si concentra nella preghiera, decide di farsi gesuita e – malgrado la contrarietà del padre – a 17 anni entra nel noviziato della Compagnia di Gesù a Roma, dove studia teologia e filosofia.
Nel 1589 (a 21 anni) viene inviato a Castiglione delle Stiviere per mettere pace tra suo fratello Rodolfo (al quale ha ceduto i propri diritti di primogenito) e il duca di Mantova. Obiettivo raggiunto: Luigi si muove bene anche in politica, anche se la sua salute è fragile (e le severe penitenze certamente non lo aiutano). Nel ritorno a Roma, un misterioso segnale gli annuncia vicina la morte. È il momento di staccarsi da tante cose. Ma non dalla sofferenza degli altri; non dalla lotta per difenderli. Nel 1590/91 la peste semina morte in tutta Roma, muoiono in 15 mesi tre Papi uno dopo l’altro (Sisto V, Urbano VII, Gregorio XIV) e migliaia di persone. Contro la strage si batte Camillo de Lellis con alcuni confratelli, e così fa Luigi Gonzaga. Ma siccome è malato anche lui da tempo, gli si ordina di dedicarsi ai casi non contagiosi. Però lui, trovato in strada un appestato in abbandono, se lo carica in spalla, lo porta in ospedale, incaricandosi di curarlo. Poi torna a casa e pochi giorni dopo si ammala e muore, il 21 giugno 1591, ha solamente 23 anni. Nel 1726, papa Benedetto XIII lo proclamerà santo. Il suo corpo si trova nella chiesa di Sant’Ignazio in Roma, e il capo è custodito invece nella basilica a lui dedicata, in Castiglione delle Stiviere, suo paese natale.
Jeannette nasce a Domrémy, un villaggio nel Nord-Est della Francia, probabilmente nel 1411 o 1412 (secondo la tradizione la notte dell'Epifania, il 6 gennaio), è la figlia minore dei cinque figli di Jacques d’Arc e di Isabelle Romée, agiati contadini, buoni e fedeli cattolici. Jeannette lavora volentieri, aiutando i genitori, porta le greggi al pascolo, si occupa degli animali, della casa, sa sbrigare le faccende di casa, sa filare. E' buona, semplice e dolce di carattere; va in Chiesa, prega, fa l'elemosina ai poveri, tutto volentieri! (dalle testimonianze raccolte tra le persone che la conoscevano). La Francia, dalla Normandia alla Loira, vive dal 1415 l'occupazione inglese. Il re d'Inghilterra Enrico V, fatto uccidere Riccardo II, l'ultimo discendente leggittimo dei Plantageneti, spera di ottenere in Francia delle vittorie per consolidare il suo trono, approfittando della follia di Carlo VI re di Francia. Jeanne vive in un luogo di confini dove si avvertono le conseguenze delle divisioni tra armagnacchi e borgognoni, questi ultimi schierati a favore dell'occupante inglese. Ne nascevano così delle dispute a volte sanguinose e violente. Nel 1424 o 1425 a circa tredici anni Jeannette sente la voce di un Angelo: "Quando avevo circa tredici anni, una voce di Dio è venuta ad aiutarmi a guidare la mia vita. La prima volta ebbi molta paura. E venne questa voce in estate, nel giardino di mio padre, intorno a mezzogiorno". Jeannette aggiunge che subito dopo aver sentito la voce promette di conservare la verginità finchè lo avesse voluto Dio. Di queste voci e visioni Jeannette mantiene il segreto fino al 1428, quando non potendo più tacere, si reca alla Fortezza di Vaucouleurs assediata dai borgognoni. Qui trova il capitano Robert de Baudricourt, saldo nel difendere la fortezza in nome del Re di Francia.
Jeannette è ormai cresciuta è diventata Jeanne la Pucelle (cioè la vergine). Comincia così la breve epopea di questa straordinaria fanciulla. Convince il Delfino di Francia (il futuro Carlo VII) della sua legittimità ad assurgere al trono che rivendicava da sette anni, dal 1422 anno in cui suo padre Carlo VI era morto, e di affidarle il comando di un esercito con il quale libererà Orléans dagli Inglesi resturando l'autorità del legittimo sovrano.
L’8 maggio 1429 gli Inglesi assedianti vengono sconfitti. Da qui si sussegue una battaglia dopo l’altra: il coraggio soprannaturale della Pulzella ricorda la tempra dei condottieri dell’antico Testamento. Il 17 luglio dello stesso anno, Carlo VII viene incoronato a Reims alla sua presenza. Il successo la consacra eroina inviata dal Cielo!
Jeanne d’Arc vinse il dominio straniero per volontà di Dio e riuscì ad infondere audacia e speranza nell’esercito regio; ma gli storici concordano anche nel riconoscerle il merito di aver allontanato con il nemico anche il Protestantesimo, che altrimenti si sarebbe innestato in Francia.
Ma, proprio a causa dei suoi successi, viene catturata a Compiègne dai borgognoni, il 23 maggio 1430. Il re di Francia non cercherà di ottenere il suo rilascio e dunque il 21 novembre 1430 viene venduta agli inglesi. Dopo due giorni dalla cattura, l’Università di Parigi chiede che venga giudicata come strega. Questa soluzione piacerà molto al duca di Bedford in quanto gli consente di screditare Carlo VII, che sarebbe apparso come colui che doveva la conquista del trono alle potenze infernali. Il processo si apre a Rouen perchè in essa la potenza inglese è solidamente affermata. Il carattere fraudolento di questo processo è evidente sin dalla prima seduta, mercoledi 21 febbraio 1431. Le viene proibito di lasciare il castello di Rouen, pena l'accusa di eresia! Jeanne è trattata da prigioniera di guerra, rinchiusa in una prigione inglese, sorvegliata da soldati inglesi. Contro Jeanne non esiste un capo d'accusa, ma il giudice Pierre Cauchon intende farle subire un processo per eresia. Si tratta di pura mistificazione!
Ella viene ripetutamente interrogata per giorni e giorni e alla fine del falso processo viene condannata al rogo. Viene accompagnata da due frati domenicani, uno di loro ricorda gli ultimi istanti della Pulzella:"Jeanne, tra le fiamme, non cessò mai di pronunciare e confessare ad alta voce il santo nome di Gesù...". La candida bambina e Capo trionfante (Charles Péguy), rende l'anima al Signore il 30 maggio 1431 a soli 19 anni.
Nel 1455 papa Callisto III firma un rescritto autorizzando la famiglia di Jeanne a far aprire la revisione del processo.
La madre Isabelle: "Io avevo una figlia, nata in legittimo matrimonio, a cui avevo degnamente fatto amministrare i sacramenti del battesimo e della confermazione e che avevo educato nel timor di Dio e nel rispetto della tradizione della Chiesa, nei limiti della sua età e della semplicità della sua condizione, per cui (...) ella frequentava molto la chiesa e digiunava e pregava con grande devozione e fervore (....), alcuni nemici l'hanno fatta tradurre in processo di fede e, senza che fosse portato alcun aiuto alla sua innocenza, in un processo perfido, violento ed iniquo, senza l'ombra del diritto (....)l'hanno condannata in modo deplorevole e criminale e l'hanno fatta crudelmente morire sul fuoco". Il 7 luglio 1456 viene dichiarata solennemente la nullità del primo processo. Jeanne D'Arc viene canonizzata il 16 maggio 1920 da papa Benedetto XV.
'Il suo culto fu particolarmente incentivato in Francia durante i momenti di particolare crisi in campo militare, sino ad essere proclamata patrona della nazione. Anche in Inghilterra la sua figura è stata rivalutata ed una sua statua è stata posta nella cattedrale di Winchester, dinnanzi alla tomba del Cardinal Beaufort, colui che ebbe un ruolo decisivo nell’iniquo processo contro Giovanna' (F. Arduino).
BIBLIOGRAFIA:
Régine Pernoud -Giovanna d'Arco - una vita in breve- Ed San Paolo .
Francesco di Paola nacque il 27 marzo 1416, da una coppia di contadini calabresi, ormai avanti negli anni, che credevano di non poter avere più figli. Quando, però, venne alla luce inaspettatamente, lo chiamarono Francesco, in onore del Santo d'Assisi, a cui si erano rivolti per ottenere questa grazia. Cresciuto in una famiglia povera, di lavoratori della terra, ma di grande fede, Francesco, sin da bambino, dimostrò una spiccata sensibilità e una vera disposizione alle cose dello spirito. Ancora dodicenne frequentò, per circa un anno, il Convento dei Frati Minori di San Marco Argentano, un paesino a dodici miglia da Paola, durante il quale ebbe varie manifestazioni soprannaturali.
Ritornò in famiglia e con i suoi genitori volle andare in pellegrinaggio a Loreto, a Monte Cassino, per poi spingersi sino a Roma.
Si racconta che nella Città dei Papi, notando con quanto sfarzo conducevano la vita gli alti prelati,osò richiamare un cardinale, rinfacciandogli il lusso sfrenato che non si addiceva ad uomo di Chiesa.
Rientrato a Paola, suo paese, appena tredicenne, volle ritirarsi in una grotta e condurre vita eremitica.
La sua fama di solitario penitente che si nutriva di erbe e radici, si espanse per tutto il territorio calabrese. Molti giovani, incoraggiati dal suo esempio, lo imitarono e si unirono a lui.
Sorse così una numerosa comunità che venne chiamata degli 'Eremiti di San Francesco'. Man mano che la sua fama si diffondeva, il Nostro santo veniva chiamato da più località per far sorgere nuove comunità ispirate al suo carisma di povertà e austera vita di penitenza.
Volle spingersi anche in Sicilia. Per attraversare lo Stretto di Messina chiese ad un pescatore di Catona, un sobborgo vicino Reggio Calabria, di farlo traghettare con la sua barca. Al rifiuto del barcaiolo, Francesco, uomo d'immensa fede, non si scoraggiò. Stese il suo mantello sulle acque del mare e in compagnia di un suo confratello, attraversò lo Stretto. Pare che sia sbarcato nel punto in cui oggi si trova la Chiesa di Santa Maria dell'Arco, chiamata dai fedeli Chiesa di San Francesco di Paola.
A Milazzo fu accolto con segni di vivissimo giubilo. Intanto la sua opera si allargava e la sua notorietà arrivava sino a Roma alla corte papale. La gente accorreva per cercare nel santo aiuto e benedizioni.
Egli lottava e difendeva i poveri dai soprusi e dalle prepotenze dei potenti. La sua voce tonante in difesa dei derelitti fu ritenuta pericolosa dallo stesso Re di Napoli, Ferrante di Aragona. Pure Papa Paolo II intervenne. Inutili furono i tentativi di zittirlo.
Francesco era servo fedele della Chiesa e possedeva la forza e la saggezza dei santi. Diceva: 'A chi ama e serve Dio con sincerità tutto è possibile'. Nel 1471 Sisto IV, papa della Rovere, confermò la sua prima Regola. Questo stesso Pontefice, volle che si recasse in Francia per curare Re Luigi XI, affetto da grave malattia, e chiedeva il suo intervento di taumaturgo.
Francesco, da umile e sottomesso figlio della Chiesa, obbedì con molto dispiacere. Lasciò il suo paese, Paola, e i suoi confratelli ed intraprese il lungo viaggio per la terra francese.
Si fermò a Napoli, dove venne accolto da numerosa gente. Il Re Ferrante lo ricevette con molti onori e, gli offrì un vassoio pieno di monete d'oro. Francesco, con l'ardire ed il coraggio che gli venivano dalla sua santità, prese una di quelle monete e la spezzò. Ne uscì sangue: 'Questo è sangue dei tuoi sudditi che grida vendetta agli occhi di Dio'.
Soggiornò anche a Roma. Il Papa lo colmò di onori e gli propose di ordinarlo sacerdote. Francesco, umilmente, rifiutò, perchè similmente al Serafico d'Assisi, si sentiva indegno. In Francia Francesco beneficò e aiutò schiere di poveri. Operò un gran numero di miracoli. Re Luigi XI non guarì ma morì confortato e assistito dal Nostro Santo. Il nuovo Re Carlo VIII, non gli consentì di ritornare in Calabria. Lo tenne con sè come sapiente consigliere. A Parigi san Francesco completò la Regola del suo Ordine e volle che i suoi monaci si chiamassero 'Minimi'.
San Francesco morì il 2 aprile 1507 a Plessis, vicino la città di Tours, dove venne sepolto: era venerdi santo ed aveva novantuno anni.
Purtroppo, dopo cinquant'anni dalla sua sepoltura, gli Ugonotti, eretici calvinisti, profanarono la sua tomba e bruciarono il suo corpo incorrotto.
Il nome di San Francesco di Paola ebbe rapidamente una diffusione universale. Dopo appena dodici anni dalla sua morte, Papa Leone X lo elevò agli onori degli altari. Sorsero Chiese in suo onore in tutti i Paesi europei. A Messina è tutt'ora ricordato con devozione. Ancora oggi i pescatori e gli uomini di mare, lungo la riviera nord dello Stretto, lo chiamano 'u Santu Patri'. La sua immagine con il simbolo CHARITAS è venerata in molte case di barcaioli. Papa Pio XII nel marzo 1943, nel ricordo del suo prodigioso attraversamento dello Stretto di Messina, lo proclamava Celeste Patrono della gente di mare della Nazione italiana.
Il pellegrino che visita il Santuario del Santo, a Paola, potrà vedere l'affresco che illustra questo miracolo, nell'abside del Tempio. Pittori, scultori, musicisti nell'arco di cinquecento anni, hanno esaltato la figura di questo umile eremita calabrese.
Esiste pure una composizione per pianoforte del musicista ungherese F. Liszt:'San Francesco di Paola che cammina sulle onde'.
Signori Cardinali,venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Nella solennità della Cattedra di san Pietro Apostolo, abbiamo la gioia di radunarci intorno all’Altare del Signore insieme con i nuovi Cardinali, che ieri ho aggregato al Collegio Cardinalizio. Ad essi, innanzitutto, rivolgo il mio cordiale saluto, ringraziando il Cardinale Fernando Filoni per le cortesi parole rivoltemi a nome di tutti. Estendo il mio saluto agli altri Porporati e a tutti Presuli presenti, come pure alle distinte Autorità, ai Signori Ambasciatori, ai sacerdoti, ai religiosi e a tutti i fedeli, venuti da varie parti del mondo per questa lieta circostanza, che riveste uno speciale carattere di universalità.
Nella seconda Lettura poc’anzi proclamata, l’Apostolo Pietro esorta i “presbiteri” della Chiesa ad essere pastori zelanti e premurosi del gregge di Cristo (cfr 1 Pt 5,1-2). Queste parole sono anzitutto rivolte a voi, cari e venerati Fratelli, che già avete molti meriti presso il Popolo di Dio per la vostra generosa e sapiente opera svolta nel Ministero pastorale in impegnative Diocesi, o nella direzione dei Dicasteri della Curia Romana, o nel servizio ecclesiale dello studio e dell’insegnamento. La nuova dignità che vi è stata conferita vuole manifestare l’apprezzamento per il vostro fedele lavoro nella vigna del Signore, rendere onore alle Comunità e alle Nazioni da cui provenite e di cui siete degni rappresentanti nella Chiesa, investirvi di nuove e più importanti responsabilità ecclesiali, ed infine chiedervi un supplemento di disponibilità per Cristo e per l’intera Comunità cristiana. Questa disponibilità al servizio del Vangelo è saldamente fondata sulla certezza della fede. Sappiamo infatti che Dio è fedele alle sue promesse ed attendiamo nella speranza la realizzazione di queste parole dell’apostolo Pietro: “E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce” (1 Pt 5,4).
Il brano evangelico odierno presenta Pietro che, mosso da un’ispirazione divina, esprime la propria salda fede in Gesù, il Figlio di Dio ed il Messia promesso. In risposta a questa limpida professione di fede, fatta da Pietro anche a nome degli altri Apostoli, Cristo gli rivela la missione che intende affidargli, quella cioè di essere la “pietra”, la “roccia”, il fondamento visibile su cui è costruito l’intero edificio spirituale della Chiesa (cfr Mt 16,16-19). Tale denominazione di “roccia-pietra” non fa riferimento al carattere della persona, ma va compresa solo a partire da un aspetto più profondo, dal mistero: attraverso l’incarico che Gesù gli conferisce, Simon Pietro diventerà ciò che egli non è attraverso «la carne e il sangue». L’esegeta Joachim Jeremias ha mostrato che sullo sfondo è presente il linguaggio simbolico della «roccia santa». Al riguardo può aiutarci un testo rabbinico in cui si afferma: «Il Signore disse: “Come posso creare il mondo, quando sorgeranno questi senza-Dio e mi si rivolteranno contro?”. Ma quando Dio vide che doveva nascere Abramo, disse: “Guarda, ho trovato una roccia, sulla quale posso costruire e fondare il mondo”. Perciò egli chiamò Abramo una roccia». Il profeta Isaia vi fa riferimento quando ricorda al popolo «guardate alla roccia da cui siete stati tagliati… ad Abramo vostro padre» (51,1-2). Abramo, il padre dei credenti, con la sua fede viene visto come la roccia che sostiene la creazione.Simone, che per primo ha confessato Gesù come il Cristo ed è stato il primo testimone della risurrezione, diventa ora, con la sua fede rinnovata, la roccia che si oppone alle forze distruttive del male.
Cari fratelli e sorelle! Questo episodio evangelico che abbiamo ascoltato trova una ulteriore e più eloquente spiegazione in un conosciutissimo elemento artistico che impreziosisce questa Basilica Vaticana: l’altare della Cattedra. Quando si percorre la grandiosa navata centrale e, oltrepassato il transetto, si giunge all’abside, ci si trova davanti a un enorme trono di bronzo, che sembra librarsi, ma che in realtà è sostenuto dalle quattro statue di grandi Padri della Chiesa d’Oriente e d’Occidente. E sopra il trono, circondata da un trionfo di angeli sospesi nell’aria, risplende nella finestra ovale la gloria dello Spirito Santo. Che cosa ci dice questo complesso scultoreo, dovuto al genio del Bernini? Esso rappresenta una visione dell’essenza della Chiesa e, all’interno di essa, del magistero petrino. La finestra dell’abside apre la Chiesa verso l’esterno, verso l’intera creazione, mentre l’immagine della colomba dello Spirito Santo mostra Dio come la fonte della luce. Ma c’è anche un altro aspetto da evidenziare: la Chiesa stessa è, infatti, come una finestra, il luogo in cui Dio si fa vicino, si fa incontro al nostro mondo. La Chiesa non esiste per se stessa, non è il punto d’arrivo, ma deve rinviare oltre sé, verso l’alto, al di sopra di noi. La Chiesa è veramente se stessa nella misura in cui lascia trasparire l’Altro - con la “A” maiuscola - da cui proviene e a cui conduce. La Chiesa è il luogo dove Dio “arriva” a noi, e dove noi “partiamo” verso di Lui; essa ha il compito di aprire oltre se stesso quel mondo che tende a chiudersi in se stesso e portargli la luce che viene dall’alto, senza la quale diventerebbe inabitabile. La grande cattedra di bronzo racchiude un seggio ligneo del IX secolo, che fu a lungo ritenuto la cattedra dell’apostolo Pietro e fu collocato proprio su questo altare monumentale a motivo del suo alto valore simbolico. Esso, infatti, esprime la presenza permanente dell’Apostolo nel magistero dei suoi successori. Il seggio di san Pietro, possiamo dire, è il trono della verità, che trae origine dal mandato di Cristo dopo la confessione a Cesarea di Filippo. Il seggio magisteriale rinnova in noi anche la memoria delle parole rivolte dal Signore a Pietro nel Cenacolo: “Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32).
La cattedra di Pietro evoca un altro ricordo: la celebre espressione di sant’Ignazio di Antiochia, che nella sua lettera ai Romani chiama la Chiesa di Roma “quella che presiede nella carità” (Inscr.: PG 5, 801). In effetti, il presiedere nella fede è inscindibilmente legato al presiedere nell’amore. Una fede senza amore non sarebbe più un’autentica fede cristiana. Ma le parole di sant’Ignazio hanno anche un altro risvolto, molto più concreto: il termine “carità”, infatti, veniva utilizzato dalla Chiesa delle origini per indicare anche l’Eucaristia.L’Eucaristia, infatti, è Sacramentum caritatis Christi, mediante il quale Egli continua ad attirarci tutti a sé, come fece dall’alto della croce (cfr Gv 12,32). Pertanto, “presiedere nella carità” significa attirare gli uomini in un abbraccio eucaristico - l’abbraccio di Cristo -, che supera ogni barriera e ogni estraneità, e crea la comunione dalle molteplici differenze. Il ministero petrino è dunque primato nell’amore in senso eucaristico, ovvero sollecitudine per la comunione universale della Chiesa in Cristo. E l’Eucaristia è forma e misura di questa comunione, e garanzia che essa si mantenga fedele al criterio della tradizione della fede.
La grande Cattedra è sostenuta dai Padri della Chiesa. I due maestri dell’Oriente, san Giovanni Crisostomo e sant’Atanasio, insieme con i latini, sant’Ambrogio e sant’Agostino, rappresentano la totalità della tradizione e, quindi, la ricchezza dell’espressione della vera fede nella santa e unica Chiesa. Questo elemento dell’altare ci dice che l’amore poggia sulla fede. Esso si sgretola se l’uomo non confida più in Dio e non obbedisce a Lui. Tutto nella Chiesa poggia sulla fede: i Sacramenti, la Liturgia, l’evangelizzazione, la carità. Anche il diritto, anche l’autorità nella Chiesa poggiano sulla fede.La Chiesa non si auto-regola, non dà a se stessa il proprio ordine, ma lo riceve dalla Parola di Dio, che ascolta nella fede e cerca di comprendere e di vivere. I Padri della Chiesa hanno nella comunità ecclesiale la funzione di garanti della fedeltà alla Sacra Scrittura. Essi assicurano un’esegesi affidabile, solida, capace di formare con la Cattedra di Pietro un complesso stabile e unitario. Le Sacre Scritture, interpretate autorevolmente dal Magistero alla luce dei Padri, illuminano il cammino della Chiesa nel tempo, assicurandole un fondamento stabile in mezzo ai mutamenti storici.
Dopo aver considerato i diversi elementi dell’altare della Cattedra, rivolgiamo ad esso uno sguardo d’insieme. E vediamo che è attraversato da un duplice movimento: di ascesa e di discesa. E’ la reciprocità tra la fede e l’amore. La Cattedra è posta in grande risalto in questo luogo, poiché qui vi è la tomba dell’apostolo Pietro, ma anch’essa tende verso l’amore di Dio. In effetti, la fede è orientata all’amore. Una fede egoistica sarebbe una fede non vera. Chi crede in Gesù Cristo ed entra nel dinamismo d’amore che nell’Eucaristia trova la sorgente, scopre la vera gioia e diventa a sua volta capace di vivere secondo la logica di questo dono. La vera fede è illuminata dall’amore e conduce all’amore, verso l’alto, come l’altare della Cattedra eleva verso la finestra luminosa, la gloria dello Spirito Santo, che costituisce il vero punto focale per lo sguardo del pellegrino quando varca la soglia della Basilica Vaticana. A quella finestra il trionfo degli angeli e le grandi raggiere dorate danno il massimo risalto, con un senso di pienezza traboccante che esprime la ricchezza della comunione con Dio. Dio non è solitudine, ma amore glorioso e gioioso, diffusivo e luminoso.
Cari fratelli e sorelle, a noi, ad ogni cristiano è affidato il dono di questo amore: un dono da donare, con la testimonianza della nostra vita. Questo è, in particolare, il vostro compito, venerati Fratelli Cardinali: testimoniare la gioia dell’amore di Cristo. Alla Vergine Maria, presente nella Comunità apostolica riunita in preghiera in attesa dello Spirito Santo (cfr At 1,14), affidiamo ora il vostro nuovo servizio ecclesiale. Ella, Madre del Verbo Incarnato, protegga il cammino della Chiesa, sostenga con la sua intercessione l’opera dei Pastori ed accolga sotto il suo manto l’intero Collegio cardinalizio. Amen!
Tommaso d'Aquino fu uno spirito illuminato, grande teologo e filosofo della Scolastica. Nessuno, fino ad oggi, lo ha mai superato. E' il teologo di riferimento della Santa Chiesa. La dottrina di san Tommaso svolge un'originalissima e coerente speculazione filosofica al servizio della fede (Mons. A. Livi). La sua grandezza consiste nell'aver stabilito, in modo definitivo, il metodo specifico della teologia come scienza. 'Egli ha chiarito che la teologia consiste nell'impegno e nell'attività attraverso cui l'uomo cerca di capire tutto ciò che è possibile capire dei misteri soprannaturali rivelati da Dio e accolti dalla Chiesa con la fede' (Il Timone nr 110 pag. 36). San Tommaso ha basato la sua imponente ricerca sia sulla fede soprannaturale sia sul corretto uso della ragione naturale. La fede cristiana, in base a questo pensiero, ha dei presupposti accessibili alla ragione. La dottrina di san Tommaso è utile sia per i credenti che per i non credenti. Per i primi egli ha scritto la sua opera monumentale 'Summa theologiae', per i secondi 'Libro sulla verità della fede cattolica' conosciuta come 'Summa contra Gentiles'. Padre Giovanni Cavalcoli scrive che gli insegnamenti di san Tommaso formano le basi e i punti di partenza di ogni studio serio e qualificato nell'ambito della filosofia e della teologia; che egli non è stato superato da alcuno, è di insostituibile attualità e, soprattutto nelle questioni che toccano il problema della verità, della conoscenza, della natura umana, della coscienza, della libertà, del dialogo interreligioso, della giustizia, della pace, dell'esistenza di Dio e del suo rapporto con gli uomini, della morale, del libero arbitrio, del rapporto tra ragione e fede, tra scienza e religione, si possono ravvisare gli argomenti punto di partenza, di dialogo e di conciliazione con la modernità. ( Op. cit. pag 38-39). San Tommaso grande santo, amante del bene e dell'uomo, di grande e profonda cultura, libera la dottrina di Aristotele dalle erronee interpretazioni e pone la verità contenuta nel suo pensiero a servizio della rivelazione. Non c'è argomento che egli non abbia esplorato e studiato. Materia e spirito, natura e soprannatura, ragione e fede, libertà e grazia tutto trova perfetta armonia nella visione del suo pensiero.