MITTITE RETE ET INVENIETIS

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: " Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando era già l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: " Figlioli, non avete nulla da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: " Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse:" E' il Signore!". (Gv 21, 1-7)

post scorrevoli

venerdì 13 aprile 2018

Beato Rolando Rivi 13.04.1945-2018

Rolando Rivi nasce il 7 gennaio 1931, figlio di contadini cristiani, nella casa del Poggiolo, a San Valentino, nel Comune di Castellarano (Reggio Emilia). Il padre si chiama Roberto Rivi e la madre Albertina Canovi. Ragazzo intelligente e vivace, “il più scatenato nei giochi, il più assorto nella preghiera”, Rolando matura presto un’autentica vocazione al sacerdozio. A soli 11 anni, nel 1942, mentre l’Italia è già in guerra, il ragazzo entra nel seminario di Marola nel Comune di Carpineti (Reggio Emilia) e veste per la prima volta l’abito talare che non lascerà più sino al martirio.
Il desiderio di diventare “sacerdote e missionario” cresce guardando alla figura del suo parroco, don Olinto Marzocchini, “uomo di ricchissima vita interiore, attento alle cose che veramente contano”, che fu per il ragazzo una guida e un maestro.
Nell’estate del 1944 il seminario di Marola viene occupato dai soldati tedeschi. Rolando, tornato a casa, continua gli studi da seminarista, sotto la guida del parroco, e porta nel suo paese un’ardente testimonianza di fede e di carità, vestendo sempre l’abito talare.
Per questa sua testimonianza di amore a Gesù, così intensa da attirare gli altri ragazzi verso l’esperienza cristiana, Rolando, nel clima di odio contro i sacerdoti diffusosi in quel periodo, finisce nel mirino di un gruppo di partigiani comunisti. Il 10 aprile 1945, il seminarista viene sequestrato, portato prigioniero a Piane di Monchio, nel Comune di Palagano sull’Appennino modenese, rinchiuso in un casolare per tre giorni, brutalmente picchiato e torturato.

Venerdì 13 aprile 1945, alle tre del pomeriggio, il ragazzo innocente, a soli 14 anni, spogliato a forza della sua veste talare, viene trascinato in un bosco di Piane di Monchio e ucciso con due colpi di pistola. Quando Rolando capisce che i carnefici non avrebbero avuto pietà, chiede solo di poter pregare per il suo papà e per la sua mamma. Anche in quest’ultimo istante, nella preghiera, Rolando riafferma la sua appartenenza all’amico Gesù, al suo amore e alla sua misericordia.
 
Nel 1951 la Corte di Assise di Lucca condanna gli autori dell’efferato omicidio. La condanna viene confermata nel 1952 dalla Corte di Assise di Appello di Firenze e diventa definitiva in Cassazione.  Corghi e Rioli furono processati e condannati in tutti e tre i gradi di giudizio. Fu inflitta loro la pena di 22 anni, anche se poi ne scontarono soltanto sei grazie all’amnistia-Togliatti.
 
Rolando è stato proclamato beato il 5 ottobre del 2013.
 
Domenica prossima 15 aprile la figlia di Giuseppe Corghi, uno dei due partigiani che trucidò Rolando Rivi, si presenterà nell’antica pieve di San Valentino di Castellarano – luogo in cui nacque il seminarista – e chiederà perdono per ciò che ha commesso suo padre.  

 
Corghi era a capo del battaglione Frittelli della divisione Modena Montagna appartenente alla Brigata Garibaldi. Il 10 aprile di 73 anni fa sequestrò il giovane seminarista reggiano assieme al compagno partigiano Delcisio Rioli. Gli tolsero l’abito e lo sottoposero a torture, umiliazioni e sevizie.
Dopo tre giorni lo condussero in un bosco a Piane di Monchio, nella zona di Palagano, nel modenese. Qui gli fecero scavare la sua fossa e poi lo uccisero barbaramente a colpi di pistola. Il giorno successivo, il padre del seminarista 14enne assieme al cappellano don Alberto Camellini, trovarono la salma dopo aver seguito le indicazioni degli stessi assassini.
 
QUI la notizia

 
 

venerdì 12 gennaio 2018

San Bernardo da Corleone, cappuccino

 
Filippo Latino nacque a Corleone il 6 febbraio 1605, figlio di un calzolaio e artigiano in pelletteria. La sua è una famiglia molto religiosa e la sua casa viene comunemente definita "casa di santi" soprattutto per la carità del padre e di Leonardo che non esitava a portare a casa gli straccioni e i poveracci incontrati per strada, per ripulirli, rivestirli e sfamarli.
Filippo impara a essere cristiano e a fare il ciabattino nella bottega del padre, ma ha un difetto, la "caldizza", cioè s’infiamma facilmente, se provocato, fino a mettere subito mano alla spada, la sua fu una giovinezza turbolenta, in ambiente di soldati mercenari agli ordini della Spagna.
Nel 1624 viene sfidato a duello da Vito Canino, un sicario prezzolato, che ci rimise un braccio, mentre Filippo, aveva allora 19 anni, si procurò la fama di "prima spada di Sicilia". Il timore della vendetta e delle conseguenze di quel gesto lo inducono a rifugiarsi nel convento dei cappuccini, dove pian piano, però, nel corso di otto lunghi anni, matura una autentica vocazione religiosa, scoprendo lo spirito di umiltà, di obbedienza e di penitenza.
A 27 anni, il 13 dicembre 1631, Filippo indossa il saio dei frati cappuccini nel convento di Caltanissetta, dove fa’ il suo anno di noviziato scegliendo il nome di Fra Bernardo.
Analfabeta e pertanto destinato a rimanere un fratello laico, svolge in convento i lavori più umili, in cucina, in lavanderia e come infermiere. La sua vita è un crescendo di virtù. Consumato dalle penitenze e dalla fatica, trova il suo posto accanto al tabernacolo, dove prega in continuazione.
Muore il 12 gennaio 1667, all’età di 62 anni, accompagnato subito dalla fama di santità.

Iniziato il processo di canonizzazione nel 1673, venne dichiarato beato solo il secolo successivo, nel 1768 da Clemente XIII e infine proclamato santo nel 2001.
 
ANEDDOTI

Si racconta che, durante il soggiorno a Bivona, molti frati furono colpiti da un'epidemia di influenza. Quando anche Bernardo, che in quel momento rivestiva l'ufficio di infermiere, si ammalò riducendosi in fin di vita, staccò dal tabernacolo della chiesa la statuetta di san Francesco e la infilò nella manica del saio, rivolgendosi al santo con le seguenti parole:
«Serafico padre, tu lo sai che i tuoi frati di Bivona sono ammalati... chi si prenderà cura di essi? Ti avverto che non uscirai di qui se non quando mi avrai guarito»
Il giorno successivo, Bernardo tornò in salute e poté riprendere l'assistenza ai confratelli.
Sempre a Bivona, a Bernardo un crocifisso avrebbe parlato dicendogli: "Non cercare tanti libri, ti bastano le mie piaghe per leggere e meditare". Dopo quest'episodio il frate rinunciò al desiderio di imparare a leggere.
 
 

mercoledì 7 giugno 2017

Don Giuseppe Tomaselli, sacerdote

Don Giuseppe Tomaselli nacque a Biancavilla, un paese in provincia di Catania, il 26 gennaio del 1902 in una famiglia profondamente cattolica. Nel 1916 entrò nella Congregazione Salesiana fondata nel 1859 da San Giovanni Bosco, l'Apostolo della gioventù. Nel 1926 venne ordinato sacerdote e cominciò il suo lungo ministero durato quasi 63 anni durante i quali ha ricoperto vari incarichi: parroco, insegnante, cappellano presso comunità religiose, esorcista ed apostolo della buona stampa cattolica. Scrisse un centinaio di semplici libretti devozionali ed apologetici che stampò in milioni di copie e che diffuse in Italia e anche all'estero. Questi preziosi libretti vengono ancora stampati e distribuiti dai suoi figli spirituali riuniti nell'Opera Caritativa Salesiana di Messina.

Durante la sua vita lavorò con grande ardore per la salvezza delle anime, per le quali Gesù Cristo ha sacrificato la sua vita sulla croce del Golgota. Don Giuseppe Tomaselli era sempre disponibile ad aiutare il prossimo sia materialmente che spiritualmente. Se veniva chiamato nel cuore della notte per amministrare gli ultimi sacramenti ad un moribondo, accorreva prontamente, consapevole del fatto che Gesù Cristo desidera ardentemente la salvezza di ogni singola anima. Lo zelo per la santificazione e la salvezza delle anime è stato sempre un'aspetto caratteristico della vita sacerdotale di Don Giuseppe.

Da autentico salesiano era devotissimo alla Madonna. Enorme fu la sua gioia quando il 1 novembre del 1950, il grande Pontefice Pio XII (al secolo Eugenio Pacelli), decretò in maniera solenne e definitiva, essere dogma divinamente rivelato che la Beata Vergine Maria al termine della vita terrena venne assunta nella gloria dei cieli in anima e corpo.

Tra le sue letture preferite c'erano tra gli altri gli scritti di Santa Teresa di Lisieux, Sant'Alfonso Maria de Liguori, Suor Josefa Menendez, San Tommaso d'Aquino ed ovviamente San Giovanni Bosco. Anche negli ultimi anni di vita, vestiva sempre con l'abito talare, dando il buon esempio ai confratelli. 
Non gli piacevano i discorsi sdolcinati che anestetizzano le anime, ma denunciava in maniera energica le bugie del mondo.
Era ricercatissimo come confessore, sapeva infatti aiutare i penitenti a confessare lealmente anche i peccati più vergognosi. Inoltre era un valente direttore spirituale di numerosi fedeli, tra cui anche varie anime mistiche. Erano in tanti coloro che si rivolgevano a lui, anche solo per avere una parola di conforto nei momenti difficili. Nessuno si sentiva rifiutato, nemmeno coloro che hanno la malattia degli scrupoli, i quali pur soffrendo terribilmente, non sempre vengono trattati con carità dal prossimo.

Dopo il Concilio Vaticano II rimase fortemente amareggiato dal comportamento di quei preti che distorcendo il significato dei testi conciliari creavano confusione tra i fedeli.

Quando morì a Messina nella notte tra l' 8 e il 9 maggio del 1989 in molti lo rimpiansero, sapevano che era morto un prete straordinario, un eroico sacerdote cattolico che amava Dio con tutto il suo cuore e il prossimo come se stesso.
 
Tratto da QUI

mercoledì 5 aprile 2017

San Vincenzo Ferrer, sacerdote

Vicente Ferrer nasce il 23 gennaio del 1350 a Valencia (Spagna). Di nobile famiglia valenzana, studiò filosofia e a 17 anni entrò tra i domenicani: proseguì gli studi presso la casa di formazione del suo ordine a Barcellona, e poi a Lleida e a Tolosa, e dal 1385 insegnò teologia a Valencia. 
Nel 1379 conobbe il legato pontificio presso la corte di Pietro IV di Aragona, il cardinale Pedro de Luna, spinto dal quale divenne un sostenitore del papa avignonese, Clemente VII, che si opponeva ad Urbano VI.
Pedro de Luna, eletto Papa nel 1394 dai cardinali avignonesi col nome di Benedetto XIII, lo scelse come suo confessore personale e consigliere e lo nominò Penitenziere apostolico: per umiltà, rifiutò la nomina a cardinale offertagli dal papa.
Nel settembre del 1398, durante l'assedio di Carlo VI di Francia (che non aveva riconosciuto l'elezione di Benedetto XIII) ad Avignone, Vincenzo cadde malato: secondo una leggenda appartenente alla tradizione devozionale, sarebbe stato guarito miracolosamente da Gesù e dai santi Francesco e Domenico, che lo inviarono nel mondo a predicare, invitando i peccatori a convertirsi in attesa dell'imminente giudizio universale.
Ottenuto il permesso di lasciare la corte pontificia e ricevuto il titolo di legato a latere, trascorse i successivi vent'anni della sua vita come predicatore in giro per l'Europa occidentale, ma soprattutto in Spagna, ottenendo, grazie alla sua abilità oratoria, al tono apocalittico dei suoi sermoni e alla fama di taumaturgo, numerose conversioni, soprattutto di musulmani ed ebrei.
Si impegnò soprattutto per comporre lo scisma d'occidente, dapprima tentando una mediazione tra Gregorio XII e Benedetto XIII, poi cercando di convincere Benedetto a rinunciare alla tiara e, di fronte al suo rifiuto, cercando di sottrargli l'obbedienza della Spagna.
L'occasione gli si presentò nel 1412 quando, morto senza eredi Martino I di Aragona, fu tra i giudici incaricati di stabilire la successione al trono (compromesso di Caspe): il trono venne assegnato al candidato sostenuto da Vincenzo, Ferdinando I di Aragona (il "Giusto"), che nel Concilio di Costanza si batté per la fine dello scisma e riconobbe l'elezione al soglio pontificio di Martino V Colonna, mettendo fine ad ogni pretesa di Benedetto XIII.
Morì a Vannes il 5 aprile del 1419.
 

mercoledì 22 febbraio 2017

Santa Margherita da Cortona, mistica

Margherita nasce a Laviano, un paesino in provincia di Pisa, nel 1247, da una povera famiglia di contadini. Diventa presto orfana di mamma, suo padre si risposa e Margherita viene allevata da una matrigna gelosa e bisbetica, in mezzo a maltrattamenti ed angherie. Essendo molto bella è ammirata e corteggiata e all'età di 17 anni scappa di casa per realizzare il suo sogno d’amore con un giovane nobile di Montepulciano, Raniero dei Pecora, signori di Valiano, che la porta con sé nel suo castello e la fa sua amante per nove anni, ma che non la sposa, nemmeno quando dalla loro unione nasce un figlio. Raniero nel 1273, durante una battuta di caccia viene assassinato. Si dice che sia stato un cagnolino ad aiutare Margherita a ritrovarne il cadavere. Subito dopo il funerale la famiglia di lui la caccia sdegnosamente di casa insieme al figlio e così Margherita, da un giorno all’altro, passa dalle agiatezze di una vita mondana e dispendiosa alle misere condizioni di una ragazza madre, senza un tetto e senza di che mangiare. Va a stabilirsi a Cortona, trovando una casa e un lavoro come ostetrica, e qui avviene la sua metamorfosi. Conquistata dall’ideale francescano affida la cura del figlio ai frati minori di Arezzo e nel 1277 divenne terziaria e oblata francescana per dedicarsi agli ammalati poveri, visitandoli e curandoli a domicilio. Raduna attorno a sé un gruppo di volontarie e insieme a loro organizza una rete fittissima di carità per chiunque abbia bisogno di aiuto e così nel 1278 apre il primo ospedale per i poveri di Cortona. L’assistenza è assicurata dalla confraternita delle Poverelle e dai Mantellati, per la quale ha scritto gli Statuti di chiara impronta francescana ed alla quale, soprattutto, offre la testimonianza della sua vita interamente votata ai più deboli. Scende in piazza, quando è necessario, per pacificare gli animi e per rasserenare il turbolento clima politico del suo tempo, ma, soprattutto, Margherita si dedica ad una intensa vita di preghiera e ad una grande penitenza, che la portano alle più alte vette della mistica, nella Rocca sopra Cortona, dove ha ricavato una piccola cella in cui vive gli ultimi anni in meditazione e solitudine. Qui muore il 22 febbraio 1297, ad appena 50 anni. Nel 1728 papa Benedetto XIII la proclama santa. Il suo corpo incorrotto è custodito a Cortona.

martedì 7 febbraio 2017

San Giovanni da Triora, martire


San Giovanni da Triora, al secolo Francesco Maria Lantrua nasce a Molini di Triora (Imperia) il  15 marzo 1760.
Figlio di Antonio Maria Lantrua e Maria Pasqua Ferraironi di famiglia benestante. Frequentò le scuole dei Barnabiti a Porto Maurizio dove nacque la sua vocazione. Con fatica ottenne il permesso di recarsi a Roma dove ad accoglierlo trova un altro ligure, Luigi da porto Maurizio, provinciale dei francescani. Il 9 marzo 1777 indossò il saio e iniziò l'anno di prova con il nome di frate Giovanni. Fu ordinato sacerdote nel 1784 e divenne insegnante di Teologia a Tivoli e Tarquinia. Successivamente gli vienne assegnata la responsabilità di Guardiano dei conventi di Tarquinia, Velletri e Montecelio. Nel 1799 partì missionario per la Cina, dopo 8 mesi di viaggio arrivò a Macao e dopo un periodo di formazione nel quale fece propria la cultura cinese, imparò il cinese e a portare abiti locali, incominciò la sua opera di evangelizzazione nella provincia dello Hunan; l'attività fu portata avanti con relativa tranquillità fino al 1815, quando venne denunciato al Mandarino perché la sua attività è considerata sovversiva. Il 26 luglio 1815, dopo aver celebrato la sua ultima Messa, venne arrestato assieme ad altri fedeli cinesi, torturato per fargli rinnegare la propria fede e tenuto in carcere nella città di Changsha nello Hunan, dove patì duri tormenti.
Il 7 febbraio 1816 vienne condotto al patibolo e prima di essere giustiziato si segno e si inchinò profondamente, al modo dei cattolici cinesi, per cinque volte, a significare il ringraziamento alla Santissima Trinità per la creazione, la redenzione, la vocazione alla fede, la grazia dei sacramenti e per le grazie ricevute, dopodiché venne legato ad una croce e strangolato. Il corpo venne da prima trasportato e sepolto nella Cattedrale di san Paolo a Macao e successivamente traslato a Roma nella Basilica di Santa Maria in Ara Coeli, dove si trova tuttora.
Tratto da QUI

martedì 13 settembre 2016

Beato Francesco Drzewiecki, sacerdote e martire

Francesco Drzewiecki nasce il 26 febbraio 1908, in Polonia, a Zduny. La sua vocazione è chiara e ben delineata: diventare sacerdote e religioso all’interno della Piccola Opera della Divina Provvidenza. Lo mandano a fare il noviziato e a studiare teologia a Tortona, proprio dove vive don Orione, che con la sua sola presenza plasma e modella i suoi figli.
Ordinato sacerdote il 6 giugno 1936, fa una breve esperienza nella struttura per handicappati gravi del Piccolo Cottolengo di Genova-Castagna, e poi a fine 1937 ritorna in patria, dove lo attende un’intensa attività educativa e pastorale, che svolge con generosità e dedizione. Tutto ciò fino al 1° settembre 1939, giorno in cui la Germania invade la Polonia, dando inizio ad una feroce persecuzione religiosa.
 
Il successivo 7 novembre quasi tutto il clero della diocesi di Wloclawek, Vescovo e seminaristi compresi, viene arrestato e incarcerato: tra loro anche don Francesco, che inizia così una via crucis, le cui “stazioni” dolorose hanno i nomi di Wloclawek, Lad, Szczyglin, Sachsenhausen, corrispondenti ai vari “campi” in cui viene internato e in ciascuno dei quali il giovane sacerdote viene ricordato come “l’uomo che edificava con la sua cortesia e premura”.
 
Il 14 dicembre 1940 fa il suo ingresso nel famigerato lager di Dachau e destinato alle piantagioni: così, alle sofferenze e alle umiliazioni degli altri campi, si aggiungono estenuanti marce di trasferimento da una coltivazione all’altra e un duro lavoro sotto sole, vento o pioggia che finiscono per stremare quei poveri corpi già minati dalla fame e dalle malattie.
 
Anche qui si accorgono della sua presenza, perché “si distingue fra tutti come il più buono, il più servizievole, il più caritatevole”.
 
Accovacciato per terra, come gli altri, per togliere erbaccia, o piegato a zappare e vangare, tiene davanti a sé la scatoletta dell’Eucaristia e fa adorazione ed è evidentemente questa a dargli la forza non solo per non disperare, ma anche per incoraggiare gli altri. Arriva però il giorno in cui anche don Francesco si ammala e deve essere eliminato “perché invalido a lavorare”.
 
Il 10 agosto 1942 inizia il suo ultimo viaggio verso la morte, che si concluderà nella camera a gas del castello di Hartheim, nei pressi di Linz. “Come polacchi offriremo la nostra vita per Dio, per la Chiesa, per la Patria”: sono le ultime parole, accompagnate da un sorriso, che un chierico orionino di 24 anni raccoglie dalle sue labbra prima della partenza e che fanno, della sua, non una morte subita, ma un’offerta deliberatamente e coscientemente compiuta.
 
Viene eliminato il 13 settembre 1942, ad appena 34 anni di età e 6 di ordinazione, lasciando in tutti la sensazione di un vero martire. E poiché anche la Chiesa tale lo ha riconosciuto, è stato beatificato da Giovanni Paolo II nel 1999.
La sua data di culto è il 10 agosto, mentre la Piccola Opera della Divina Provvidenza lo ricorda il 12 giugno.

Autore: Gianpiero Pettiti

giovedì 25 agosto 2016

San Giuseppe Calasanzio, sacerdote

Ultimo di sette figli, nasce a Peralta de Sal in Aragona Spagna, da nobile famiglia decaduta, il 31 luglio 1557. Dai genitori riceve una buona formazione religiosa, ma incontra l'opposizione del padre quando, durante gli studi, si sente chiamato al sacerdozio -egli infatti avrebbe voluto per lui una carriera militare- ma accortosi dell'autentica vocazione del figlio cede e lo manda a studiare nelle università di Lleida e di Valenza. Viene ordinato sacerdote nel 1583. In seguito, per quasi un decennio svolge vari incarichi in alcune diocesi spagnole fino alla partenza per Roma dove vive inizialmente al servizio della famiglia Colonna, come educatore dei nipoti del cardinale Ascanio Colonna, suo amico dai tempi in cui questi si trovava all'Università di Alcalà. Ma mentre seguiva i ricchi rampolli nel palazzo nobiliare, veniva a conoscenza della realtà dolorosa e degradata della Roma dei quartieri popolari, di Trastevere in particolare; rimane particolarmente colpito dalla condizione miserevole in cui vivono tanti bambini lasciati a sé stessi, nello squallore della strada, senza che qualcuno si curi di loro. Ed è così che nell'autunno del 1597, insieme ad altri tre sacerdoti, avvia una piccola scuola nei locali della parrocchia di santa Dorotea, opera che getta le basi per una Congregazione religiosa, la Congregazione Paolina dei Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie che oltre ai voti di povertà, castità e obbedienza, ne ottempera un quarto quello cioè della educazione dei bambini e dei giovani, specialmente poveri. Muore il 25 agosto 1648. E'sepolto nella chiesa di San Pantaleo a Roma.

giovedì 23 giugno 2016

San Giuseppe Cafasso, sacerdote

Giuseppe Cafasso nasce il 15 gennaio 1811 a Castelnuovo d'Asti, lo stesso paese di san Giovanni Bosco,(il paese infatti ora si chiama Castelnuovo Don Bosco). La sua è una famiglia contadina, modesta ma profondamente religiosa. E' terzo di tre figli e la sorella Marianna divenne la madre del beato Giuseppe Allamano (1851-1926), rettore del Convitto e del Santuario della Consolata, nonché fondatore dell’Istituto Missioni della Consolata. Cresce di salute cagionevole, ma ciò non gli impedisce di frequentare il seminario di Chieri, in provincia di Torino e di essere ordinato sacerdote a 22 anni il 21 settembre 1833.
 'anno dopo entra nel Convitto ecclesiastico di don Luigi Guala, dove i neo-sacerdoti potevano approfondire le loro conoscenze secondo gli insegnamenti teologici e pastorali di Sant'Alfonso Maria de' Liguori e arricchirsi spiritualmente con gli esercizi di Sant'Ignazio. Entrato come allievo, Cafasso vi rimase prima come insegnante, poi come direttore spirituale e infine come rettore.
 
Diviene amico di Don Bosco che lo indirizza ad aiutare i ragazzi poveri di Torino. Di lui Don Bosco diceva: "La virtù straordinaria del Cafasso fu quella di praticare costantemente e con fedeltà meravigliosa le virtù ordinarie." Don Cafasso sostenne anche materialmente don Bosco e la Congregazione salesiana fin dalle sue origini.
Fu consigliere di vita ascetica ed ecclesiastica, direttore e formatore spirituale di sacerdoti, laici, politici, fondatori. Pio XI lo definì la perla del clero italiano. A Torino si distinse in particolare per l'aiuto offerto ai carcerati, anche col supporto morale alle loro famiglie. Venne definito "il prete della forca" perché spesso si presentava alle esecuzioni capitali seguendo il condannato a morte fino al patibolo. Aveva l’ambizione di portare i condannati a morte subito in Paradiso, senza il passaggio in Purgatorio.
Operò soprattutto per la conversione dei peccatori, dei grandi peccatori e per il recupero morale e sociale dei carcerati. E' stato un vero pastore con una ricca vita interiore e un profondo zelo nella cura pastorale, fedele alla preghiera, impegnato nella predicazione, nella catechesi, dedito alla celebrazione dell’Eucarestia e al ministero della Confessione, secondo il modello incarnato da san Carlo Borromeo e da san Francesco di Sales.
Muore il 23 giugno 1860 a soli 49 anni, consumato dall'amore per Dio e lo zelo per il prossimo. Le sue spoglie riposano nel Santuario della Consolata di Torino.
 

mercoledì 22 giugno 2016

San Paolino da Nola, Vescovo

 
Paolino da Nola, al secolo Ponzio Anicio Meropio Paolino nasce a  Bordeaux (Francia) nel 355 e muore a Nola il  22 giugno del 431. Discendente da una illustre famiglia romana senatoriale e consolare, è il figlio del prefetto della Provincia di Aquitania. I suoi studi vengono affidati ad un amico del padre, il poeta Ausonio che insegnava a Bordeaux. Educato alla severità degli studi e soprattutto alla poesia, studiò fisica, legge e i sistemi filosofici di allora. A quindici anni, quando il maestro si trasferisce a Milano, egli ha già completato la sua istruzione letteraria.
A poco più di venti anni è annoverato tra i seicento senatori. Nel 378, uscito di carica, gli spettava il governo di una provincia senatoriale ed egli sceglie la Campania e precisamente la città di Nola dove era venerato san Felice. Prima di tornare in Aquitania, con bizzarra cerimonia pagana, si taglia la barba e la consacra simbolicamente a san Felice. A Barcellona conosce Therasia, donna ricca e bella, ma (diversamente da lui) è cristiana e battezzata: sarà la sua consorte e lo guiderà sulla strada della conversione. Nel 389 a 35 anni, nella chiesa di Bordeaux, riceve il battesimo dal vescovo Delfino. Nel 392 dalla coppia nasce Celso ma appena dopo otto giorni il bambino muore: questo evento lo segnò per sempre, e lo spinse ancor più a rifugiarsi nella fede. Nel 394 viene ordinato sacerdote. In un viaggio in Italia conosce sant'Ambrogio e sant'Agostino. Durante una sosta in Toscana lui e la moglie decidono di dedicarsi completamente alla vita monastica. Si stabilisce a Nola, dove aveva soggiornato quando era stato governatore della Campania e fonda un cenobio maschile ed uno femminile, che si contraddistinsero per l'intensa vita di preghiera e per l'assistenza ai poveri. Qui nel 410 viene acclamato dai fedeli vescovo di Nola.

mercoledì 2 marzo 2016

Santa Angela de la Cruz, vergine

Maria de los Angeles Guerrero y González, nacque a Siviglia il 30 gennaio 1846 da Francesco Guerrero e Giuseppina González, genitori di modeste condizioni sociali ma pieni di virtù cristiane.
Crebbe per questo in un ambiente molto religioso, aiutando i suoi genitori nei lavori manuali, specie nel cucito; di carattere molto docile e discreta, suscitava profonda ammirazione in quanti la conoscevano.
Ancora piccola dovette lasciare la scuola per lavorare in un laboratorio di calzature; nonostante ciò amava appartarsi per dedicarsi alla preghiera ed alle mortificazioni; nel 1871 a 25 anni, con un atto privato promise al Signore di vivere secondo i consigli evangelici.
Nella sua lunga esperienza di preghiera, vide una croce vuota davanti a quella di Cristo crocifisso e ciò le ispirò di immolarsi insieme a Gesù per la salvezza delle anime. Spinta da una forte vocazione, desiderò di entrare fra le Carmelitane, ma il suo direttore spirituale la indirizzò verso le Suore di Carità, ma per le precarie condizioni di salute fu costretta ad abbandonare, dopo poco tempo l’Istituto.
Ritornata in famiglia si dedicò tutta alle opere di carità verso i poveri. Seguendo con ubbidienza i consigli del direttore spirituale, prese a scrivere un diario spirituale nel quale esponeva dettagliatamente la regola di vita di una Comunità di religiose, che con la sua spiccata vocazione e con l’esperienza spirituale che viveva, sentiva di poter costituire.
Così nel 1875 a Siviglia, diede inizio alla Congregazione delle “Sorelle della Compagnia della Croce” per la cura degli infermi, nell’esercizio della più ardente carità. Il motto suo e dell’Istituzione fu “Farsi povero con il povero per portarlo a Cristo” che costituisce il fondamento della spiritualità e della missione della “Compagnia della Croce”.
La Santa Sede approvò l’Istituto nel 1904 che ebbe una rapida diffusione, imprimendo un impatto enorme sulla Chiesa e sulla società Sivigliana di quel tempo. Umile ed energica, Angela de la Cruz, questo il nome che prese quando diventò una religiosa, seppe infondere nell’animo delle sue figlie un crescente spirito di dedizione e di carità verso i bisognosi; per questo ammirata da tutti, venne chiamata dal popolo “madre dei poveri”.
Naturale e semplice, rifuggì da ogni gloria umana, ricercò la santità con uno spirito di mortificazione al servizio di Dio e dei fratelli e con questi sentimenti, lasciò questa terra il 2 marzo 1932 nella sua città di Siviglia, all’età di 86 anni.
La causa per la sua beatificazione fu introdotta presso la Congregazione dei Riti il 10 febbraio 1960. Papa Giovanni Paolo II, durante il suo primo pellegrinaggio in Spagna, la beatificò il 5 novembre 1982 nella sua Siviglia e lo stesso pontefice a distanza di 20 anni l’ha elevata agli onori degli altari della Chiesa universale, canonizzandola a Madrid il 4 maggio 2003, durante il suo quinto viaggio in terra spagnola.
Ricorrenza liturgica al 2 marzo. L'arcidiocesi di Siviglia la ricorda il 5 novembre, anniversario della beatificazione.
 

Autore:
Antonio Borrelli
 

lunedì 21 dicembre 2015

San Pietro Canisio, sacerdote e Dottore della Chiesa

 
Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei parlarvi di san Pietro Kanis, Canisio nella forma latinizzata del suo cognome, una figura molto importante nel Cinquecento cattolico. Era nato l’8 maggio 1521 a Nimega, in Olanda. Suo padre era borgomastro della città. Mentre era studente all’Università di Colonia, frequentò i monaci Certosini di santa Barbara, un centro propulsivo di vita cattolica, e altri pii uomini che coltivavano la spiritualità della cosiddetta devotio moderna. Entrò nella Compagnia di Gesù l’8 maggio 1543 a Magonza (Renania – Palatinato), dopo aver seguito un corso di esercizi spirituali sotto la guida del beato Pierre Favre, Petrus Faber, uno dei primi compagni di sant’Ignazio di Loyola. Ordinato sacerdote nel giugno 1546 a Colonia, già l’anno seguente, come teologo del Vescovo di Augusta, il cardinale Otto Truchsess von Waldburg, fu presente al Concilio di Trento, dove collaborò con due confratelli, Diego Laínez e Alfonso Salmerón.
Nel 1548, sant’Ignazio gli fece completare a Roma la formazione spirituale e lo inviò poi nel Collegio di Messina a esercitarsi in umili servizi domestici. Conseguito a Bologna il dottorato in teologia il 4 ottobre 1549, fu destinato da sant'Ignazio all'apostolato in Germania. Il 2 settembre di quell'anno, il '49, visitò Papa Paolo III in Castel Gandolfo e poi si recò nella Basilica di San Pietro per pregare. Qui implorò l'aiuto dei grandi Santi Apostoli Pietro e Paolo, che dessero efficacia permanente alla Benedizione Apostolica per il suo grande destino, per la sua nuova missione. Nel suo diario annotò alcune parole di questa preghiera. Dice: “Là io ho sentito che una grande consolazione e la presenza della grazia mi erano concesse per mezzo di tali intercessori [Pietro e Paolo]. Essi confermavano la mia missione in Germania e sembravano trasmettermi, come ad apostolo della Germania, l’appoggio della loro benevolenza. Tu conosci, Signore, in quanti modi e quante volte in quello stesso giorno mi hai affidato la Germania per la quale in seguito avrei continuato ad essere sollecito, per la quale avrei desiderato vivere e morire”.
Dobbiamo tenere presente che ci troviamo nel tempo della Riforma luterana, nel momento in cui la fede cattolica nei Paesi di lingua germanica, davanti al fascino della Riforma, sembrava spegnersi. Era un compito quasi impossibile quello di Canisio, incaricato di rivitalizzare, di rinnovare la fede cattolica nei Paesi germanici. Era possibile solo in forza della preghiera. Era possibile solo dal centro, cioè da una profonda amicizia personale con Gesù Cristo; amicizia con Cristo nel suo Corpo, la Chiesa, che va nutrita nell'Eucaristia, Sua presenza reale.
Seguendo la missione ricevuta da Ignazio e da Papa Paolo III, Canisio partì per la Germania e partì innanzitutto per il Ducato di Baviera, che per parecchi anni fu il luogo del suo ministero. Come decano, rettore e vicecancelliere dell’Università di Ingolstadt, curò la vita accademica dell’Istituto e la riforma religiosa e morale del popolo. A Vienna, dove per breve tempo fu amministratore della Diocesi, svolse il ministero pastorale negli ospedali e nelle carceri, sia nella città sia nelle campagne, e preparò la pubblicazione del suo Catechismo. Nel 1556 fondò il Collegio di Praga e, fino al 1569, fu il primo superiore della provincia gesuita della Germania superiore.
In questo ufficio, stabilì nei Paesi germanici una fitta rete di comunità del suo Ordine, specialmente di Collegi, che furono punti di partenza per la riforma cattolica, per il rinnovamento della fede cattolica. In quel tempo partecipò anche al colloquio di Worms con i dirigenti protestanti, tra i quali Filippo Melantone (1557); svolse la funzione di Nunzio pontificio in Polonia (1558); partecipò alle due Diete di Augusta (1559 e 1565); accompagnò il Cardinale Stanislao Hozjusz, legato del Papa Pio IV presso l’Imperatore Ferdinando (1560); intervenne alla Sessione finale del Concilio di Trento dove parlò sulla questione della Comunione sotto le due specie e dell’Indice dei libri proibiti (1562).
Nel 1580 si ritirò a Friburgo in Svizzera, tutto dedito alla predicazione e alla composizione delle sue opere, e là morì il 21 dicembre 1597. Beatificato dal beato Pio IX nel 1864, fu proclamato nel 1897 secondo Apostolo della Germania dal Papa Leone XIII, e dal Papa Pio XI canonizzato e proclamato Dottore della Chiesa nel 1925.

San Pietro Canisio trascorse buona parte della sua vita a contatto con le persone socialmente più importanti del suo tempo ed esercitò un influsso speciale con i suoi scritti. Fu editore delle opere complete di san Cirillo d’Alessandria e di san Leone Magno, delle Lettere di san Girolamo e delle Orazioni di san Nicola della Fluë. Pubblicò libri di devozione in varie lingue, le biografie di alcuni Santi svizzeri e molti testi di omiletica. Ma i suoi scritti più diffusi furono i tre Catechismi composti tra il 1555 e il 1558. Il primo Catechismo era destinato agli studenti in grado di comprendere nozioni elementari di teologia; il secondo ai ragazzi del popolo per una prima istruzione religiosa; il terzo ai ragazzi con una formazione scolastica a livello di scuole medie e superiori. La dottrina cattolica era esposta con domande e risposte, brevemente, in termini biblici, con molta chiarezza e senza accenni polemici. Solo nel tempo della sua vita sono state ben 200 le edizioni di questo Catechismo! E centinaia di edizioni si sono succedute fino al Novecento. Così in Germania, ancora nella generazione di mio padre, la gente chiamava il Catechismo semplicemente il Canisio: fu realmente il catechista della Germania, ha formato la fede di persone per secoli.
BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 9 febbraio 2011
 
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giovedì 12 novembre 2015

San Giosafat, vescovo e martire

Ivan Kuncewicz nasce nel 1580 in Volinia (Ucraina) da genitori appartenenti alla nobiltà ucraina nonché ferventi ortodossi. Studiò a Vilnius (nell'odierna Lituania) in un periodo caratterizzato dall'intenso scontro tra ortodossi e uniati di rito greco, i quali, sulla scia del Concilio di Firenze (1451 - 1452), si erano ricongiunti alla Chiesa cattolica riconoscendo al Papa un ruolo di preminenza sugli altri vescovi.
Decidendo di aderire ai greco-cattolici, nel 1604 divenne monaco con il nome di Giosafat ed entrò nel monastero, retto dall'ordine di San Basilio, della Santa Trinità, sito in Vilnius, dove nel 1617 iniziò la riforma che portò alla nascita dell'Ordine Basiliano di San Giosafat.
Divenuto presbitero nel 1609, nonostante a detta dei suoi contemporanei avesse fino ad allora dimostrato un carattere riservato, si diede alla predicazione riscuotendo un così grande successo che nel 1617 divenne dapprima Archimandrita del suo monastero e, poco tempo dopo, fu nominato vescovo di Polatsk, sito nell'odierna Bielorussia.
Iniziò nella diocesi da lui retta una serie di riforme volte ad affermare il credo uniate, spinse con costante zelo il suo gregge all’unità cattolica, coltivò con amorevole devozione il rito bizantino-slavo, restaurò completamente la cattedrale, compose un catechismo per il popolo e compì innumerevoli visite pastorali. In una di queste, mentre si trovava a Vitebsk, fu circondato da un gruppo di ortodossi i quali lo percossero ripetutamente gettandolo infine, privo di sensi, in un corso d'acqua nel quale affogò.
Fu canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1867 ed è da questa ricordato il 12 novembre, giorno del suo martirio.
 

giovedì 17 settembre 2015

San Francesco Maria da Camporosso, francescano

Giovanni nasce a Camporosso, un paesino in provincia di Imperia, sulla riviera ligure di Ponente, il 27 dicembre 1804. Sua madre Maria Antonia lo istruisce nelle fede e nella pietà.
Ancora ragazzo, si occupa del piccolo gregge paterno e, fattosi grandicello, aiuta il padre nel duro lavoro dei campi.
All'età di 17 anni, udita la voce di Dio, entra tra i frati Minori Conventuali in qualità di terziario. Ma dopo fervorose preghiere alla Beata Vergine e col consiglio di illuminati religiosi abbraccia la vita religiosa fra i Minori Cappuccini, entrandovi come novizio il 7 dicembre 1825 col nuovo nome di Francesco Maria.
Finito il noviziato viene mandato presso il convento della SS. Concezione di Genova, dapprima come aiuto nella cucina e come infermiere, poi come questuante, nel quale ufficio trascorre circa 40 anni cioè quasi tutta la sua vita di religioso. Qui si distingue per bontà, operosità, modestia, grazia, umiltà, dolcezza, tanto da esercitare un fascino straordinario su quanti l’avvicinavano, che ben presto iniziarono a chiamarlo 'Padre Santo'.
Nell'estate del 1866 scoppia a Genova la peste ed il Padre offre al Signore la sua vita in olocausto onde far cessare la furiosa epidemia. Il 17 settembre di quello stesso anno rende la sua anima santa a Dio.

giovedì 9 luglio 2015

Santa Veronica Giuliani, vergine

Orsola nasce il 27 dicembre del 1660 a Mercatello sul Metauro (Pesaro) da Francesco e Benedetta Mancini. E' una delle più grandi mistiche della storia. Ebbe numerose rivelazioni e ricevette le stimmate. Fin dalla più tenera età fu fatta oggetto di grandi doni da parte del Signore: a soli cinque mesi prese a camminare da sola per recarsi a venerare un quadro raffigurante la SS. Trinità. Non aveva ancora sette mesi quando ammonì un negoziante poco onesto. A due o tre anni cominciò a godere delle frequenti visioni di Gesù e Maria. 
Nella fanciullezza, sentendo leggere la vita dei martiri, la santa concepì grande desiderio di patire per amore di Gesù e, desiderosa di soffrire  tutto quello che aveva patito il Signore, che nella settimana santa  le appariva coperto di piaghe, si disciplinava con una grossa corda e si sottoponeva a grandissimi sacrifici.
Il 17 luglio 1677 entrò nel monastero delle Cappuccine di Città di Castello (Perugia).  Qui Dio le elargì un'innumerevole quantità di grazie, doni, privilegi, visioni, estasi, carismi singolari, fenomeni mistici, che in obbedienza al vescovo e confessore del monastero riportò in un diario. Scrisse 21.000 pagine raccolte in 44 volumi! Dopo che Gesù elevò Suor Veronica al suo mistico sposalizio, fu soddisfatta nella sua ardente brama di patire per Lui. In modo misterioso, ma reale e visibile, sperimentò a uno a uno tutti i martiri e gli oltraggi della sua Passione. Nel 1694 divenne maestra delle novizie e ricevette nel capo l'impressione delle spine. Dopo tre anni di digiuno a pane e acqua, il venerdì santo del 1697 le apparvero le stimmate e nel cuore ebbe impressi gli strumenti della Passione. Soffriva talmente, anche in modo visibile agli altri, che veniva chiamata la "sposa del crocifisso".
 
A causa dei fenomeni soprannaturali suor Veronica venne  controllata a lungo e severamente dalle autorità ecclesiastiche competenti e di proposito, fu trattata come una folle, una simulatrice e una bugiarda, fino a  chiuderla in una cella simile ad una prigione. A queste sofferenze suor Veronica univa di continuo indicibili penitenze, accesissime preghiere per la conversione dei peccatori. Sottomessa sempre in vita ai superiori, la santa volle morire il 9 luglio del 1727 dopo 33 giorni di malattia, appena il confessore, il P. Guelfi, le disse: "Suor Veronica, se è volontà di Dio che l'ordine del suo ministro intervenga in quest'ora suprema, vi comando di rendere lo spirito". Il suo corpo riposa sotto l'altare maggiore della chiesa delle Cappuccine in Città di Castello.  E' santa dal 1839.

martedì 28 aprile 2015

San Luigi Maria Grignion De Montfort, sacerdote

Luigi Grignion nasce in una famiglia profondamente cattolica, il 31 gennaio 1673 a Montfort-la-Cane, in Bretagna, nella Francia nordoccidentale. Fin da bambino  manifesta una grande attenzione alla vita interiore ed una tenera devozione alla Santa Vergine, tale da fargli aggiungere il nome di Maria a quello di Luigi in occasione della Santa Cresima. Compie gli studi umanistici e filosofici presso i Gesuiti dove matura la vocazione sacerdotale. Nel 1692 si trasferisce a Parigi per studiare teologia alla Sorbona ed entra nel seminario di Saint-Sulpice, vivaio del clero di Francia, ove si distinguerà per il rigore ascetico e per i gesti di carità. Il 5 giugno 1700, a ventisette anni, riceve l’ordinazione sacerdotale e comincia a dedicarsi al riscatto spirituale del popolo, rianimandone la fede e difendendone la pietà contro gli attacchi degli innovatori in un'epoca dove sono in fermento le idee dei razionalisti e dei libertini, del deismo e del giansenismo, contro la fede e le tradizioni cattoliche. Nel 1701 viene nominato cappellano dell’ospedale di Poitiers. In seguito, dopo un pellegrinaggio a Roma, su suggerimento del Santo Padre Clemente XI, si dedica maggiormente alla predicazione, soprattutto nella nativa Bretagna e nella Vandea, ponendo le basi spirituali per l'azione contro-rivoluzionaria di quelle popolazioni investite dalla furia giacobina della rivoluzione francese. Le sue missioni sono caratterizzate dalla predicazione del catechismo e da grandi manifestazioni pubbliche di culto, soprattutto da solenni processioni, che culminano nella rinnovazione da parte dei partecipanti delle promesse battesimali e nell’innalzamento, in luogo eminente, della croce della missione. Allo scopo di perpetuare la sua opera Luigi Montfort fonda la Compagnia di Maria, una congregazione di sacerdoti, detti monfortani, votati unicamente alle missioni al popolo. Consumato dalle fatiche e dalle sofferenze muore il 28 aprile 1716. San Luigi Maria lascia diversi scritti il più conosciuto ormai in tutto il mondo è il 'Trattato della vera devozione a Maria' un concentrato di teologia ed altissima spiritualità di facile fruizione e meditazione.

martedì 17 marzo 2015

San Patrizio, vescovo

Patrizio nasce nella Britannia Romana nel 385 circa da genitori cristiani appartenenti alla società romanizzata della provincia.
Il padre Calpurnio era diacono e possedeva un podere nel quale Patrizio da giovinetto trascorreva le sue giornate di fanciullo a pascolare il bestiame. A 16 anni venne fatto prigioniero insieme a migliaia di persone dai pirati irlandesi e portato sulle coste nordiche dell’Irlanda e venduto come schiavo.
Purtroppo la vita di Patrizio da schiavo fu triste e grama, si trovava in terra straniera a pascolare le pecore, tra sofferenze, solitudine e privazioni, tanto da tentare per due volte la fuga, ma inutilmente.
Dopo sei anni di servitù, aveva man mano conosciuto i costumi dei suoi padroni, imparato la lingua e conosciuto meglio i popoli Celti, che erano socialmente ben organizzati ma non erano cristiani e adoravano ancora gli idoli. Il terzo tentativo di fuga, nella primavera del 407, riuscì e Patrizio si imbarcò su una nave in partenza e, dopo tre giorni di navigazione, sbarcò su una costa deserta della Gallia per poi fare ritorno in Patria dai suoi familiari. Qui Patrizio sognò che gli Irlandesi lo chiamavano ed interpretando ciò come una vocazione all’apostolato fra quei pagani, decise di farsi chierico per convertirli. Tornò in Gallia, presso il santo vescovo di Auxerre Germano, per continuare gli studi, terminati i quali fu ordinato diacono e poi presbitero.
A Roma Patrizio fu consacrato vescovo e nominato successore di Palladio, primo vescovo d'Irlanda, intorno al 460. L'opera di evangelizzazione procedette con grande entusiasmo e senza che gli fossero risparmiate persecuzioni ed imboscate, soprattutto dai druidi e dagli anziani dei clan che erano restii a lasciare il paganesimo.  In tali territori il vescovo Patrizio introdusse il monachesimo che di recente era sorto in Occidente e un gran numero di giovani aderirono con entusiasmo facendo fiorire conventi di monaci e vergini. Inoltre stabilì delle diocesi territoriali con vescovi dotati di piena giurisdizione nel rispetto dell'organizzazione delle singole tribù. Benché il santo vescovo vivesse per carità di Cristo fra ‘stranieri e barbari’ da anni, in cuor suo si sentì sempre romano con il desiderio di rivedere la sua patria la Britannia e quella spirituale la Gallia; ma la sua vocazione missionaria non gli permise mai di lasciare la Chiesa d’Irlanda che Dio gli aveva affidato, in quella che fu la terra della sua schiavitù. L’infaticabile apostolo concluse la sua vita nel 461 nell’Ulster a Down.

 

mercoledì 18 febbraio 2015

Beato Angelico, frate domenicano

Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro, meglio conosciuto con il nome di beato Angelico, nasce a Vicchio di Mugello (Firenze) nel 1387. All'età di vent'anni, mentre ascoltava, in una notte di Natale, l'omelia del domenicano Fra Giovanni, decide di entrare nell'Ordine dei Predicatori a Fiesole. Era un giovane dotato di grande attitudine artistica, ma dal momento del suo ingresso in monastero decide di abbandonarla. I suoi confratelli però non sono dello stesso parere e lo incoraggiano a sviluppare i suoi talenti. Perciò, il priore gli ordina subito di ornare i ‘Libri delle ore’ della biblioteca conventuale. La sua vita, inizialmente tranquilla, viene alterata per tre volte dai trasferimenti di convento. Da buon domenicano, aveva un grande entusiasmo per l’opera di San Tommaso d’Aquino, la conosceva perfettamente, di essa nutriva la sua pietà e su di essa, inconsciamente, fondava le basi della sua opera futura. Nella 'Somma Teologica' scopriva la sua nuova ragion d’essere e il suo ideale artistico.
 
 'L’azione di santo e di artista del giovane si svolse mirabilmente nel clima di alta perfezione spirituale e intellettuale trovato nel chiostro. Le sante austerità, gli studi profondi, la perenne elevazione dell’anima a Dio, affinarono il suo spirito e gli aprirono orizzonti sconfinati. Così preparato, da buon Frate Predicatore, poté anch’egli dare agli altri il frutto della propria contemplazione e dar vita, col suo magico pennello, al più sacro dei poemi, narrando ai fratelli la divina storia della nostra salvezza. I suoi Crocifissi, le sue Madonne, i suoi Santi sono una predica che risuona nei secoli. Anima di una semplicità evangelica, seppe vivere col cuore in cielo, pur consacrandosi a un intenso lavoro'. (Franco Mariani).
 
'I frati trasbordavano di ammirazione. Uno di loro una volta disse: ‘Fra Giovanni non dipinge, prega’.
In effetti la sua arte era un cantico, una preghiera. Non prendeva mai i suoi pennelli senza invocare l’Onnipotente ed è in stato di grazia che collocava i suoi angeli nei giardini fioriti del Cielo. I suoi angeli musicanti erano così belli e talmente puri che la loro melodia sembrava diffondersi in note cristalline tra le arcate del convento, man mano che il pittore dava loro vita. Era allora che, ogni tanto, un anziano frate apriva la cella del pittore, guardava meravigliato e se ne andava senza fare rumore, nascosto dal suo cappuccio. E fu proprio questo ammiratore discreto e dimenticato che gli diede il nome glorioso: quello di Angelico. Un unico religioso, prima di lui, era stato degno di averlo: San Tommaso d’Aquino, la sua guida e il suo maestro. Da quel giorno in poi, Fra Angelico si meritò l’epiteto di "divino" e divenne il ‘San Tommaso’ della pittura'.(Plinio Correa de Oliveira)
Fra Giovanni ottenne da Roma la stima e l’amicizia del Santo Padre.  Recatosi a Roma, su invito di Papa Eugenio IV, dipinse nella Basilica di San Pietro e nei Palazzi Vaticani, e dal 1445 al 1449, per Papa Niccolò V la sua cappella privata e lo studio in Vaticano.
Era ancora a Roma quando l’ultima infermità lo sorprese nel convento dei Frati Predicatori di Santa Maria Sopra Minerva. La sera del 18 febbraio del 1485 i suoi occhi si chiusero al mondo per dischiudersi nella gloria di Dio capaci finalmente di ammirare la Bellezza che in terra aveva cercato ed immaginato. Papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1982 ha concesso il suo culto liturgico a tutto l’Ordine e il 18 febbraio 1984 lo ha proclamato Patrono Universale degli Artisti.
 
La leggenda narra che, nel momento della morte, una lacrima scivolò sul viso di tutti gli angeli dei suoi quadri, quegli angeli che egli aveva dipinto senza sapere che gli avrebbero portato l’aureola del suo inimitabile genio e della sua santità.
(Plinio Correa de Oliveira)
   
 
 
 

 

martedì 10 febbraio 2015

Giovanni Palatucci, servo di Dio

 
Giovanni Palatucci nacque in Irpinia, a Montella in provincia di Avellino, il 31 maggio 1909 da Felice e Angelina Molinari. Laureato in Giurisprudenza e superati gli esami da procuratore legale, frequentò a Roma, presso la Scuola superiore di Polizia, un corso per vice commissario di pubblica sicurezza. Assegnato inizialmente a Genova, il 15 novembre 1937 fu trasferito alla Questura di Fiume, dove gli fu affidata la direzione dell'Ufficio stranieri con la qualifica di commissario. Dopo l'emanazione delle leggi razziali antisemitiche nel 1938, si impegnò nell'aiuto agli ebrei e a tutti coloro che, a causa dell'occupazione tedesca, si trovavano a transitare dal confine istriano verso luoghi più sicuri.

A migliaia furono i perseguitati da lui soccorsi, con ogni stratagemma possibile; in particolare li istradava verso il campo di raccolta di Campagna, in provincia di Salerno, dove era vescovo lo zio, mons. Giuseppe Maria Palatucci. La sua opera si fece ancor più intensa all'indomani dell'armistizio (8 settembre 1943) con l'occupazione militare tedesca, quando Fiume fu annessa al Terzo Reich. Nominato Questore reggente, intensificò l'aiuto, utilizzando la sua autorevolezza istituzionale. Oltre cinquemila furono gli ebrei ed i perseguitati politici salvati in quegli anni.
Malgrado i sospetti della polizia politica del Terzo Reich, Palatucci rimase al suo posto per continuare la sua preziosa opera, rifiutandosi fino all'ultimo di mettersi in salvo, nonostante i ripetuti inviti del Console svizzero a Trieste. Arrestato dalla Gestapo il 13 settembre 1944, fu condotto nel carcere di Trieste, dove venne condannato a morte; graziato, con la commutazione della pena, fu poi deportato il 22 settembre 1944 nel campo di sterminio di Dachau (Germania), con matricola 117826.
Il 10 febbraio 1945 morì di stenti, a poche settimane dalla liberazione e fu sepolto in una fossa comune.

Di quali nobili sentimenti fosse capace il giovane, si vide subito: deludendo il padre, che lo voleva avvocato in Irpinia, Giovanni entrò nella Polizia di Stato perché, disse, "mi è impossibile domandare soldi a chi ha bisogno del mio patrocinio per avere giustizia". Quando Mussolini pubblicò "Il manifesto della razza" che, tradotto in legge (17 novembre 1938), segnò la fine della relativa tolleranza precedentemente dimostrata verso gli ebrei, Palatucci pronunciò una frase emblematica: "Vogliono farci credere che il cuore sia solo un muscolo e ci vogliono impedire di fare quello che il cuore e la nostra religione ci dettano".
Una volta, sapendo che una donna ebrea era minacciata di imminente arresto, la affidò ad uno dei suoi colleghi dicendogli: "Questa è la signora Schwartz. Trattala, ti prego, come se fosse mia sorella. Anzi, no: trattala come se fosse tua sorella, perché in Cristo è tua sorella".
Il 16 febbraio 2004 si è concluso ufficialmente, presso il Tribunale diocesano, il processo di primo grado per la beatificazione di Giovanni Palatucci, già definito servo di Dio. Le fasi di canonizzazione erano iniziate il 9 ottobre del 2002 su richiesta dell'associazione "Giovanni Palatucci".