Ultimo di sette figli, nasce a Peralta de Sal in Aragona Spagna, da nobile famiglia decaduta, il 31 luglio 1557. Dai genitori riceve una buona formazione religiosa, ma incontra l'opposizione del padre quando, durante gli studi, si sente chiamato al sacerdozio -egli infatti avrebbe voluto per lui una carriera militare- ma accortosi dell'autentica vocazione del figlio cede e lo manda a studiare nelle università di Lleida e di Valenza. Viene ordinato sacerdote nel 1583. In seguito, per quasi un decennio svolge vari incarichi in alcune diocesi spagnole fino alla partenza per Roma dove vive inizialmente al servizio della famiglia Colonna, come educatore dei nipoti del cardinale Ascanio Colonna, suo amico dai tempi in cui questi si trovava all'Università di Alcalà. Ma mentre seguiva i ricchi rampolli nel palazzo nobiliare, veniva a conoscenza della realtà dolorosa e degradata della Roma dei quartieri popolari, di Trastevere in particolare; rimane particolarmente colpito dalla condizione miserevole in cui vivono tanti bambini lasciati a sé stessi, nello squallore della strada, senza che qualcuno si curi di loro. Ed è così che nell'autunno del 1597, insieme ad altri tre sacerdoti, avvia una piccola scuola nei locali della parrocchia di santa Dorotea, opera che getta le basi per una Congregazione religiosa, la Congregazione Paolina dei Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie che oltre ai voti di povertà, castità e obbedienza, ne ottempera un quarto quello cioè della educazione dei bambini e dei giovani, specialmente poveri. Muore il 25 agosto 1648. E'sepolto nella chiesa di San Pantaleo a Roma.
MITTITE RETE ET INVENIETIS
Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: " Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)
Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)
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giovedì 25 agosto 2016
mercoledì 22 giugno 2016
San Paolino da Nola, Vescovo
Paolino da Nola, al secolo Ponzio Anicio Meropio Paolino nasce a Bordeaux (Francia) nel 355 e muore a Nola il 22 giugno del 431. Discendente da una illustre famiglia romana senatoriale e consolare, è il figlio del prefetto della Provincia di Aquitania. I suoi studi vengono affidati ad un amico del padre, il poeta Ausonio che insegnava a Bordeaux. Educato alla severità degli studi e soprattutto alla poesia, studiò fisica, legge e i sistemi filosofici di allora. A quindici anni, quando il maestro si trasferisce a Milano, egli ha già completato la sua istruzione letteraria.
A poco più di venti anni è annoverato tra i seicento senatori. Nel 378, uscito di carica, gli spettava il governo di una provincia senatoriale ed egli sceglie la Campania e precisamente la città di Nola dove era venerato san Felice. Prima di tornare in Aquitania, con bizzarra cerimonia pagana, si taglia la barba e la consacra simbolicamente a san Felice. A Barcellona conosce Therasia, donna ricca e bella, ma (diversamente da lui) è cristiana e battezzata: sarà la sua consorte e lo guiderà sulla strada della conversione. Nel 389 a 35 anni, nella chiesa di Bordeaux, riceve il battesimo dal vescovo Delfino. Nel 392 dalla coppia nasce Celso ma appena dopo otto giorni il bambino muore: questo evento lo segnò per sempre, e lo spinse ancor più a rifugiarsi nella fede. Nel 394 viene ordinato sacerdote. In un viaggio in Italia conosce sant'Ambrogio e sant'Agostino. Durante una sosta in Toscana lui e la moglie decidono di dedicarsi completamente alla vita monastica. Si stabilisce a Nola, dove aveva soggiornato quando era stato governatore della Campania e fonda un cenobio maschile ed uno femminile, che si contraddistinsero per l'intensa vita di preghiera e per l'assistenza ai poveri. Qui nel 410 viene acclamato dai fedeli vescovo di Nola.
mercoledì 2 marzo 2016
Santa Angela de la Cruz, vergine
Maria de los Angeles Guerrero y González, nacque a Siviglia il 30 gennaio 1846 da Francesco Guerrero e Giuseppina González, genitori di modeste condizioni sociali ma pieni di virtù cristiane.
Crebbe per questo in un ambiente molto religioso, aiutando i suoi genitori nei lavori manuali, specie nel cucito; di carattere molto docile e discreta, suscitava profonda ammirazione in quanti la conoscevano.
Ancora piccola dovette lasciare la scuola per lavorare in un laboratorio di calzature; nonostante ciò amava appartarsi per dedicarsi alla preghiera ed alle mortificazioni; nel 1871 a 25 anni, con un atto privato promise al Signore di vivere secondo i consigli evangelici.
Nella sua lunga esperienza di preghiera, vide una croce vuota davanti a quella di Cristo crocifisso e ciò le ispirò di immolarsi insieme a Gesù per la salvezza delle anime. Spinta da una forte vocazione, desiderò di entrare fra le Carmelitane, ma il suo direttore spirituale la indirizzò verso le Suore di Carità, ma per le precarie condizioni di salute fu costretta ad abbandonare, dopo poco tempo l’Istituto.
Ritornata in famiglia si dedicò tutta alle opere di carità verso i poveri. Seguendo con ubbidienza i consigli del direttore spirituale, prese a scrivere un diario spirituale nel quale esponeva dettagliatamente la regola di vita di una Comunità di religiose, che con la sua spiccata vocazione e con l’esperienza spirituale che viveva, sentiva di poter costituire.
Così nel 1875 a Siviglia, diede inizio alla Congregazione delle “Sorelle della Compagnia della Croce” per la cura degli infermi, nell’esercizio della più ardente carità. Il motto suo e dell’Istituzione fu “Farsi povero con il povero per portarlo a Cristo” che costituisce il fondamento della spiritualità e della missione della “Compagnia della Croce”.
La Santa Sede approvò l’Istituto nel 1904 che ebbe una rapida diffusione, imprimendo un impatto enorme sulla Chiesa e sulla società Sivigliana di quel tempo. Umile ed energica, Angela de la Cruz, questo il nome che prese quando diventò una religiosa, seppe infondere nell’animo delle sue figlie un crescente spirito di dedizione e di carità verso i bisognosi; per questo ammirata da tutti, venne chiamata dal popolo “madre dei poveri”.
Naturale e semplice, rifuggì da ogni gloria umana, ricercò la santità con uno spirito di mortificazione al servizio di Dio e dei fratelli e con questi sentimenti, lasciò questa terra il 2 marzo 1932 nella sua città di Siviglia, all’età di 86 anni.
La causa per la sua beatificazione fu introdotta presso la Congregazione dei Riti il 10 febbraio 1960. Papa Giovanni Paolo II, durante il suo primo pellegrinaggio in Spagna, la beatificò il 5 novembre 1982 nella sua Siviglia e lo stesso pontefice a distanza di 20 anni l’ha elevata agli onori degli altari della Chiesa universale, canonizzandola a Madrid il 4 maggio 2003, durante il suo quinto viaggio in terra spagnola.
Ricorrenza liturgica al 2 marzo. L'arcidiocesi di Siviglia la ricorda il 5 novembre, anniversario della beatificazione.
Crebbe per questo in un ambiente molto religioso, aiutando i suoi genitori nei lavori manuali, specie nel cucito; di carattere molto docile e discreta, suscitava profonda ammirazione in quanti la conoscevano.
Ancora piccola dovette lasciare la scuola per lavorare in un laboratorio di calzature; nonostante ciò amava appartarsi per dedicarsi alla preghiera ed alle mortificazioni; nel 1871 a 25 anni, con un atto privato promise al Signore di vivere secondo i consigli evangelici.
Nella sua lunga esperienza di preghiera, vide una croce vuota davanti a quella di Cristo crocifisso e ciò le ispirò di immolarsi insieme a Gesù per la salvezza delle anime. Spinta da una forte vocazione, desiderò di entrare fra le Carmelitane, ma il suo direttore spirituale la indirizzò verso le Suore di Carità, ma per le precarie condizioni di salute fu costretta ad abbandonare, dopo poco tempo l’Istituto.
Ritornata in famiglia si dedicò tutta alle opere di carità verso i poveri. Seguendo con ubbidienza i consigli del direttore spirituale, prese a scrivere un diario spirituale nel quale esponeva dettagliatamente la regola di vita di una Comunità di religiose, che con la sua spiccata vocazione e con l’esperienza spirituale che viveva, sentiva di poter costituire.
Così nel 1875 a Siviglia, diede inizio alla Congregazione delle “Sorelle della Compagnia della Croce” per la cura degli infermi, nell’esercizio della più ardente carità. Il motto suo e dell’Istituzione fu “Farsi povero con il povero per portarlo a Cristo” che costituisce il fondamento della spiritualità e della missione della “Compagnia della Croce”.
La Santa Sede approvò l’Istituto nel 1904 che ebbe una rapida diffusione, imprimendo un impatto enorme sulla Chiesa e sulla società Sivigliana di quel tempo. Umile ed energica, Angela de la Cruz, questo il nome che prese quando diventò una religiosa, seppe infondere nell’animo delle sue figlie un crescente spirito di dedizione e di carità verso i bisognosi; per questo ammirata da tutti, venne chiamata dal popolo “madre dei poveri”.
Naturale e semplice, rifuggì da ogni gloria umana, ricercò la santità con uno spirito di mortificazione al servizio di Dio e dei fratelli e con questi sentimenti, lasciò questa terra il 2 marzo 1932 nella sua città di Siviglia, all’età di 86 anni.
La causa per la sua beatificazione fu introdotta presso la Congregazione dei Riti il 10 febbraio 1960. Papa Giovanni Paolo II, durante il suo primo pellegrinaggio in Spagna, la beatificò il 5 novembre 1982 nella sua Siviglia e lo stesso pontefice a distanza di 20 anni l’ha elevata agli onori degli altari della Chiesa universale, canonizzandola a Madrid il 4 maggio 2003, durante il suo quinto viaggio in terra spagnola.
Ricorrenza liturgica al 2 marzo. L'arcidiocesi di Siviglia la ricorda il 5 novembre, anniversario della beatificazione.
Autore: Antonio Borrelli
giovedì 12 novembre 2015
San Giosafat, vescovo e martire
Ivan Kuncewicz nasce nel 1580 in Volinia (Ucraina) da genitori appartenenti alla nobiltà ucraina nonché ferventi ortodossi. Studiò a Vilnius (nell'odierna Lituania) in un periodo caratterizzato dall'intenso scontro tra ortodossi e uniati di rito greco, i quali, sulla scia del Concilio di Firenze (1451 - 1452), si erano ricongiunti alla Chiesa cattolica riconoscendo al Papa un ruolo di preminenza sugli altri vescovi.
Decidendo di aderire ai greco-cattolici, nel 1604 divenne monaco con il nome di Giosafat ed entrò nel monastero, retto dall'ordine di San Basilio, della Santa Trinità, sito in Vilnius, dove nel 1617 iniziò la riforma che portò alla nascita dell'Ordine Basiliano di San Giosafat.
Divenuto presbitero nel 1609, nonostante a detta dei suoi contemporanei avesse fino ad allora dimostrato un carattere riservato, si diede alla predicazione riscuotendo un così grande successo che nel 1617 divenne dapprima Archimandrita del suo monastero e, poco tempo dopo, fu nominato vescovo di Polatsk, sito nell'odierna Bielorussia.
Iniziò nella diocesi da lui retta una serie di riforme volte ad affermare il credo uniate, spinse con costante zelo il suo gregge all’unità cattolica, coltivò con amorevole devozione il rito bizantino-slavo, restaurò completamente la cattedrale, compose un catechismo per il popolo e compì innumerevoli visite pastorali. In una di queste, mentre si trovava a Vitebsk, fu circondato da un gruppo di ortodossi i quali lo percossero ripetutamente gettandolo infine, privo di sensi, in un corso d'acqua nel quale affogò.
Fu canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1867 ed è da questa ricordato il 12 novembre, giorno del suo martirio.
Tratto da http://it.cathopedia.org
martedì 28 aprile 2015
San Luigi Maria Grignion De Montfort, sacerdote
Luigi Grignion nasce in una famiglia profondamente cattolica, il 31 gennaio 1673 a Montfort-la-Cane, in Bretagna, nella Francia nordoccidentale. Fin da bambino manifesta una grande attenzione alla vita interiore ed una tenera devozione alla Santa Vergine, tale da fargli aggiungere il nome di Maria a quello di Luigi in occasione della Santa Cresima. Compie gli studi umanistici e filosofici presso i Gesuiti dove matura la vocazione sacerdotale. Nel 1692 si trasferisce a Parigi per studiare teologia alla Sorbona ed entra nel seminario di Saint-Sulpice, vivaio del clero di Francia, ove si distinguerà per il rigore ascetico e per i gesti di carità. Il 5 giugno 1700, a ventisette anni, riceve l’ordinazione sacerdotale e comincia a dedicarsi al riscatto spirituale del popolo, rianimandone la fede e difendendone la pietà contro gli attacchi degli innovatori in un'epoca dove sono in fermento le idee dei razionalisti e dei libertini, del deismo e del giansenismo, contro la fede e le tradizioni cattoliche. Nel 1701 viene nominato cappellano dell’ospedale di Poitiers. In seguito, dopo un pellegrinaggio a Roma, su suggerimento del Santo Padre Clemente XI, si dedica maggiormente alla predicazione, soprattutto nella nativa Bretagna e nella Vandea, ponendo le basi spirituali per l'azione contro-rivoluzionaria di quelle popolazioni investite dalla furia giacobina della rivoluzione francese. Le sue missioni sono caratterizzate dalla predicazione del catechismo e da grandi manifestazioni pubbliche di culto, soprattutto da solenni processioni, che culminano nella rinnovazione da parte dei partecipanti delle promesse battesimali e nell’innalzamento, in luogo eminente, della croce della missione. Allo scopo di perpetuare la sua opera Luigi Montfort fonda la Compagnia di Maria, una congregazione di sacerdoti, detti monfortani, votati unicamente alle missioni al popolo. Consumato dalle fatiche e dalle sofferenze muore il 28 aprile 1716. San Luigi Maria lascia diversi scritti il più conosciuto ormai in tutto il mondo è il 'Trattato della vera devozione a Maria' un concentrato di teologia ed altissima spiritualità di facile fruizione e meditazione.
lunedì 6 ottobre 2014
San Bruno, sacerdote e monaco certosino
Il nobile Bruno, o Brunone, nasce a Colonia in Germania intorno al 1030 ed ha vissuto tra il suo Paese, la Francia e l’Italia. Studente e poi insegnante a Reims, si trova presto faccia a faccia con la simonia, cioè col mercato delle cariche ecclesiastiche.
Professore di teologia e filosofia, esperto di cose curiali, potrebbe diventare vescovo per la via onesta dei meriti, ora che papa Gregorio VII lotta per ripulire gli episcopi. Ma lo disgusta l’ambiente. La fede che pratica e che insegna è tutt’altra cosa, come nel 1083 gli conferma Roberto di Molesme, il severo monaco che darà vita ai Cistercensi.
Bruno trova sei compagni che la pensano come lui ed il vescovo Ugo di Grenoble li aiuta a stabilirsi in una località selvaggia detta “chartusia” (chartreuse in francese). Lì si costruiscono un ambiente per la preghiera comune, e sette baracche dove ciascuno vive pregando e lavorando: una vita da eremiti, con momenti comunitari. Ma non pensano minimamente a fondare qualcosa: vogliono soltanto vivere radicalmente il Vangelo e stare lontani dai mercanti del sacro.
Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon. Nel 1090 se lo ritrova papa col nome di Urbano II e deve raggiungerlo a Roma come suo consigliere. Ottiene da lui riconoscimento e autonomia per il monastero fondato presso Grenoble, poi noto come Grande Chartreuse. Però a Roma non resiste: pochi mesi, ed eccolo in Calabria nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia); e riecco l’oratorio, le celle come alla Chartreuse, una nuova comunità guidata col solito rigore. Più tardi, a poca distanza, costruirà un altro monastero per chi, inadatto alle asprezze eremitiche, preferisce vivere in comunità. E’ il luogo accanto al quale sorgeranno poi le prime case dell’attuale Serra San Bruno. I suoi pochi confratelli (non ama avere intorno gente numerosa e qualunque) devono essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna col consiglio e con istruzioni scritte, che dopo la sua morte, avvenuta a Serra san Bruno (Vibo Valentia - Calabria- Italia) il 6 ottobre 1101, troveranno codificazione nella Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede.
E’ una guida all’autenticità, col modello della Chiesa primitiva nella povertà e nella gioia, quando si cantano le lodi a Dio e quando lo si serve col lavoro, cercando anche qui la perfezione, e facendo da maestri ai fratelli, alle famiglie, anche con i mestieri splendidamente insegnati. Sempre pochi e sempre vivi i certosini: a Serra, vicino a Bruno, e altrove, passando attraverso guerre, terremoti, rivoluzioni. Sempre fedeli allo spirito primitivo. Una comunità "mai riformata, perché mai deformata". Come la voleva Bruno, il cui culto è stato approvato da Leone X (1513-1521) e confermato da Gregorio XV (1621-1623).
Bruno trova sei compagni che la pensano come lui ed il vescovo Ugo di Grenoble li aiuta a stabilirsi in una località selvaggia detta “chartusia” (chartreuse in francese). Lì si costruiscono un ambiente per la preghiera comune, e sette baracche dove ciascuno vive pregando e lavorando: una vita da eremiti, con momenti comunitari. Ma non pensano minimamente a fondare qualcosa: vogliono soltanto vivere radicalmente il Vangelo e stare lontani dai mercanti del sacro.
Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon. Nel 1090 se lo ritrova papa col nome di Urbano II e deve raggiungerlo a Roma come suo consigliere. Ottiene da lui riconoscimento e autonomia per il monastero fondato presso Grenoble, poi noto come Grande Chartreuse. Però a Roma non resiste: pochi mesi, ed eccolo in Calabria nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia); e riecco l’oratorio, le celle come alla Chartreuse, una nuova comunità guidata col solito rigore. Più tardi, a poca distanza, costruirà un altro monastero per chi, inadatto alle asprezze eremitiche, preferisce vivere in comunità. E’ il luogo accanto al quale sorgeranno poi le prime case dell’attuale Serra San Bruno. I suoi pochi confratelli (non ama avere intorno gente numerosa e qualunque) devono essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna col consiglio e con istruzioni scritte, che dopo la sua morte, avvenuta a Serra san Bruno (Vibo Valentia - Calabria- Italia) il 6 ottobre 1101, troveranno codificazione nella Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede.
E’ una guida all’autenticità, col modello della Chiesa primitiva nella povertà e nella gioia, quando si cantano le lodi a Dio e quando lo si serve col lavoro, cercando anche qui la perfezione, e facendo da maestri ai fratelli, alle famiglie, anche con i mestieri splendidamente insegnati. Sempre pochi e sempre vivi i certosini: a Serra, vicino a Bruno, e altrove, passando attraverso guerre, terremoti, rivoluzioni. Sempre fedeli allo spirito primitivo. Una comunità "mai riformata, perché mai deformata". Come la voleva Bruno, il cui culto è stato approvato da Leone X (1513-1521) e confermato da Gregorio XV (1621-1623).
Autore: Domenico Agasso
giovedì 27 marzo 2014
Beato Francesco Faà di Bruno, sacerdote
Francesco Faà di Bruno, ultimo di dodici fratelli, nasce ad Alessandria il 29 marzo 1825 da genitori nobili e benestanti che lo educano cristianamente. Francesco resta orfano di madre a nove anni. Dopo aver frequentato il collegio dei Padri Somaschi a Novi Ligure, avrebbe desiderato seguire l’esempio dei fratelli religiosi ma, consigliato da una zia, entrò a quindici anni nell’Accademia militare di Torino, emulando così il fratello Emilio. A ventitré anni partecipa alla Prima Guerra d’Indipendenza come aiutante di campo del principe ereditario Vittorio Emanuele.
Per un periodo viene nominato precettore dei figli del Re Vittorio Emanuele II, ma dopo il rientro a Torino da Parigi, nel 1851, dove aveva studiato per conseguire la licenza in Scienze Matematiche ed Astronomia, gli viene revocato l'incarico. Dopo essersi dimesso dall'esercito, si dedica alle opere di carità, soprattutto in difesa delle donne e delle ragazze madri. Apre il 2 febbraio 1859 la Pia Opera di s. Zita e la pone sotto la protezione della Santa lucchese. Nel 1861 viene nominato dottore aggregato alla Facoltà di Scienze fisiche e matematiche e tre anni dopo inizia ad insegnare topografia, geodesia, trigonometria nella Scuola d’Applicazione dell’esercito. Nel 1864 comincia la costruzione di una chiesa dedicata a Nostra Signora del Suffragio dedicato ai Caduti di tutte le guerre, luogo di preghiera per le anime dei defunti. La Chiesa viene benedetta il 31 ottobre 1876. All'età di cinquantuno anni, Francesco decide di diventare sacerdote, realizzando quella vocazione che per tanti anni aveva custodito nel cuore. Don Bosco lo sostiene. Viene ordinato a Roma il 22 ottobre 1876.
Francesco è stato anche uno scienziato, inventò un barometro differenziale a mercurio, uno scrittoio per ciechi, che fu premiato in alcune esposizioni universali, uno svegliarino elettrico e uno ellipsigrafo. Nel 1867 pubblicò un saggio scientifico sulla teoria delle forme binarie. Visse non senza contraddizioni il periodo risorgimentale, considerandolo necessario, era però angustiato dagli attacchi alla Chiesa. Era un uomo di preghiera, “un asceta cittadino”, tra i primi ad introdurre le adorazioni notturne in città. Nel 1868 nasce la Congregazione alle Suore Minime di N. S. del Suffragio. Le chiamò Minime in omaggio del suo Patrono s. Francesco di Paola. Al Beato si devono opere non solo scientifiche ma anche teologiche. Amava studiare e documentarsi, conosceva l’inglese, il tedesco ed il francese; era solito affermare: “l’istruirmi e l’essere utile agli altri, sono i cardini della porta della mia felicità”. Muore a Torino il 27 marzo 1888, due mesi dopo l’amico don Bosco. Francesco Faà di Bruno è stato beatificato il 25 settembre 1988. Le sue reliquie sono venerate nella Chiesa di N.S. del Suffragio annessa alla Casa Madre dell’Istituto. Un museo raccoglie i suoi ricordi, libri antichi, molti strumenti scientifici e alcune sue invenzioni. Le Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio sono oggi missionarie in diverse paesi del mondo, nello spirito che il Fondatore ha racchiuso nel suo motto: PREGARE, AGIRE, SOFFRIRE.
Per un periodo viene nominato precettore dei figli del Re Vittorio Emanuele II, ma dopo il rientro a Torino da Parigi, nel 1851, dove aveva studiato per conseguire la licenza in Scienze Matematiche ed Astronomia, gli viene revocato l'incarico. Dopo essersi dimesso dall'esercito, si dedica alle opere di carità, soprattutto in difesa delle donne e delle ragazze madri. Apre il 2 febbraio 1859 la Pia Opera di s. Zita e la pone sotto la protezione della Santa lucchese. Nel 1861 viene nominato dottore aggregato alla Facoltà di Scienze fisiche e matematiche e tre anni dopo inizia ad insegnare topografia, geodesia, trigonometria nella Scuola d’Applicazione dell’esercito. Nel 1864 comincia la costruzione di una chiesa dedicata a Nostra Signora del Suffragio dedicato ai Caduti di tutte le guerre, luogo di preghiera per le anime dei defunti. La Chiesa viene benedetta il 31 ottobre 1876. All'età di cinquantuno anni, Francesco decide di diventare sacerdote, realizzando quella vocazione che per tanti anni aveva custodito nel cuore. Don Bosco lo sostiene. Viene ordinato a Roma il 22 ottobre 1876.
Francesco è stato anche uno scienziato, inventò un barometro differenziale a mercurio, uno scrittoio per ciechi, che fu premiato in alcune esposizioni universali, uno svegliarino elettrico e uno ellipsigrafo. Nel 1867 pubblicò un saggio scientifico sulla teoria delle forme binarie. Visse non senza contraddizioni il periodo risorgimentale, considerandolo necessario, era però angustiato dagli attacchi alla Chiesa. Era un uomo di preghiera, “un asceta cittadino”, tra i primi ad introdurre le adorazioni notturne in città. Nel 1868 nasce la Congregazione alle Suore Minime di N. S. del Suffragio. Le chiamò Minime in omaggio del suo Patrono s. Francesco di Paola. Al Beato si devono opere non solo scientifiche ma anche teologiche. Amava studiare e documentarsi, conosceva l’inglese, il tedesco ed il francese; era solito affermare: “l’istruirmi e l’essere utile agli altri, sono i cardini della porta della mia felicità”. Muore a Torino il 27 marzo 1888, due mesi dopo l’amico don Bosco. Francesco Faà di Bruno è stato beatificato il 25 settembre 1988. Le sue reliquie sono venerate nella Chiesa di N.S. del Suffragio annessa alla Casa Madre dell’Istituto. Un museo raccoglie i suoi ricordi, libri antichi, molti strumenti scientifici e alcune sue invenzioni. Le Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio sono oggi missionarie in diverse paesi del mondo, nello spirito che il Fondatore ha racchiuso nel suo motto: PREGARE, AGIRE, SOFFRIRE.
lunedì 11 novembre 2013
San Martino, vescovo
Nasce in Pannonia l'attuale Ungheria, tra il 316 ed il 317, da famiglia pagana ma viene istruito sulla dottrina cristiana quando è ancora ragazzo. Martino è figlio di un ufficiale dell’esercito romano ed ancora giovanissimo, per seguire le orme del padre, si arruola nella cavalleria imperiale, prestando poi servizio in Gallia. E’ in quest’epoca che può collocarsi l’episodio famosissimo di Martino a cavallo, che con la spada taglia in due il suo mantello militare, per difendere un mendicante dal freddo. Nel frattempo Martino si fa battezzare e nel 356 lascia l'esercito e raggiunge a Poitiers il dotto e combattivo vescovo Ilario che aveva conosciuto qualche anno prima e che lo nomina esorcista: un passo sulla via del sacerdozio, avvenuto dopo il 360 dalle stesse mani del Vescovo Ilario. Un anno dopo fonda a Ligugé (a dodici chilometri da Poitiers) una comunità di asceti, che è considerata il primo monastero databile in Europa.
Nel 371 viene eletto vescovo di Tours. Per qualche tempo, tuttavia, risiede nell’altro monastero da lui fondato a quattro chilometri dalla città chiamato Marmoutier. Di qui intraprende la sua missione, ultraventennale azione per cristianizzare le campagne: per esse Cristo è ancora "il Dio che si adora nelle città". Non ha la cultura di Ilario, e un po’ rimane il soldato sbrigativo che era, come quando abbatte edifici e simboli dei culti pagani, ispirando più risentimenti che adesioni. Ma l’evangelizzazione riesce perché l’impetuoso vescovo si fa protettore dei poveri contro lo spietato fisco romano, promuove la giustizia tra deboli e potenti. Con lui le plebi rurali rialzano la testa. Sapere che c’è lui fa coraggio. Questo spiega l’enorme popolarità in vita e la crescente venerazione successiva.
Quando muore a Candes, verso la mezzanotte di domenica 8 novembre 397, si disputano il corpo gli abitanti di Poitiers e quelli di Tours. Questi ultimi, di notte, lo portano poi nella loro città per via d’acqua, lungo i fiumi Vienne e Loire.
Nel 371 viene eletto vescovo di Tours. Per qualche tempo, tuttavia, risiede nell’altro monastero da lui fondato a quattro chilometri dalla città chiamato Marmoutier. Di qui intraprende la sua missione, ultraventennale azione per cristianizzare le campagne: per esse Cristo è ancora "il Dio che si adora nelle città". Non ha la cultura di Ilario, e un po’ rimane il soldato sbrigativo che era, come quando abbatte edifici e simboli dei culti pagani, ispirando più risentimenti che adesioni. Ma l’evangelizzazione riesce perché l’impetuoso vescovo si fa protettore dei poveri contro lo spietato fisco romano, promuove la giustizia tra deboli e potenti. Con lui le plebi rurali rialzano la testa. Sapere che c’è lui fa coraggio. Questo spiega l’enorme popolarità in vita e la crescente venerazione successiva.
Quando muore a Candes, verso la mezzanotte di domenica 8 novembre 397, si disputano il corpo gli abitanti di Poitiers e quelli di Tours. Questi ultimi, di notte, lo portano poi nella loro città per via d’acqua, lungo i fiumi Vienne e Loire.
lunedì 4 novembre 2013
San Carlo Borromeo, vescovo
Carlo nasce ad Arona in provincia di Novara, nella Rocca dei Borromeo, padroni e signori del Lago Maggiore e delle terre rivierasche, il 2 ottobre del 1538. E' il secondo figlio del Conte Gilberto e Margherita dè Medici, sorella di Papa Pio IV, quindi, secondo l'uso delle famiglie nobiliari, viene tonsurato a 12 anni. Carlo non disdegna affatto la sua condizione di uomo avviato alla carriera ecclesiastica, anzi si impegna con profitto e grandi capacità morali, spirituali ed intellettuali. Studia diritto canonico e civile a Pavia, dove si laurea in utroque iure nel 1559. Lo zio materno Giovanni Angelo dè Medici viene eletto papa il 26 dicembre 1559 col nome di Pio IV e lo chiama a Roma affidandogli la direzione degli affari più importanti della Chiesa e creandolo cardinale di Santa Romana Chiesa a soli 22 anni. Nel 1562 muore improvvisamente il fratello Federico, il primogenito della famiglia e a Carlo viene consigliato di lasciare l'ufficio ecclesiastico e di sposarsi per non estinguere la dinastia familiare. Carlo invece preferisce lo stato ecclesiastico e decide di farsi ordinare sacerdote e nel 1563 a 25 anni viene consacrato vescovo. Nel 1566 lascia la corte pontificia e prende possesso della Diocesi di Milano. Si dedica alle anime, alla restaurazione e moralizzazione del clero e degli ordini religiosi, nonché alla loro formazione religiosa. Fonda seminari, edifica ospedali e ospizi, è organizzatore e ispiratore di confraternite religiose, di opere pie, di istituti benefici. Dona, inoltre, a piene mani, le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. San Carlo Borromeo è uno dei più grandi Vescovi nella storia della Chiesa: grande nella carità, grande nella dottrina, grande nell'apostolato, ma grande soprattutto nella pietà e nella devozione.
"Le anime - diceva- si conquistano con le ginocchia". Si conquistano cioè con la preghiera e la preghiera umile. San Carlo Borromeo fu uno dei maggiori conquistatori di anime di tutti i tempi. Carlo è di fibra molto robusta, si sottopone a grandi fatiche, mangia e dorme poco, fino a logorarsi completamente. Il 3 novembre 1584, il titanico e santo Vescovo di Milano crolla sotto il peso della sua insostenibile fatica, ha soltanto 46 anni.
"Le anime - diceva- si conquistano con le ginocchia". Si conquistano cioè con la preghiera e la preghiera umile. San Carlo Borromeo fu uno dei maggiori conquistatori di anime di tutti i tempi. Carlo è di fibra molto robusta, si sottopone a grandi fatiche, mangia e dorme poco, fino a logorarsi completamente. Il 3 novembre 1584, il titanico e santo Vescovo di Milano crolla sotto il peso della sua insostenibile fatica, ha soltanto 46 anni.
giovedì 24 ottobre 2013
San Luigi Guanella, sacerdote
Luigi Guanella nasce a Fraciscio di Campodolcino (Sondrio) il 19 dicembre 1842 da Lorenzo che per 24 anni fu sindaco di Campodolcino e Maria mamma dolce e paziente. A dodici anni va a studiare nel collegio Gallio di Como e prosegue poi gli studi nei seminari diocesani (1854-1866). Viene ordinato sacerdote il 26 maggio 1866. Inizia il suo cammino di pastorale in varie parrocchie dedicandosi all'istruzione dei ragazzi e degli adulti, all'elevazione religiosa, morale e sociale dei suoi parrocchiani, con la difesa del popolo dagli assalti del liberalismo e con l'attenzione privilegiata ai più poveri ei bisognosi: bambini e giovani, anziani lasciati soli, emarginati, handicappati psichici, ciechi, sordomuti, storpi. Così con alcune Orsoline, che organizza in congregazione religiosa, le Figlie di S. Maria della Provvidenza, avvia la Casa della Divina Provvidenza in Como (1886), con la collaborazione di suor Marcellina Bosatta e della sorella Beata Chiara. La Casa vede subito un rapido sviluppo, allargando l'assistenza dal ramo femminile a quello maschile (congregazione dei Servi della Carità), benedetta e sostenuta dal Vescovo B. Andrea Ferrari. L'opera si estende ben presto anche fuori città: nelle province di Milano (1891), Pavia, Sondrio, Rovigo, Roma (1903), a Cosenza e altrove, in Svizzera e negli Stati Uniti d'America (1912), sotto la protezione e l'amicizia di S. Pio X. Luigi nella sua attività pastorale e caritativa riunisce in sé i carismi di don Bosco e di don Orione. Sa coniugare lo spirito di carità del fare nel lavoro e nel sacrificio con una vita dedita alle devozioni al S. Cuore, alla Vergine Immacolata e un'ascetica austera fatta di penitenze, di preghiere, di severità e osservanza, il tutto sempre con uno stile di semplicità, misericordia e speranza gioiosa.
Muore a Como il 24 ottobre 1915. E'stato proclamato beato da Paolo VI il 25 ottobre 1964 ed è stato canonizzato a Roma da Papa Benedetto XVI il 23 ottobre 2011. Il suo corpo è venerato nel Santuario del S. Cuore in Como.
giovedì 10 ottobre 2013
San Daniele Comboni, vescovo e missionario
Daniele Comboni nasce a Limone del Garda in provincia di Brescia il 15 marzo 1831; fin da giovane coltiva il desiderio di diventare missionario in Africa e ordinato sacerdote nel 1854, tre anni dopo sbarca in Africa. Il primo viaggio missionario finisce presto con un fallimento: l'inesperienza, il clima avverso, l'ostilità dei mercanti di schiavi costringono Daniele a tornare a Roma. Alcuni suoi compagni si lasciano vincere dallo scoramento, egli progetta un piano globale di evangelizzazione dell'Africa. Mette poi in atto una incisiva opera di sensibilizzazione a Roma e in Europa e fonda diversi istituti maschili e femminili, oggi chiamati comboniani. Di nuovo in Africa nel 1868, Daniele può finalmente dare avvio al suo piano. Con i sacerdoti e le suore che l'hanno seguito, si dedica all'educazione della gente di colore e lotta instancabilmente contro la tratta degli schiavi. Le comunità da lui fondate seguono il modello delle riduzioni dei Gesuiti in America Latina. Spirito aperto e intraprendente, Comboni comprende presto l'importanza della stampa. Scrive numerose opere di animazione missionaria e fonda la rivista Nigrizia che è attiva ancora oggi. Negli anni 1877-78 vive insieme con i suoi missionari e missionarie la tragedia di una siccità e carestia senza precedenti e nell’autunno 1881 riprendono le epidemie: vaiolo, tifo fulminante, con strage di preti e suore in una Khartum desolata. Comboni assiste i morenti, celebra i funerali, e infine muore il 10 ottobre 1881 circondato da una folla piangente. Ha 50 anni. Il 5 ottobre del 2003, giorno della canonizzazione, Giovanni Paolo II lo definì un «insigne evangelizzatore e protettore del Continente Nero». Grazie alla sua opera e a quella dei suoi missionari il cattolicesimo in Africa ha oggi un futuro di speranza.
mercoledì 26 giugno 2013
San Josemaría Escrivá de Balaguer
Josemaría Escrivá nacque a Barbastro (Spagna) il 9 gennaio 1902. Fra i 15 e i 16 anni cominciò ad avvertire i primi presentimenti di una chiamata divina, e decise di farsi sacerdote. Nel 1918 iniziò gli studi ecclesiastici nel Seminario di Logroño, e dal 1920 li proseguì nel Seminario S. Francesco di Paola, a Saragozza, dove dal 1922 svolse mansioni di "Superiore". Nel 1923 iniziò gli studi di Legge nell’Università di Saragozza, col permesso dell’Autorità ecclesiastica, senza che ciò ostacolasse gli studi teologici. Ricevette il diaconato il 20 dicembre 1924, e fu ordinato sacerdote il 28 marzo 1925.
Nella primavera del 1927, sempre col permesso dell’Arcivescovo, si trasferì a Madrid, dove si prodigò in un instancabile lavoro sacerdotale in tutti gli ambienti, dedicandosi anche ai poveri e ai malati delle borgate, specie agli incurabili e ai moribondi degli ospedali. Divenne cappellano del “Patronato per i malati”, iniziativa assistenziale delle Dame Apostoliche del Sacro Cuore, e fu docente in un’Accademia universitaria. Frattanto continuava gli studi e i corsi di dottorato in Legge, che a quell’epoca si tenevano solo nell’Università di Madrid.
Il 2 ottobre del 1928 il Signore gli fece vedere con chiarezza l’Opus Dei. Da quel giorno il fondatore dell’Opus Dei si dedicò, con grande zelo apostolico per tutte le anime, a compiere la missione che Dio gli aveva affidato. Il 14 febbraio del 1930 iniziò l’apostolato dell’Opus Dei con le donne. Nel 1934 fu nominato Rettore del Patronato di Santa Elisabetta.
Il 14 febbraio 1943 fondò la Società sacerdotale della Santa Croce, inseparabilmente unita all’Opus Dei, che, oltre a permettere l’ordinazione sacerdotale di membri laici dell’Opus Dei e la loro incardinazione al servizio dell’Opera, avrebbe più tardi consentito pure ai sacerdoti incardinati nelle diocesi di condividere la spiritualità e l’ascetica dell’Opus Dei, cercando la santità nell’esercizio dei doveri ministeriali, pur restando alle esclusive dipendenze del rispettivo Ordinario diocesano.
Nel 1946 si trasferì a Roma, dove rimase fino alla fine della vita. Da Roma stimolò e guidò la diffusione dell’Opus Dei in tutto il mondo, prodigando tutte le sue energie nel dare agli uomini e alle donne dell’Opera una solida formazione dottrinale, ascetica e apostolica. Alla morte del fondatore l’Opus Dei contava più di 60.000 membri, di 80 nazionalità.
Monsignor Escrivá fu Consultore della Pontificia Commissione per l’interpretazione autentica del Codice di Diritto canonico e della Sacra Congregazione per i Seminari e le Università; Prelato onorario di Sua Santità e membro onorario della Pontificia Accademia teologica romana, è stato anche Gran Cancelliere delle Università di Navarra (Spagna) e Piura (Perù) .
San Josemaría Escrivá è morto il 26 giugno 1975. Da anni offriva la sua vita per la Chiesa e per il Papa. Fu sepolto nella Cripta della chiesa di Santa Maria della Pace a Roma.
La fama di santità che già ebbe in vita si è diffusa, dopo la sua morte, in tutti gli angoli della terra, come dimostrano le molte testimonianze di favori spirituali e materiali attribuiti all’intercessione del fondatore dell’Opus Dei; fra di essi si registrano anche guarigioni clinicamente inesplicabili. Numerosissime sono anche state le lettere provenienti dai cinque continenti, fra le quali si annoverano quelle di 69 cardinali e di circa 1.300 vescovi - più di un terzo dell’episcopato mondiale - che chiedevano al Papa l’apertura della Causa di Beatificazione e Canonizzazione di Josemaría Escrivá. La causa si è aperta nel febbraio del 1981. Conclusi tutti i necessari tramiti giuridici, la beatificazione del fondatore dell'Opus Dei è stata celebrata il 17 maggio 1992. Il 6 ottobre 2002 è stato canonizzato nel corso di una solenne cerimonia presieduta dal Santo Padre Giovanni Paolo II, in piazza San Pietro alla presenza di oltre 300 mila fedeli provenienti da tutto il mondo.
Dal 21 maggio 1992 il corpo del beato Josemaría Escrivá riposa nell'altare della chiesa prelatizia di Santa Maria della Pace, nella sede centrale della Prelatura dell'Opus Dei, costantemente accompagnato dalla preghiera e dalla gratitudine delle tante persone di tutto il mondo che si sono avvicinate a Dio attratte dall'esempio e dagli insegnamenti del fondatore dell'Opus Dei e dalla devozione di quanti ricorrono alla sua intercessione.
Il 2 ottobre del 1928 il Signore gli fece vedere con chiarezza l’Opus Dei. Da quel giorno il fondatore dell’Opus Dei si dedicò, con grande zelo apostolico per tutte le anime, a compiere la missione che Dio gli aveva affidato. Il 14 febbraio del 1930 iniziò l’apostolato dell’Opus Dei con le donne. Nel 1934 fu nominato Rettore del Patronato di Santa Elisabetta.
Il 14 febbraio 1943 fondò la Società sacerdotale della Santa Croce, inseparabilmente unita all’Opus Dei, che, oltre a permettere l’ordinazione sacerdotale di membri laici dell’Opus Dei e la loro incardinazione al servizio dell’Opera, avrebbe più tardi consentito pure ai sacerdoti incardinati nelle diocesi di condividere la spiritualità e l’ascetica dell’Opus Dei, cercando la santità nell’esercizio dei doveri ministeriali, pur restando alle esclusive dipendenze del rispettivo Ordinario diocesano.
Nel 1946 si trasferì a Roma, dove rimase fino alla fine della vita. Da Roma stimolò e guidò la diffusione dell’Opus Dei in tutto il mondo, prodigando tutte le sue energie nel dare agli uomini e alle donne dell’Opera una solida formazione dottrinale, ascetica e apostolica. Alla morte del fondatore l’Opus Dei contava più di 60.000 membri, di 80 nazionalità.
Monsignor Escrivá fu Consultore della Pontificia Commissione per l’interpretazione autentica del Codice di Diritto canonico e della Sacra Congregazione per i Seminari e le Università; Prelato onorario di Sua Santità e membro onorario della Pontificia Accademia teologica romana, è stato anche Gran Cancelliere delle Università di Navarra (Spagna) e Piura (Perù) .
San Josemaría Escrivá è morto il 26 giugno 1975. Da anni offriva la sua vita per la Chiesa e per il Papa. Fu sepolto nella Cripta della chiesa di Santa Maria della Pace a Roma.
La fama di santità che già ebbe in vita si è diffusa, dopo la sua morte, in tutti gli angoli della terra, come dimostrano le molte testimonianze di favori spirituali e materiali attribuiti all’intercessione del fondatore dell’Opus Dei; fra di essi si registrano anche guarigioni clinicamente inesplicabili. Numerosissime sono anche state le lettere provenienti dai cinque continenti, fra le quali si annoverano quelle di 69 cardinali e di circa 1.300 vescovi - più di un terzo dell’episcopato mondiale - che chiedevano al Papa l’apertura della Causa di Beatificazione e Canonizzazione di Josemaría Escrivá. La causa si è aperta nel febbraio del 1981. Conclusi tutti i necessari tramiti giuridici, la beatificazione del fondatore dell'Opus Dei è stata celebrata il 17 maggio 1992. Il 6 ottobre 2002 è stato canonizzato nel corso di una solenne cerimonia presieduta dal Santo Padre Giovanni Paolo II, in piazza San Pietro alla presenza di oltre 300 mila fedeli provenienti da tutto il mondo.
Dal 21 maggio 1992 il corpo del beato Josemaría Escrivá riposa nell'altare della chiesa prelatizia di Santa Maria della Pace, nella sede centrale della Prelatura dell'Opus Dei, costantemente accompagnato dalla preghiera e dalla gratitudine delle tante persone di tutto il mondo che si sono avvicinate a Dio attratte dall'esempio e dagli insegnamenti del fondatore dell'Opus Dei e dalla devozione di quanti ricorrono alla sua intercessione.
| Fonte: | Ufficio Informazioni dell'Opus Dei |
martedì 4 giugno 2013
San Filippo Smaldone
Filippo Smaldone nasce a Napoli il 27 luglio 1848, l’anno dei famosi «moti di Napoli ». L’arco di vita di Filippo, che si stende dal 1848 al 1923, fu contrassegnato da decenni particolarmente densi di tensioni e contrasti nei vari campi e settori della vita della società italiana, specialmente nella sua patria d’origine, e della stessa Chiesa. Quando egli era ragazzo di dodici anni, la monarchia borbonica, alla quale era fortemente attaccata la sua famiglia, conobbe il suo rovesciamento politico, e la Chiesa, con la conquista di Garibaldi, conobbe momenti drammatici con l’esilio del suo Cardinale Arcivescovo Sisto Riario Sforza. Non erano tempi certamente favorevoli e ben promettenti per il futuro, specialmente per la gioventù, che subiva il forte travaglio del nuovo corso socio-politico-religioso. Fu in quella fase di crisi istituzionale e sociale che Filippo prese la decisione irrevocabile di ascendere al sacerdozio e di legarsi per sempre al servizio della Chiesa, che vedeva osteggiata e perseguitata e, mentre era ancora studente di filosofia e di teologia, volle già dare un’impronta di servizio caritatevole alla sua carriera ecclesiastica dedicandosi all’assistenza di una categoria di soggetti emarginati, che erano particolarmente numerosi e fin troppo abbandonati in quei tempi a Napoli: i sordi.
Viene ordinato sacerdote il 23 settembre 1871. Appena sacerdote, iniziò un fervido ministero sacerdotale come assiduo catechista nelle cappelle serotine, che da fanciullo aveva frequentato con profitto, come collaboratore zelante in varie parrocchie, specialmente in quella di Santa Caterina in Foro Magno, come visitatore assiduo e ricercato di ammalati in cliniche, in ospedali e in case private. La sua carità raggiunse l’acme della generosità e dell’eroismo in occasione di una forte pestilenza a Napoli, dalla quale restò anche lui colpito e portato in fin di vita, e dalla quale fu guarito dalla Madonna di Pompei, che divenne la sua devozione prediletta per tutta la vita. Il 25 marzo 1885 partì per Lecce per aprire, insieme con Don Lorenzo Apicella, un istituto per sordi. Vi condusse alcune suore, che egli era andato formando in precedenza, e gettò così le basi della Congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori. Poiché il cuore compassionevole del sacerdote Smaldone non sapeva dire di no alle richieste di tante famiglie povere, ad un certo punto cominciò ad ospitare, oltre le sorde, anche le fanciulle cieche e le bambine orfane ed abbandonate. Né dimenticava i bisogni umani e morali della gioventù in genere. Aprì, infatti, diverse case con annesse scuole materne, con laboratori femminili, con pensioni per studentesse, tra le quali una anche in Roma. Fu assiduo e stimato confessore di sacerdoti e seminaristi, confessore e direttore spirituale di diverse comunità religiose. Muore a Lecce il 4 giugno 1923.
martedì 30 aprile 2013
San Giuseppe Benedetto Cottolengo
Giuseppe Benedetto Cottolengo nasce il 3 maggio 1786 a Bra, una cittadina della provincia di Cuneo, in una famiglia medio borghese con salde radici cristiane. È il primogenito di 12 figli di cui 6 muoiono in tenera età. Fin dalla sua fanciullezza aveva mostra grande sensibilità verso i poveri. Sceglie la via del sacerdozio, seguito anche da due fratelli. Gli anni della sua giovinezza sono attraversati dall’avventura napoleonica e dai conseguenti disagi in campo religioso e sociale. Compiuti gli studi filosofici e teologici, viene ordinato sacerdote l’8 giugno 1811 nella cappella del seminario di Torino e nominato viceparroco a Corneliano d’Alba. Successivamente riprende gli studi e si trasferisce a Torino, dove nel 1816 si laurea in teologia presso la Regia Università. Due anni dopo viene nominato canonico e aggregato al gruppo di sacerdoti teologi addetti alla chiesa del Corpus Domini di Torino. Trascorre serenamente quel periodo e si distingue per il suo impegno nel predicare, nel confessare e nella dedizione ai poveri. Gli anni tra il 1822 e il 1827 sono caratterizzati da una crescente sensibilità spirituale, che assume l’impronta di un deciso distacco dagli interessi materiali, accompagnato da una tensione per la ricerca di un nuovo modo di vivere la sua vocazione sacerdotale; la meditazione della biografia di S. Vincenzo de’ Paoli lo conduce ad una maturazione della sua dimensione umana e spirituale. Il 2 settembre 1827 viene chiamato per amministrare i sacramenti ad una donna in fin di vita, respinta dagli ospedali della città. In quel tragico episodio, riesce a percepire con più chiarezza i disegni di Dio per la sua vita. Per evitare il ripetersi di simili tragedie umane, animato da divina ispirazione, decide di impegnarsi a soccorrere e assistere le persone abbandonate. È il 17 gennaio 1828 quando prende in affitto alcune stanze non lontano dalla chiesa del Corpus Domini. Qui, grazie alle generosa disponibilità di alcune signore, in particolare della Signora Marianna Nasi Pullino, e di volontari, ha inizio l’opera. Anche se sprovvisto di fondi e di rendite Giuseppe Cottolengo continua ad accogliere persone in stato di grave bisogno o abbandonate. Questa condizione di povertà di mezzi lo fa sentire pienamente libero di confidare in Dio ed essere aiutato dalla Sua Provvidenza. La prima struttura di accoglienza di malati in stato di abbandono incontra una seria di contrasti che ne segnano presto la fine. Tuttavia, sorretto dalla fede nell’azione di Dio, il Cottolengo viene ispirato ad aprire, nel 1832, una nuova casa nel quartiere torinese Valdocco (dove attualmente trova ancora la sua collocazione), e che denomina “Piccola Casa della Divina Provvidenza”, più comunemente conosciuta col nome del suo fondatore : il Cottolengo(SITO UFFICIALE).
Aumenta il numero dei ricoverati e Giuseppe Cottolengo pone alcune famiglie religiose al loro servizio: le Suore Vincenzine, i Fratelli di S. Vincenzo e i Sacerdoti della SS. Trinità. Dà inoltre vita ad alcune famiglie religiose: l’Istituto religioso delle Suore, i Fratelli e la Società dei Sacerdoti a lui intitolati. Pur attraversando nella sua vita momenti drammatici, Giuseppe Cottolengo ha sempre mantenuto serena fiducia di fronte agli eventi: attento a cogliere il ruolo della paternità divina, riconosce in tutte le situazioni la presenza e la misericordia di Dio e, nei poveri, l’immagine più amabile della Sua grandezza. Per mantenere in vita l’opera iniziata, Giuseppe Cottolengo vive tra difficoltà e ostacoli ma non dimentica mai di trattare i poveri con grande rispetto e stima, rivelando speciale affetto per i più indifesi. In tutti i modi possibili al suo tempo, opera per tutelare la loro dignità di essere umani. Con tratti profondamente paterni, con loro si mostra gioioso, pieno di iniziative, rispettoso della loro personalità e dei loro gusti. Si ammala di tifo e capisce che i suoi giorni sono contati. Si distacca allora volontariamente dalle opere che aveva compiuto per Dio e conclude il suo cammino di fede e di vita nella casa di suo fratello Luigi a Chieri (TO). Qui muore santamente il 30 aprile 1842. Giuseppe Benedetto Cottolengo viene sepolto a Torino nella Piccola Casa, in una cappella della chiesa principale, dove riposa ancora oggi. In seguito ai numerosi miracoli verificatisi per sua intercessione, Papa Benedetto XV (Giacomo della Chiesa, 1914-1922)lo beatificò il 28 aprile 1917 e Papa Pio XI (Ambrogio Damiano Achille Ratti, 1922-1939) lo canonizzò il 19 marzo 1934. Oltre alla commemorazione nel Martyrologium Romanum, il santo Cottolengo, per le sue peculiari opere caritatevoli, ha meritato di essere citato nella prima lettera enciclica di Papa Benedetto XVI Deus Caritas Est (Par. 40). San Giuseppe B. Cottolengo amava ripetere, infatti, “Charitas Christi urget nos” (L’Amore di Cristo ci spinge), consapevole che ogni attività assistenziale deve trarre ispirazione dalla pagina evangelica del giudizio finale (Mt 25, 31-40) e dall’ammonimento di Gesù ad abbandonarsi con fiducia alla Provvidenza celeste (cfr Mt 6, 25-34). Era la carità cristiana illuminata dalla fede che gli diceva: “Amen dico vobis : quamdiu fecistis uni de his fratribus meis minimis mihi fecistis.” (“In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.) (Mt 25,40). La “Piccola Casa della Divina Provvidenza”, grazie al suo crescente sviluppo, attualmente estende il raggio della sua azione fuori delle proprie originarie strutture, allargando le braccia ai poveri di altre città d’Italia e nazioni, dal Kenya agli Stati Uniti, alla Svizzera, all’India, all’Ecuador e alla Tanzania.(Tratto da QUI).
Oggi la Santa Chiesa fa anche memoria di
Oggi la Santa Chiesa fa anche memoria di
mercoledì 10 aprile 2013
Santa Maddalena di Canossa
Maddalena Gabriella nasce a Verona il l° marzo 1774 da nobile e ricca famiglia, terzogenita di sei fratelli. A soli cinque anni rimane orfana di padre. Lo zio Gerolamo, scapolo, si prese cura dei figli del fratello perché la madre Teresa, figlia del conte Szluha, ungherese, dopo due anni di vedovanza, abbandona figli e casa per contrasti familiari e passa a seconde nozze. A quindici anni Maddalena fu travagliata prima da una febbre maligna, poi da una dolorosa sciatica e quindi dal vaiolo. Attratta dall'amore di Dio, a 17 anni desidera consacrare la propria vita a Lui e per due volte tenta l'esperienza del Carmelo. Ritorna in famiglia e, costretta da avvenimenti dolorosi e da tragiche situazioni storiche di fine Settecento, racchiude nel segreto del cuore la sua chiamata e si inserisce nella vita di palazzo Canossa, accettando l'amministrazione del vasto patrimonio familiare. Con impegno e dedizione, Maddalena assolve i suoi doveri quotidiani e allarga la cerchia delle sue amicizie, rimanendo aperta all'azione misteriosa dello Spirito che gradualmente plasma il suo cuore. Accesa da questa carità, Maddalena si apre al grido dei poveri affamati di pane, di istruzione, di comprensione, della Parola di Dio. Li scopre nei quartieri periferici di Verona, dove i riflessi della Rivoluzione francese, le alterne dominazioni di Imperatori stranieri, le Pasque veronesi, avevano lasciato segni di evidenti devastazioni e di umane sofferenze.
Maddalena cerca e trova le prime compagne, chiamate a seguire Cristo povero, casto, obbediente e inviate a testimoniare la sua Carità incondizionata tra i fratelli.
Nel 1808, superate le ultime resistenze della sua famiglia, Maddalena lascia definitivamente il palazzo Canossa per dare inizio, nel quartiere più povero di Verona, a quella che interiormente riconosce essere la volontà del Signore: servire gli uomini più bisognosi con il cuore di Cristo!
L'Istituzione delle Figlie della Carità tra il 1819 e il 1820 ottiene l'approvazione ecclesiastica nelle varie Diocesi dove le Comunità sono presenti.
Sua Santità Leone XII approva la Regola dell'Istituto, con il Breve Si Nobis, il 23 dicembre 1828.
Verso la fine della vita, dopo ripetuti falliti tentativi con don Antonio Rosmini e don Antonio Provolo, Maddalena riesce a dare avvio anche all'Istituto maschile da lei progettato sin dal 1799.
Il 23 maggio 1831 a Venezia apre il primo Oratorio dei Figli della Carità per la formazione cristiana dei ragazzi e degli uomini, affidandolo al sacerdote veneziano don Francesco Luzzo, coadiuvato da due laici bergamaschi: Giuseppe Carsana e Benedetto Belloni.
Maddalena chiude la sua intensa e feconda giornata terrena a soli 61 anni. Muore a Verona assistita dalle sue Figlie il 10 aprile 1835, venerdì di Passione! Viene canonizzata il 2 ottobre 1988 da Papa Giovanni Paolo II.
lunedì 18 febbraio 2013
Santa Gertrude Comensoli, monaca
Caterina nasce a Bienno in provincia di Brescia, da famiglia povera il 18 gennaio 1847. Vive un’infanzia serena in famiglia e con le amiche, frequenta la scuola elementare del paese. Papà Carlo è fucinaro e la mamma Anna Maria Milesi è sarta. Svela fin da bambina la sua sensibilità eucaristica; impaziente di ricevere Gesù, a 6 anni, un mattino, al suon dell’Ave Maria, entra nella chiesina dove si celebra la “Messa prima” e accostatasi alla balaustra tra la gente, riceve la sua Comunione “segreta”. Nel 1867 si consacra nella Compagnia di Sant’Angela Merici.
Ammalatosi il padre nel 1869, per portare aiuto alla famiglia è disposta a lasciare Bienno. La superiora di Brescia, Maddalena Girelli, la indirizza a Chiari (BS) in qualità di domestica, nella rinomata e numerosa famiglia di don Giovanni Battista Rota, che ha ben 3 sorelle appartenenti alla Compagnia di santa Angela.
Nel 1874 la mamma la prega di recarsi a Milano dai conti Vitali Fè residenti a Milano nel Palazzo di Corso Venezia 36, nei ruoli di dama di compagnia e di cura dei due figlioletti maschi: Bartolomeo e Giulio. Caterina si occupa di Bartolomeo fino all’età scolare, Giulio muore a pochi mesi; segue la contessa Ippolita nei suoi movimenti e nei suoi viaggi: Milano, Brescia, Bergamo, San Gervasio d’Adda e in diverse località termali. Rimane a servizio tra Milano e San Gervasio per 8 anni.
Fattasi ormai donna saggia, ricca di capacità umane e di sensibilità interiori, portata a una spiritualità profonda e a una crescente attenzione alle necessità educative delle giovinette, ai poveri e ai malati, matura sempre più in lei l’ideale di fondare un Istituto dedito all’Adorazione e all’Educazione dei piccoli e dei giovani, che si concretizza con l’incontro a Bergamo del sacerdote don Francesco Spinelli. Dal 1879 al 1882 il progetto che delinea con don Francesco, si precisa e, dopo essere stato sottoposto al vescovo di Bergamo mons. Gaetano Camillo Guindani, l’Istituto si fonda il 15 dicembre 1882. In città e in diocesi l’iniziativa è ben accolta, perché è l’unica sul territorio bergamasco con lo scopo primario dell’Adorazione perpetua. La Casa Madre è in Bergamo, ma altre case si aprono, vivente la Fondatrice, in Lombardia e nel Veneto.
Un crollo finanziario sembra portare tutto alla rovina, ma Santa Geltrude, dopo un fugace smarrimento, lo considera una prova richiesta dal Signore e reagisce con forte fede e tenacia, fiduciosa nella Divina Provvidenza, sebbene debba rifugiarsi a Lodi con le suore che le restano vicino nel dolore, nella pazienza e nella speranza della ricostruzione. Tuttavia si sottopone totalmente alla Volontà di Dio “Fate quello che piace a Voi mio Dio, purché restate glorificato eleggo di soffrire qualunque pena. La vostra volontà, non la mia, non cerco me, no, [cerco] la pura gloria del mio Dio;… Amen Fiat”. (Gli Scritti, p. 58, Brescia 1981)
Rinasce l’Istituto rigoglioso e vivo come un tenero albero, che ha trovato le sue radici nel terreno ubertoso della preghiera, della sofferenza, della fede e dell’umiltà; rinasce grazie all’energia e all’equilibrio di Santa Geltrude, delle suore che hanno collaborato con tutte le forze e con tutto l’amore di cui erano capaci per la realizzazione di un sogno che ormai era diventato comune; rinasce grazie al concreto e premuroso sostegno del vescovo di Lodi mons. Giovanni Battista Rota, di Chiari, nella cui famiglia la Comensoli era stata domestica per 5 anni; rinasce grazie al vescovo di Bergamo mons. G.C. Guindani, che nel 1889 raccomanda con premura le Suore Sacramentine a mons. Rota, il quale viene alla determinazione di riconoscere, con decreto 8 settembre 1891, l’Istituto delle Suore Sacramentine di Bergamo, canonicamente eretto in Lodi con Casa Madre temporanea in Lavagna di Comazzo.
La finalità dell’Istituto è duplice: “Adorare Gesù in Sacramento e Attendere ad opere di carità verso il prossimo a seconda delle disposizioni della Divina Provvidenza, avendo di mira specialmente l’educar la gioventù”. Nel 1892 la Comensoli riconquista, sia pur in affitto, la prima casa di Bergamo e ritorna, dopo due anni, con le suore all’amata Casa Madre, culla della Congregazione alla quale dà un impulso decisivo e vitale.
Santa Geltrude lascia aperte 16 case prima della sua morte e l’Istituto con 179 suore; assistono: le operaie nei convitti, nelle filande, nelle tessiture e altri laboratori, le orfane, le ragazze coatte minorenni, le studenti nei pensionati, gli anziani nei ricoveri, i malati di pellagra e le cucine economiche, insegnano il ricamo in oro. Inoltre operano nelle parrocchie e negli oratori, aprono scuole di studio e di lavoro, doposcuola, insegnano in diverse scuole comunali.
Santa Geltrude vede il primo riconoscimento pontificio dell’Istituto nel Decreto di Lode dell’11 aprile 1900 promulgato da Leone XIII.
L’opera di Dio è compiuta!
Santa Geltrude ormai ha dato tutte le garanzie di continuità per l’Adorazione pubblica perpetua a Gesù Sacramentato, ha trasfuso nelle suore il prezioso patrimonio spirituale di preghiera, di umiltà e di carità soprattutto verso i poveri quindi può andare incontro al suo sposo Gesù.
A mezzogiorno del 18 febbraio 1903, piegando il capo verso la finestrella per un ultimo sguardo a Gesù Esposto, muore. Ha solo 56 anni.
Il Decreto del riconoscimento pontificio dell’Istituto avviene nel 1906 e quello delle Costituzioni nel 1910, entrambi emanati da Papa Pio X, che Santa Geltrude aveva conosciuto quando era arcivescovo di Venezia.
Nel mondo, presenti saranno “sempre” le Suore Sacramentine, che con gioia e “brio” prolungano il Carisma di santa Geltrude nell’Adorazione del Mistero Eucaristico e s’impegnano a farlo conoscere ed amare
L’Istituto è presente in tutta l’Italia 1882, in Brasile 1946, in Malawi 1976, in Ecuador 1987, in Kenya 1991, in Bolivia 2005, in Croazia 2006. Nel 1939/1940 le Suore Sacramentine raggiunsero anche l’Etiopia e la Cina, ma in seguito a rivolgimenti politici, le Suore furono internate in “campi” maltrattate e derise e poi espulse nel 1943 dall’Etiopia e nel 1951 dalla Cina.
“Gesù, amarti e farti amare” è stato il desiderio di tutta la vita di santa Geltrude e l’Eredità Spirituale lasciata a tutte le Suore Sacramentine e a tutti gli uomini di buona volontà nel mondo.
E’ stata dichiarata Venerabile, per l’Eroicità delle Virtù, da Papa Giovanni XXIII il 26 aprile 1961.
E’ stata proclamata Beata da Papa Giovanni Paolo II l’1 ottobre 1989.
E’ stata proclamata Santa da Papa Benedetto XVI il 26 aprile 2009.
Ammalatosi il padre nel 1869, per portare aiuto alla famiglia è disposta a lasciare Bienno. La superiora di Brescia, Maddalena Girelli, la indirizza a Chiari (BS) in qualità di domestica, nella rinomata e numerosa famiglia di don Giovanni Battista Rota, che ha ben 3 sorelle appartenenti alla Compagnia di santa Angela.
Nel 1874 la mamma la prega di recarsi a Milano dai conti Vitali Fè residenti a Milano nel Palazzo di Corso Venezia 36, nei ruoli di dama di compagnia e di cura dei due figlioletti maschi: Bartolomeo e Giulio. Caterina si occupa di Bartolomeo fino all’età scolare, Giulio muore a pochi mesi; segue la contessa Ippolita nei suoi movimenti e nei suoi viaggi: Milano, Brescia, Bergamo, San Gervasio d’Adda e in diverse località termali. Rimane a servizio tra Milano e San Gervasio per 8 anni.
Fattasi ormai donna saggia, ricca di capacità umane e di sensibilità interiori, portata a una spiritualità profonda e a una crescente attenzione alle necessità educative delle giovinette, ai poveri e ai malati, matura sempre più in lei l’ideale di fondare un Istituto dedito all’Adorazione e all’Educazione dei piccoli e dei giovani, che si concretizza con l’incontro a Bergamo del sacerdote don Francesco Spinelli. Dal 1879 al 1882 il progetto che delinea con don Francesco, si precisa e, dopo essere stato sottoposto al vescovo di Bergamo mons. Gaetano Camillo Guindani, l’Istituto si fonda il 15 dicembre 1882. In città e in diocesi l’iniziativa è ben accolta, perché è l’unica sul territorio bergamasco con lo scopo primario dell’Adorazione perpetua. La Casa Madre è in Bergamo, ma altre case si aprono, vivente la Fondatrice, in Lombardia e nel Veneto.
Un crollo finanziario sembra portare tutto alla rovina, ma Santa Geltrude, dopo un fugace smarrimento, lo considera una prova richiesta dal Signore e reagisce con forte fede e tenacia, fiduciosa nella Divina Provvidenza, sebbene debba rifugiarsi a Lodi con le suore che le restano vicino nel dolore, nella pazienza e nella speranza della ricostruzione. Tuttavia si sottopone totalmente alla Volontà di Dio “Fate quello che piace a Voi mio Dio, purché restate glorificato eleggo di soffrire qualunque pena. La vostra volontà, non la mia, non cerco me, no, [cerco] la pura gloria del mio Dio;… Amen Fiat”. (Gli Scritti, p. 58, Brescia 1981)
Rinasce l’Istituto rigoglioso e vivo come un tenero albero, che ha trovato le sue radici nel terreno ubertoso della preghiera, della sofferenza, della fede e dell’umiltà; rinasce grazie all’energia e all’equilibrio di Santa Geltrude, delle suore che hanno collaborato con tutte le forze e con tutto l’amore di cui erano capaci per la realizzazione di un sogno che ormai era diventato comune; rinasce grazie al concreto e premuroso sostegno del vescovo di Lodi mons. Giovanni Battista Rota, di Chiari, nella cui famiglia la Comensoli era stata domestica per 5 anni; rinasce grazie al vescovo di Bergamo mons. G.C. Guindani, che nel 1889 raccomanda con premura le Suore Sacramentine a mons. Rota, il quale viene alla determinazione di riconoscere, con decreto 8 settembre 1891, l’Istituto delle Suore Sacramentine di Bergamo, canonicamente eretto in Lodi con Casa Madre temporanea in Lavagna di Comazzo.
La finalità dell’Istituto è duplice: “Adorare Gesù in Sacramento e Attendere ad opere di carità verso il prossimo a seconda delle disposizioni della Divina Provvidenza, avendo di mira specialmente l’educar la gioventù”. Nel 1892 la Comensoli riconquista, sia pur in affitto, la prima casa di Bergamo e ritorna, dopo due anni, con le suore all’amata Casa Madre, culla della Congregazione alla quale dà un impulso decisivo e vitale.
Santa Geltrude lascia aperte 16 case prima della sua morte e l’Istituto con 179 suore; assistono: le operaie nei convitti, nelle filande, nelle tessiture e altri laboratori, le orfane, le ragazze coatte minorenni, le studenti nei pensionati, gli anziani nei ricoveri, i malati di pellagra e le cucine economiche, insegnano il ricamo in oro. Inoltre operano nelle parrocchie e negli oratori, aprono scuole di studio e di lavoro, doposcuola, insegnano in diverse scuole comunali.
Santa Geltrude vede il primo riconoscimento pontificio dell’Istituto nel Decreto di Lode dell’11 aprile 1900 promulgato da Leone XIII.
L’opera di Dio è compiuta!
Santa Geltrude ormai ha dato tutte le garanzie di continuità per l’Adorazione pubblica perpetua a Gesù Sacramentato, ha trasfuso nelle suore il prezioso patrimonio spirituale di preghiera, di umiltà e di carità soprattutto verso i poveri quindi può andare incontro al suo sposo Gesù.
A mezzogiorno del 18 febbraio 1903, piegando il capo verso la finestrella per un ultimo sguardo a Gesù Esposto, muore. Ha solo 56 anni.
Il Decreto del riconoscimento pontificio dell’Istituto avviene nel 1906 e quello delle Costituzioni nel 1910, entrambi emanati da Papa Pio X, che Santa Geltrude aveva conosciuto quando era arcivescovo di Venezia.
Nel mondo, presenti saranno “sempre” le Suore Sacramentine, che con gioia e “brio” prolungano il Carisma di santa Geltrude nell’Adorazione del Mistero Eucaristico e s’impegnano a farlo conoscere ed amare
L’Istituto è presente in tutta l’Italia 1882, in Brasile 1946, in Malawi 1976, in Ecuador 1987, in Kenya 1991, in Bolivia 2005, in Croazia 2006. Nel 1939/1940 le Suore Sacramentine raggiunsero anche l’Etiopia e la Cina, ma in seguito a rivolgimenti politici, le Suore furono internate in “campi” maltrattate e derise e poi espulse nel 1943 dall’Etiopia e nel 1951 dalla Cina.
“Gesù, amarti e farti amare” è stato il desiderio di tutta la vita di santa Geltrude e l’Eredità Spirituale lasciata a tutte le Suore Sacramentine e a tutti gli uomini di buona volontà nel mondo.
E’ stata dichiarata Venerabile, per l’Eroicità delle Virtù, da Papa Giovanni XXIII il 26 aprile 1961.
E’ stata proclamata Beata da Papa Giovanni Paolo II l’1 ottobre 1989.
E’ stata proclamata Santa da Papa Benedetto XVI il 26 aprile 2009.
Autore:
Sr Rosetta Morelli
Fonte:
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Archivio Storico Suore Sacramentine di Bergamo
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giovedì 24 gennaio 2013
San Francesco di Sales
Nasce da nobile famiglia il 21 agosto 1567 in Savoia nel castello di Sales. Studia giurisprudenza a Parigi e poi a Padova. Viene ordinato sacerdote nel 1593. Dopo nove anni viene nominato vescovo di Ginevra. Scrive opere ascetico-mistiche ( Le più conosciute sono 'INTRODUZIONE ALLA VITA DEVOTA' E 'TRATTATO DELL'AMORE DI DIO' ) e, grazie alla sua azione pastorale instancabile, zelante e saggia fa ritornare all'unità della Chiesa molti calvinisti. Legato da profonda amicizia a Santa Giovanna Francesca di Chantal, insieme a lei fonda l'Ordine della Visitazione. Muore il 28 dicembre 1622.
E' dottore della Chiesa.
DALLA 'INTRODUZIONE ALLA VITA DEVOTA' (PARTE I CAP.3)
Nella creazione Dio comandò alle piante di produrre i loro frutti , ognuna "seconda la propria specie" (Gen 1,11). Lo stesso comando rivolge ai cristiani, che sono le piante vive della sua Chiesa, perchè producano frutti di devozione, ognuno secondo il suo stato e la sua condizione. La devozione deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dall'artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella coniugata. Ciò non basta; bisogna anche accordare la pratica della devozione alle forze, agli impegni e ai doveri di ogni persona. (...) La devozione non distrugge nulla quando è sincera, ma anzi perfeziona tutto e, quando contrasta con gli impegni di qualcuno, è senza dubbio falsa. L'ape trae il miele dai fiori senza sciuparli, lasciandoli intatti e freschi come li ha trovati. La vera devozione fa ancora meglio, perchè non solo non reca pregiudizio ad alcun tipo di vocazione o di occupazione, ma al contrario vi aggiunge bellezza e prestigio. Tutte le pietre preziose, gettate nel miele, diventano più splendenti, ognuna secondo il proprio colore, così ogni persona si perfeziona nella sua vocazione, se l'unisce alla devozione. La cura della famiglia è resa più leggera, l'amore fra marito e moglie più sincero, il servizio del principe più fedele, e tutte le altre occupazioni più soavi e amabili. E' un errore, anzi un'eresia, voler escludere l'esercizio della devozione dall'ambiente militare, dalla bottega degli artigiani, dalla corte dei principi, dalle case dei coniugati. E' vero, Filotea, che la devozione puramente contemplativa , monastica e religiosa può essere vissuta solo in questi stati, ma oltre a questi tre tipi di devozione, ve ne sono molti altri capaci di rendere perfetti coloro che vivono in condizione secolari. Perciò dovunque ci troviamo, possiamo e dobbiamo aspirare alla vita perfetta.
giovedì 17 gennaio 2013
Sant'Antonio, Abate
Antonio nasce verso il 250 d.C. da una agiata famiglia di agricoltori nel villaggio di Coma in Egitto e verso i 18-20 anni rimane orfano dei genitori, con un ricco patrimonio da amministrare e con una sorella minore da educare.
Attratto dall’ammaestramento evangelico “Se vuoi essere perfetto, va’ vendi ciò che hai dallo ai poveri poi vieni e seguimi”, e sull’esempio di alcuni anacoreti che vivevano nei dintorni dei villaggi egiziani, in preghiera, povertà e castità, Antonio sceglie questa strada e venduti i suoi beni, affidata la sorella a una comunità di vergini, si dedica alla vita ascetica davanti alla sua casa e poi al di fuori del paese. E' il Signore stesso che, attraverso un angelo, gli indica la strada da percorrere: il lavoro e la preghiera, che, due secoli dopo, diventerà la regola benedettina “Ora et labora” del Monachesimo Occidentale. Dopo qualche anno di questa edificante esperienza, è sottoposto a dure prove: pensieri osceni, dubbi, l'attaccamento alle cose materiali. Antonio chiede aiuto ad altri asceti, che gli consigliano di ritirarsi in un luogo più solitario.
Così ricoperto appena da un rude panno, si rifugia in un’antica tomba scavata nella roccia di una collina, intorno al villaggio di Coma. Qui si ciba di frutti di bosco ed erbe dei campi e di pane che, di tanto in tanto, gli porta un amico.
In questo luogo è tormentato da terrificanti visioni e frastuoni e da un periodo di terribile oscurità spirituale, dove deve combattere anche i tormenti di satana, ma tutto supera perseverando nella fede in Dio, compiendo giorno per giorno la sua volontà, come gli avevano insegnato i suoi maestri. Antonio con la sua vita ascetica, richiama moltissima gente in cerca di aiuto e conforto, ma anche chi desidera seguire il suo stesso stile di vita. Nel 311 Antonio non esita a lasciare il suo eremo per recarsi ad Alessandria d'Egitto, dove imperversa la persecuzione contro i cristiani, ordinata dall’imperatore romano Massimino Daia, per sostenere e confortare i fratelli nella fede e desideroso lui stesso del martirio, ma viene risparmiato e fa ritorno al suo eremo. In seguito si trasferisce nel deserto della Tebaide, dove vive fino all'età di 106 anni assistito nell'estrema vecchiaia da due monaci che aveva accolto nel suo eremo. Muore il 17 gennaio del 356 e viene seppellito in un luogo segreto. Nel 561 il suo sepolcro viene scoperto e le reliquie cominciano un lungo viaggiare nel tempo, da Alessandria a Costantinopoli, fino in Francia nell’XI secolo a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore.I suoi discepoli tramandarono alla Chiesa la sua sapienza, raccolta in 120 detti e in 20 lettere.
Attratto dall’ammaestramento evangelico “Se vuoi essere perfetto, va’ vendi ciò che hai dallo ai poveri poi vieni e seguimi”, e sull’esempio di alcuni anacoreti che vivevano nei dintorni dei villaggi egiziani, in preghiera, povertà e castità, Antonio sceglie questa strada e venduti i suoi beni, affidata la sorella a una comunità di vergini, si dedica alla vita ascetica davanti alla sua casa e poi al di fuori del paese. E' il Signore stesso che, attraverso un angelo, gli indica la strada da percorrere: il lavoro e la preghiera, che, due secoli dopo, diventerà la regola benedettina “Ora et labora” del Monachesimo Occidentale. Dopo qualche anno di questa edificante esperienza, è sottoposto a dure prove: pensieri osceni, dubbi, l'attaccamento alle cose materiali. Antonio chiede aiuto ad altri asceti, che gli consigliano di ritirarsi in un luogo più solitario.
Così ricoperto appena da un rude panno, si rifugia in un’antica tomba scavata nella roccia di una collina, intorno al villaggio di Coma. Qui si ciba di frutti di bosco ed erbe dei campi e di pane che, di tanto in tanto, gli porta un amico.
In questo luogo è tormentato da terrificanti visioni e frastuoni e da un periodo di terribile oscurità spirituale, dove deve combattere anche i tormenti di satana, ma tutto supera perseverando nella fede in Dio, compiendo giorno per giorno la sua volontà, come gli avevano insegnato i suoi maestri. Antonio con la sua vita ascetica, richiama moltissima gente in cerca di aiuto e conforto, ma anche chi desidera seguire il suo stesso stile di vita. Nel 311 Antonio non esita a lasciare il suo eremo per recarsi ad Alessandria d'Egitto, dove imperversa la persecuzione contro i cristiani, ordinata dall’imperatore romano Massimino Daia, per sostenere e confortare i fratelli nella fede e desideroso lui stesso del martirio, ma viene risparmiato e fa ritorno al suo eremo. In seguito si trasferisce nel deserto della Tebaide, dove vive fino all'età di 106 anni assistito nell'estrema vecchiaia da due monaci che aveva accolto nel suo eremo. Muore il 17 gennaio del 356 e viene seppellito in un luogo segreto. Nel 561 il suo sepolcro viene scoperto e le reliquie cominciano un lungo viaggiare nel tempo, da Alessandria a Costantinopoli, fino in Francia nell’XI secolo a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore.I suoi discepoli tramandarono alla Chiesa la sua sapienza, raccolta in 120 detti e in 20 lettere.
venerdì 14 dicembre 2012
San Giovanni della Croce
Juan de Yepes
Alvarez nasce a Fontiveros, nella provincia di Avila (Spagna) nel 1542. E'
insieme a Santa Teresa d'Avila il riformatore dell'Ordine Carmelitano. Per
tale ragione patì numerose sofferenze e fatiche. Muore a 49 anni nella
mezzanotte fra il 13 e il 14 dicembre del 1591 a Ubeda. Viene canonizzato da
Papa Benedetto XIII nel 1726 e dichiarato Dottore della Chiesa per la sua grande
sapienza, da Papa Pio XI nel 1926. Ci lascia trattati mistici e poetici di
grande valore artistico e spirituale. Navigando ho trovato questo bel sito dei Carmelitani . Traduco le ultime righe che hanno dedicato alla figura di San Giovanni della Croce, che gli rendono merito e onore: 'Egli è un uomo straordinario. Il più grande poeta tra i santi ed il più santo tra i poeti. E' conoscitore dell'anima umana. E'la guida nella notte spirituale. Il teologo, il mistico. Sensibile alla bellezza ed alla sofferenza. Innamorato di Dio. E' il pellegrino nel cammino dello spirito. Figlio di Teresa di Gesù(Teresa è la fondatrice dei Carmelitani Scalzi), Padre di Santa Teresa (ella gli affidava la sua anima). Le parole di San Giovanni della Croce sono parole piene di luce e di amore'. San Giovanni della Croce ci insegna che, per amare Dio, con tutto il cuore, l'anima e le forze, bisogna essere uomini liberi, innamorati di Dio e cercatori instancabili dell'impronta di Dio nell'umanità'.
¡Oh llama de amor viva
que tiernamente hieres
de mi alma en el más profundo centro!
Pues ya no eres esquiva
acaba ya si quieres,
¡rompe la tela de este dulce encuentro!
¡Oh cauterio suave!
¡Oh regalada llaga!
¡Oh mano blanda! ¡Oh toque delicado
que a vida eterna sabe
y toda deuda paga!
Matando, muerte en vida la has trocado.
¡Oh lámparas de fuego
en cuyos resplandores
las profundas cavernas del sentido,
que estaba oscuro y ciego,
con extraños primores
calor y luz dan junto a su querido!
¡Cuán manso y amoroso
recuerdas en mi seno
donde secretamente solo moras,
y en tu aspirar sabroso
de bien y gloria lleno,
cuán delicadamente me enamoras!
martedì 4 dicembre 2012
San Giovanni Calabria
GIOVANNI CALABRIA nacque a Verona l'8 ottobre 1873, settimo e
ultimo figlio di Luigi, ciabattino, e di Angela Foschio, serva di signori e
donna di grande fede, educata dal Servo di Dio don Nicola Mazza nel suo Istituto
per ragazze povere.
La povertà gli fu maestra di vita fin dalla nascita. Alla morte
del babbo, dovette interrompere la IV elementare per cercarsi un lavoro come
garzone. Accortosi delle virtù del
ragazzo, il Rettore di San Lorenzo don Pietro Scapini, lo preparò
privatamente agli esami di ammissione al liceo presso il Seminario. Superata la
prova, vi fu ammesso e frequentò il liceo come esterno. Ma dovette interromperlo
al 13° anno per il servizio militare.
La carità fu la caratteristica di tutta la sua vita
E qui il giovane si distinse soprattutto per la sua grande carità.
Si mise infatti al servizio di tutti, prestandosi agli uffici più umilianti e
rischiosi. Si conquistò l'animo dei suoi commilitoni e dei suoi superiori,
portandone parecchi alla conversione e alla pratica della fede.
Terminato il servizio militare, riprese nuovamente gli studi. In
una fredda nottata di novembre del 1897 - frequentava il 1 ° anno di teologia -
tornando da una visita agli infermi dell'ospedale, trovò accovacciato sull'uscio
di casa un bambino fuggito dagli zingari. Lo raccolse, lo portò in casa, lo
tenne con sé e condivise con lui la sua cameretta. Fu l'inizio delle sue opere
in favore degli orfani e degli abbandonati.
Pochi mesi dopo, fondò la "Pia Unione per l'assistenza agli
ammalati poveri ", riunendo attorno a sé un folto gruppo di chierici e di
laici.
Questi sono solo gli inizi di una vita caratterizzata tutta dalla
carità. "Ogni istante della sua vita fu la personificazione del meraviglioso
cantico di San Paolo sulla Carità" scriverà in una sua lettera postulatoria a
Paolo VI una dottoressa ebrea da don Calabria salvata dalla persecuzione
nazifascista, nascondendola, vestita da suora, tra le religiose del suo
Istituto.
Sacerdote e Fondatore di due Congregazioni
Ordinato sacerdote l'11 agosto 1901, fu nominato Vicario
Cooperatore nella parrocchia di S. Stefano e confessore nel Seminario. Si dedicò
con particolare zelo alle confessioni e all'esercizio della carità privilegiando
soprattutto i più poveri e gli emarginati.
Nel 1907, nominato Vicario della Rettoria di San Benedetto al
Monte, intraprese anche l'accoglienza e la cura spirituale dei soldati. Il 26
novembre di quell'anno, in Vicolo Case Rotte, diede ufficiale inizio
all'Istituto "Casa Buoni Fanciulli", che trovò l'anno seguente la sistemazione
definitiva in Via San Zeno in Monte, attuale Casa Madre.
Con i ragazzi, il Signore gli mandò anche dei laici desiderosi di
condividere con lui la propria donazione al Signore. Con questo manipolo di
uomini donati totalmente al Signore nel servizio dei poveri con una vita
radicalmente evangelica, fece rivivere alla Chiesa di Verona il clima della
Chiesa Apostolica. E quel primo nucleo di uomini fu la base della "
Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza " che verrà approvata
dal Vescovo di Verona l' 11 febbraio 1932 e otterrà l'Approvazione Pontificia il
25 aprile 1949.
Subito dopo l'approvazione diocesana, la Congregazione si diffuse
in varie parti d'Italia, sempre al servizio dei poveri, degli abbandonati e
degli emarginati. Allargò la sua azione anche agli anziani e agli ammalati dando
vita per essi alla " Cittadella della carità ". Il cuore apostolico di don
Calabria pensò anche ai Paria dell'India, mandando nel 1934 quattro Fratelli a
Vijayavada.
Nel 1910 fondò anche il ramo femminile, le "Sorelle", che
diventeranno Congregazione di diritto diocesano il 25 marzo 1952 col nome di "
Povere Serve della Divina Provvidenza " e il 25 dicembre 1981 otterranno
l'Approvazione Pontificia.
Profeta della paternità di Dio e della ricerca del suo
Regno
Alle sue due Congregazioni don Calabria affidò la stessa missione
ispiratagli dal Signore fin da giovane sacerdote: " Mostrare al mondo che la
divina Provvidenza esiste, che Dio non è straniero, ma che è Padre, e pensa a
noi, a patto che noi pensiamo a lui e facciamo la nostra parte, che è quella di
cercare in primo luogo il santo Regno di Dio e la sua giustizia " (cfr. Mt 6,
25-34).
E per testimoniare tutto questo, accolse gratuitamente nelle sue
case ragazzi materialmente e moralmente bisognosi, creò ospedali e case di
accoglienza per assistere nel corpo e nello spirito ammalati e anziani. Aprì le
sue case di formazione ai giovani e anche agli adulti poveri, per aiutarli a
raggiungere la propria vocazione sacerdotale o religiosa, assistendoli
gratuitamente fino alla teologia o alla definitiva decisione per la vita
religiosa, lasciandoli poi liberi di scegliere quella Diocesi o Congregazione
che il Signore avesse loro ispirato. Stabilì che i suoi religiosi esercitassero
l'apostolato nelle zone più povere, " dove nulla c'è umanamente da ripromettersi
".
"Rifulse quale faro luminoso nella Chiesa di Dio"
Sono proprio queste le parole che il Beato Card. Schuster fece
scolpire sulla sua tomba.
A cominciare infatti dal 1939-40 fino alla morte, in contrasto col suo innato desiderio di nascondimento, allargò i suoi orizzonti fino a raggiungere le frontiere della Chiesa, " gridando " a tutti che il mondo si può salvare solo ritornando a Cristo e al suo Vangelo.
Fu così che divenne una voce profetica, un punto di riferimento.
Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici videro in lui la guida sicura per loro
stessi e per le loro iniziative. Per questo i Vescovi della Conferenza
Episcopale del Triveneto, nella loro lettera postulatoria al Papa Giovanni Paolo
II, poterono scrivere: " Don Calabria, proprio per preparare la Chiesa del
Duemila - espressione a lui familiare -, fece della sua vita tutto un sofferto e
accorato appello alla conversione, al rinnovamento, all'ora di Gesù con accenti
impressionanti di incalzante urgenza... Ci pare che la vita di don Calabria e la
sua stessa persona costituisca una "profezia" del vostro appassionato grido a
tutto il mondo: Aperite portas Christo Redemptori!".
Capì che in questo radicale e profondo rinnovamento spirituale del
mondo dovevano essere coinvolti anche i laici. Per questo, nel 1944 fondò la "
Famiglia dei Fratelli Esterni ", composta appunto da laici.
Pregò, scrisse, agì e soffrì anche per l'unità dei cristiani. Per
questo intrattenne fraterni rapporti con protestanti, ortodossi ed ebrei:
scrisse, parlò, amò, mai discusse. Conquistò con l'amore. Lo stesso Pastore
luterano Sune Wiman di Eskilstuna (Svezia) che ebbe con lui un copioso scambio
epistolare, rivolse il 6 marzo 1964 una lettera postulatoria al Santo Padre
Paolo VI per domandargli la glorificazione del suo venerato amico.
E questo fu anche il periodo più misteriosamente doloroso della
sua vita. Sembrava che il Cristo l'avesse associato all'agonia del Getsemani e
del Calvario, accettando la sua offerta di "vittima" per la santificazione della
Chiesa e per la salvezza del mondo. Il Beato card. Schuster lo paragonò al Servo
di Jahvé.
Morì il 4 dicembre 1954. Alla vigilia però, fece il suo ultimo
gesto di carità offrendo la sua vita al Signore per il papa Pio XII,
agonizzante. Il Signore aveva accettato la sua offerta e, mentre lui moriva, il
Papa, misteriosamente e improvvisamente, ricuperava la salute vivendo in piena
efficienza per altri quattro anni.
Lo stesso Pontefice, ignaro dell'ultimo gesto di offerta di don
Calabria, ma conoscitore profondo di tutta la sua vita, alla notizia della sua
morte, in un telegramma di condoglianze alla Congregazione, l'aveva definito
"campione di evangelica carità".
Don Giovanni Calabria è stato beatificato dal Papa Giovanni Paolo
II il 17 aprile 1988.
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| tratto da www.vatican.va |
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